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Full text of "Rime di Dante Alighieri. Si aggiungono le rime di Guido Guinizelli, di Guido Cavalcanti, di Cino da Pistoia e de Fazio degli Uberti"

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BIBLIOTECA 

UNIVERSALE 

DI SCELTA 

LETTERATURA 

ANTICA E MODERNA 



MILANO 

PER NICOLÒ BETTONI 

M.UCCC.XXVIII 



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RIME 

DI 

DANTE ALIGHIERI 

SI AGGrUKGOHO LE RIMI 
DI 

GUIDO GUINIZZELLI 
DI GUIDO CAVALCANTI 
DI CINO DA PISTOIA 

B DI 

FAZIO DEGLI UBERTI 



MILANO 

PER NICOLÒ BETTON1 

H.DCCC.XXYin 



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* 



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GLI EDITORI 



Crhi conosce V intenzione di questa Biblio- 
teca, non vorrà certo aspettare , che vi sia ag- 
greggiata quella derìsa turba d'antichi rimatori, 
i cui squallidi versi sono di tanta consolazione 
a' pedanti: perche se quei barbari componimenti 
possono forse riuscire d'alcun ajuto a chi stu- 
dia le origini della nostra favella, nessun van- 
taggio o diletto porgeranno mai a chi cerca la 
vera poesia. L'Alighieri} i due Guidi, Cino Si- 
gibaldi da Pisloja, e Fazio degli Uberà sono 
i soli, di cui abbiamo ricevuto le rime, nè a 
questa scelta fanno mestieri parole, die la di- 
fendano. 

Le poesie minori di Dante offrono una tanta 
eccellenza, che se alcuno per altezza di concel- 
ti, e verità di passione volesse antiporte a quelle 
stesse del Petrarca, ei troverebbe molli, che 
alla sua opinione s' accosterebbero assai volen- 
tieri. Ed anche per gli altri noi abbiamo prin- 
cipalmente seguito la sentenza di Dante, il quale 
sdegnato come fu contro futti i plebei separò 

RIME ' I 

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a 

dal volgo con lode bellissima il Guinizzelli, il 
Cavalcanti ed il Sigibaldi. É notissima la ter- 
zina del Purgatorio, in cui narrando come Vun 
Guido togliesse alV altro la gloria della lingua 
egli ardisce appena sperare, che potrà cacciarli 
entrambi dal nido. E l f Alighieri non era uomo 
che per falsa modestia adoprar volesse timorose 
parole, ma parlava secondo il giudizio della sua 
mente, che altre volte gli avea fatto chiamare 
il Guinizzelli ora il massimo, ed ora il nobile 
Guido, sino a dirlo padre suo e degli altri mi- 
gliori, che mai avessero usate alte e leggiadre 
rime d'amore. Nè tenne diverso linguaggio nel 
favellare del Cavalcanti, e di Cino, che anzi per 
essi nella sua ammirazione si mostrò anche pi à 
affettuoso e benevolo, nominando il Cavalcanti 
come il primo degli amici suoi, e sè stesso come 
l'amico di Cino. 

Di Fazio degli liberti Dante non potè parla- 
re, perchè quel discendente del gran Farinata 
visse mezzo secolo dopo di lui, ma noi non ab- 
biamo dubitato di aggiugnere anwhe le poche sue 
rime, perchè ne parvero per una intrinseca forza 
sollevarsi dalV altre di quelV età, e rappresentarci 
un uomo, che se non si fosse lasciato domare 
dalla sventura poteva essere veracemente poeta. 
Nè fra 1 suoi versi credemmo che si dovessero om~ 
mettere i sonetti sui peccati mort ili, per chè ci 
sembrarono mollo più vicini al suo stile, che 
a quello di Messer Antonio da Ferrara, cut al- 
tri li volle assegnare non pensando, che la sua 

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3 

canzone per la supposta morte del Petrarca è 
cosa tanto plebea da non poterglisi attribuire 
altro componimento, che mediocrissimo e pile. 

Nel pubblicare queste rime noi non abbiamo 
seguita particolarmente alcuna edizione, ma di 
tutte ci siamo serviti per emendare col riscon- 
tro moltissimi luoghi; e certo non è mancanza 
di buon volere, se alcuna volta per evitare un 
guasto peggiore abbiamo dovuta accogliere qual- 
che lezione, la cui falsità ne riusciva evidente. 
La sapienza del Perticari in. questi diffìcili studj 
non è ancora divenuta eredità di nessuno. 



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RIME 



DI 



DANTE ALIGHIERI 

LIBRO PRIMO 
SONETTO I 



jtX ciascun^ alma presa, e gentil core, 
Nel cui conspetto Tiene il dir presente, 
In ciò, che mi riscrivan suo parvente, 
Salute in lor Signor, cioè Amore. 
Già eran quasi che atterzate V ore 
Del tempo, eh 1 ogni stella è più lucente; , 
Quando in* apparve Amor subitamente, 
Cui essenza menibrar mi dà orrore: 
Allegro mi sembrava Amor tenendo 
Mio core in mano, e nelle braccia avea 
Madonna involta in un drappo dormendo: 
Poi la svegliava, e d'esto core ardendo 
Lei paventosa umilmente pascca: 
Appresso gir lo ne vedea piangendo. 




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6 RIME DI DANTE 

BALLATA I 
O voi, che per la via d'Amor passate,, 
Attendete, e guardate, 
S'egli è dolore alcun, quanto 1 *no, grave: 
E prego sol, eh 1 a udir mi so#criatc; 
E poi immaginate, 

S'io son d'ogni dolore ostello e chiave. 
Amor, non già per mia poca bontatfe, 

Ma per sua nobiliare, 

Mi pose in vita m dolce e soave; 

Ch'io mi sentia dir dietro assai fiate} 

Deh per qual degnitate 

Così leggiadro questi lo core ave? 
Ora ho perduta tutta mia baldanza, 

Che si movea d'amoroso tesoro; 

Ond'io pover dimoro 

In guisa, che di dir mi vien dottanza: 
Sicché volendo far come coloro, 

Che per vergogna celan lor mancanza, 

Di fuor mostro allegranza, 

E dentro dallo cor mi struggo e ploro. 
SONETTO il 
Piangete amanti, poiché piange Amore, 

Udendo qual ragion lui fa plorare. 

Amor Mute a pietà donne chiamare, 

Mostrando amaro duol per gli occhi fore ; 
Perchè villana morte in gentil core 

Ila messo il suo crudele adoperare, 

Guastando ciò, chq al mondo è da lodare" 

In gentil donna Inora dell 1 onore. 
Udite quanto Amor le fece orranza; 

Ch'io 'T \ idi lamentare in forma vera 

Sovra la morta immagine avvenente; 
E riguardava ver lo ciel sovente, 

Dove l'alma gentil già locata era, 

Che donna fu di si gaja sembianza» 



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LIBRO t 7 

BALLATA II 
Morte villana, e di pietà nemica, 

Di dolor madre antica, 

Giudizio incontrastabile gravoso, 

Poi e 1 hai dato matera al cor doglioso, 

Ond'io vado pensoso, 

Di te biasmar la lingua s'affatica: 
E se di grazia ti voTar mendica, 

Conviene sì ch'io dica 

Lo tuo fallir d'ogni torto tortoso; 

Non però, che a le genti sia nascoso $ 

Ma per farne cruccioso 

Chi d'amor per innanzi si nodrica. 
Dal secol hai partita cortesia, 

E ciò, che in donna è da pregiar, virtutej 

In gaja gioventù te 

Distrutta hai l'amorosa leggiadria. 
Più no vo' discovrir, cjual donna sia, 

Che per le proprietà sue conosciute. 

Chi non merta salute, 

No speri mai d'aver sua compagnia. 
SONETTO III 
Cavalcando l'altr'jer per un cammino, 

Pensoso dello andar che mi sgradia, 

Trovai Amor nel mezzo della via 

In abito legger di pellegrino: 
Nella sembianza mi parca meschino, 

Come avesse perduto signoria} 

E sospirando pensoso venia, 

Per non veder la gente, a capo chino: 
Quando mi vide, mi chiamò per nome, 

E disse: io vegno di lontana parte, 

Dove era lo tuo cor per mio volere j 
E recolo a servir novo piacere: 

Allora presi di lui sì gran parte, 

Ch'egli disparve, e non m'accorsi come. 



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« «IME DI DAKT» 

BALLATA III 

Ballata, io vo\che tu ritrovi Amore, 
E con Ini vadi a madonna davanti, 
bieche la scusa mia, la qual tu canti 
Ragioni poi con lei lo mio Signore. ' 

lu vai, ballata, sì cortesemente, 
Che, senza compagnia, 
Aver dovresti in tutte parti ardire: 
Ma, se tu vogli andar sicuramente 
Ritrova TAmor pria; ' 
Che forse non è buon senza lui gire : 
Perocché quella, che ti deve udire, 
S e (coiti' io credo) in ver di me adirata, 
oc tu di lui non fossi accompagnata 
Leggeramente ti furia disnore. ' 

Con dolce suono, quando se 1 con lui 
Comincia este parole, ' 
Appresso chiaverai chiesta pictate: 
Madonna, quegli, che mi manda a vui. 
Quando vi piaccia, vuole, 
Sed egli ha scusa, che la m'intendiate. 
Amore e qui, che per vostra beltate 
Lo face, come yuol, vista cangiare, - 
Dunque, prrcliè gli fece altra guardare 
Pensatel voi, da che non mutòM core. ' 

Dille: madonna, lo suo core è stato 
Con sì fermata fede, 

Ch'a voi servir gli ha pronto ogni pensiero, 

1 osto fu vostro, e mai non s J è smagato. 

Sed ella non ti crede, 

DP, che domandi Amor, sed egli è rero: 

Ed a la fine falle umil preghiere, 

Lo perdonare se le fosse a noja, 

Che mi comandi per messo, ch'io muoia, 

E vedrassi ubbidir buon «enidore. 



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LIBRO I £ 

E di 1 a colui, eli' è d'ogni pietà chiave, 
Avanti che sdonnei, 

Che le saprà contar mia ragion buona : • 

Per grazia della mia nota soave, 

ftiman tu qui con lei, 

E del tuo servo ciò che vuoi, ragiona: 

E s'ella per tuo priego gli perdona, 

Fa, che gli annunzi un bel sembiante pace. 

Gentil ballata mia, quando ti piace, 

Muovi in quel punto che tu n'aggi onore. 

SONETTO IV 

Tutti li miei pensi er parlan d'amore, 
Ed hanno in lor si gran varietate, 
Ch'altro mi fa voler sua pot estate, 
Altro folle ragiona il suo valore; 

Altro sperando m'apporta dolzore ; 
Altro pianger mi fa spesse fiate; 
E sol s'accordano in chieder pietate, 
Tremando di paura, eh' è nel core: 

Ond'io non so eia qual matera prenda; 
E vorrei dire; e non so, che mi dica; 
Cosi mi trovo in l'amorosa erranza: 

E se con tutti vo'fare accordanza, 
Convenemi chiamar la mia nemica 
Madonna la pietà, che mi difenda. 

SONETTO V 

Con l'altre donne mia vista gabbate; 
E non pensate, donna, onde si muova, 
Ch'io vi rassembri si figura nova, 
Quando riguardo la vostra bcltate; 

Se lo saveste, non porria pietate 
Toner più contra a me l'usata prora» 
Che quando Amor sì presso a voi mi trova, ' 
Prende baldanza, e tanta sicurtate, 



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Ì0 BIMÉ DI DÀfcTfc 

Ch'el fiere tra 1 miei spirti paurosi, 
E quale ancide^ e qual caccia di fora, 
Sicch'ei solo rimane a veder vui; 

Ond'io mi cangio in figura d'altrui; 
Ma non si, eh 1 io non senta bene allora 
Gli guai de' discacciati tormentosi. 
SONETTO VI 

Ciò, che m'incontra nella mente, muore, 
Quando vegno a veder voi, bella giojai 
E quand'io vi son presso, sento Amore, 
Che dice: fuggi, sei perir t'è noja: 

Lo Viso mostra lo color del core, 

Che tramortendo, ovunque può, s'appoja: 

E per la ebrietà del gran temore 

Le pietre par che gridin: muoja, muoja. 

Peccato fa, chi allora mi vide, 
Se l'alma sbigottita non conforta, 
Sol dimostrando, che di me gli doglia, 

Per la pietà, che '1 vostro gabbo occidc : 
La qual si cria nella vista morta 
Degli occhi, e 1 hanno di lor morte voglia. 
SONETTO VII 

Spesse fiate vehgommì alla mente 
L'oscure qualità, ch'Amor mi dona: 
E vienimene pietà, sicché sovente 
Io dico: lasso, avviene egli a persona? 

Ch'Amor m'assale subitanamente, 
Sicché la vita quasi m'abbandona: 
Campami un spirto vivo solamente, 
E quei riman, perchè di voi ragiona: 

Poscia mi sforzo, che mi voglio aitare; 
E così smorto, d'ogni valor voto, 
Vegno a vedervi credendo guarire: 

E, se io levo gli occhi per guardare, 
Nel cor mi s'incomincia uno tremuoto, 
Che fa de' polsi l'anima partire. 



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LIBRO I 

CANZONE I 



li 



Donne, ch'avete intelletto d'amore, 
Io vo' con voi della mia donna dire J 
Non perch'io creda sua loda finire, 
Ma ragionar per isfogar la mente. 
Io dico, che pensando il suo valore, 
Amor sì dolce mi si fa sentire; 
Che, s'io allora non perdessi ardire, 
Farei, parlando, innamorar la gente! 
Ed io non vo 1 parlar sì altamente, 
Ch'io divenissi per temenza vile: 
Ma tratterò del suo stato gentile 
A rispetto di lei leggeramente, 
Donne e donzelle amorose con vuì, 
Che non è cosa da parlarne altrui. 

Angelo chiama in divino intelletto^ 
E dice: Sire, nel mondo si vede 
Meraviglia nell'atto, che procede 
D'una anima, che fin quassù risplende: 
Lo cielo, che non ave altro difetto 
Che d'aver lei, al suo signor la chiede: 
E ciascun santo ne grida mercede: 
Sola pietà nostra parte difende: 
Che parla Iddio, che di madonna intende ì 
Diletti mici, or sofferite in pace, 
Che vostra speme sia quanto mi piace. 
Là ove è alcun, che perder lei s' attende* 
E che dirà nello inferno a'malnati: 
Io vidi la speranza de' beati. 

Madonna è desiata in sommo cielo: 
Or vo'di sua vcrtù farvi sapere: 
Dico: qual vuol gentil donna parere 
Vada con lei; che quando va per via, 
Gitta ne' cor villani Amore un gelo; 
Perch'ogni lor pensiero aggiaccia e perei 



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■1 RIME Df DUTTR 

E qua! soffrisse di stari* a vedere, 
Diventa nobil cosa, o si morria: 
£ quando trova alcun, che degno sìa v 
Di veder lei, quei prova sua vertute ; 1 
Che gli addtvien ciò, che gli dà salute ; 
E sì l'umilia, ch'ogni offesa obblia: 
Ancor V ha Dio per maggior grazia dato, 
Che non può mal finir, chi l'ha parlato. 

Dice di lei Amor: cosa mortale 

Come esser puote si adorna e pura? 
Poi la riguarda, e fra se stesso giura, 
Che Dio n'intende di far cosa nova. 
Color di perla quasi in forma, quale 
Convene a donna aver, non fuor misura: 
Ella è quanto di ben può far natura : 
Per esempio di lei beltà si prova : 
Degli occhi suoi, come ch'ella gli mova, 
Escono spirti d'amore infiammati, 
Che fìeronglì occhi a qua], chealtor gli guati, 
E passan si, che'l cor ciascun ritrova: 
Voi le vedete Amor pinto nel viso, 
Là, u'non puote alcun mirarla fiso. 

Canzone, io so, che tu girai parlando 
A donne assai, quando t'avrò avanzata: 
Or t'ammonisco, perch'io t'ho allevata 
Per figliuola d'Amor giovene e piana, 
Che dove giugni, tu dichi pregando: 
Insegnatemi gir: ch'io son mandata 
A quella, di cui loda io sono ornata: 
E se non vuogli andar, siccome vana, 
Non ristare ove sia gente villana: 
Ingegnati, se puoi, d'esser palese 
Solo con donna, o con uomo cortese, 
Che ti morranno per la via tostana: 
Tu troverai Amor con esso lei; 
I accomandami a lui, come tu dèi 



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LUBO 1 



SONETTO Vili 

Amore, e 1 cor gentil sono una cosa, 
Siccome il saggio in suo dittato pone : 
E così esser Fun senza V altro osa, 
Com'alma razionai senza ragione. 

Fagli natura, quando è amorosa, 
Amor pregiare il cor per sua magione $ 
Dentro alla qual dormendo si riposa 
Tal yolta brieve, e tal lunga stagione. 

Beliate appare in saggia donna puì, 
Che piace agli occhi) sicché dentro al core 
Nasce un desio della cosa piacente : 

E tanto dura talora in costui, 
Che fa svegliar lo spirito dimore: 
E simil face in donna uomo valente. 

SONETTO IX 

Negli occhi porta la mia donna Amore ; 

Perche si fa gentil ciò, ch'ella mira: 

Ove ella passa ogni uom ver lei si gira, 

E cui saluta fa tremar lo core ; 
Sicché bassando il viso tutto smuore, 

Ed ogni suo difetto allor sospira : 

Fugge dinanzi a lei superbia, ed ira. 

Ajutatemi, donne, a farle onore. 
Ogni dolcezza, ogni penserò umile 

Nasce nel core a chi parlar la sente, 

Onde è laudato chi prima la vide : 
Quel, ch'ella par, quand'un poco sorride, 

Non si può dicer, ne tenere a mente} 

Sì è nuovo miracolo, gentile. 



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l4 BI»*E DI DANTE 

SONETTO X 

Voi, che portate la sembianza umile 
Cogli occhi bassi mostrando dolore, 
Onde venite, che '1 vostro colore, 
Par divenuto di pietra simile? 

Vedeste voi vostra donna gentile 

Bagnar nel viso suo di pianto Amore ? 
Ditelmi, donne, che mei dice il core ; 
Perch'io vi veggio andar senza atto vile: 

E, se venite da tanta pietate, 

Piacciavi di ristar qui meco alquanto, 
E che che sia di lei, noi mi celate: 

Io veggio gli occhi vostri c 1 hanno pianto , 
E veggiovi venir sì sfigurate, 
Che U cor mi trema di vederne tanto. 

SONETTO XI 

Se 1 tu colui, e 1 hai trattato sovente 
Di nostra donna, sol parlando a nui ? 
Tu risomigli alla voce ben lui 5 
Ma la figura ne par d 1 altra gente: 

Deh perchè piangi tu sì coralmente, 
Che fai di te pietà venire altrui ? 
Vedcstu pianger lei 5 che tu non pui 
Punto celar la dolorosa mente ? 

Lascia piangere a nói, e triste andare, 
( E fa peccato, chi mai ne conforta) 
Che nel suo pianto V udimmo parlare. 

Ella ha nel viso la pietà sì scorta, 
Che qual V avesse voluta mirare 
Saria dinanzi a lei caduta morta. 



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LIBRO I 



i5 



CANZONE II 

Donna pietosa, e di novella etate, 
Adorna assai di gentilezze umane, 
Era là v'io chiamava spesso morte : 
Veggendo gli occhi miei pien di pietatc 3 
Ed ascoltando le parole vane, 
Si mosse con paura a pianger forte: 
E T altre donne, che si furo accorte 
Di me per quella che meco piangia, 
Fecer lei partir via ; 
Ed appressàrsi per farmi sentire. 
Qual dice: non dormire; 
E qual dice: perchè sì ti sconforto? 
Allor lassai la nova fantasia, 
Chiamando il nome della donna mia. 

Era la voce mia sì dolorosa, 

E rotta sì dall 1 angoscia e dal pianto, 
ChMo solo intesi il nome nel mio core: 
E con tutta la vista vergognosa, 
Ch'era nel viso mio giunta cotanto, 
Mi fece verso lor volgere Amore : 
Egli era tale a veder mio colore, 
Clic facea ragionar di morte altrui : 
Deh confort iam costui, 
Pregava Tuna l'Ultra umilcmcnte; 
E dicevan sovente: 
Che vedestu, che tu non hai valore? 
E quando un poco confortato fui, 
Io dissi : donne, dicerollo a vui. 

3Jcnlre io pensava la mia frale vita, 
E vedea il suo durar rome è leggero ; 
Piauscini Amor nel core, ove dimora: 
IVrchè V anima mia fu sì smarrita, 
Clic sospirando dicea nel pensiero : 
Ben converrà, che la mia donna mora. 

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l6 RIME DI DAKTB 

Io presi tanto smarrimento allora, 
ChMo chiusi gli occhi vilmente gravati ; 
E furo sì smagati 

Gli spirti mici, che ciàscun giva errando: 

E poscia immaginando 

Di conoscenza, e di verità fuora, 

Visi di donne m^apparver crucciati, 

Che mi dicien pur : morrati, morratL 

Poi vidi cose d ubi tose molte 

Nel vano immaginare, ov^io entrai : 

E d 1 esser mi parea non so in qual loco} 

E veder donne andar per via disciolte, 

Qual lacrimando, e qual traendo guai , 

Che di tristizia saett avari foco. 

Poi mi parve veder appoco appoco 

Turbar lo sole, ed apparir la stella, 

E pianger egli ed ella, 

Cader gli augelli volando per IVrCi 

E la terra tremare; 

E uom m'apparve scolorito, e fioco, 

Dicendomi: che fai? non sai novella? 

Morta è la donna tua, eh 1 era sì bella. 

Levava gli occhi miei bagnati in pianti; 
E vedea, che parean pioggia di manna 
Gli Angeli, che tornavan suso in ciclo; 
Ed una nuvoletta avean davanti, 
Dopo la qual grìdavan tutti: Osanna; . 
E s'altro avesscr detto, a voi dire lo. « 
Allor diceva Amor: più non ti celo; 
Vieni a veder nostra donna, che giace. 
L'immaginar fallace 
Mi condusse a veder madonna moria. 
E quando Tavca scorta, 
Vedea, che donne la covrian d'un velo; 
Ed avea seco una umiltà verace. 
Che parca! che dicesse : io son in pace. 

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LIBRO I I7 

Jo diveniva nel dolor sì umile, 

Veggendo in lei tanta umiltà formata, 

Ch'io dicea: Morte, assai dolce ti tegnoj 

Tu dèi ornai esser cosa gentile, 

Poiché tu se' nella mia donna stata; 

E dèi aver pietate, e non disdegno: 

Vedi, che sì .desideroso vegno 

D'esser de' tuoi, eh 1 io ti somiglio in fede. 

Vieni, che '1 cor ti chiede. 

Poi mi partia, consumato ogni duolo: 

E, quancTio era solo, 

Dicea guardando verso V alto regno: 

Beato, anima bella, chi ti vede. 

Voi mi chiamaste allor, vostra mercede. 

SONETTO XII 

Io mi senti 1 svegliar demro dal core 
Un sjpirito amoroso, che dormia: 
E poi vidi venir da lunge Amore 
Allegro sì, che appena il conoscia ; 

Dicendo: or pensa pur di farmi onorej 
E J n ciascuna parola sua ridia: 
E poco stando mero il mio Signore, 
Guardando In quella parte, onde ei venia, 

Io vidi monna Vanna, e monna Bice 
Venire in ver lo loco là v 1 io era, 
E 1 una appresso dell 1 altra meraviglia: 

E, siccome la mente mi ridire, 

Amor mi disse: questa è primavera; 

E quella ha nome Amor; sì mi somiglia. 

SOxNETTO XIII 

Tanto gentile, e tanto onesta pare 

La donna mia. quandVlìa altrui saluta, 
Ch'ogni lingua diven tremando muta, , 
E gli occhi non ardiscon di guardare. 
iume a 



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1*8 niMB m DJLNTB 

Ella sen va, sentendosi laudare, 
Benignamente d'umiltà vestuta: 
E par che sia una cosa venuta 
Di cielo in terra a miracol mostrare. 

Mostrasi sì piacente a chi la mira, 

Che dà per gli occhi una dolcezza al core, 
Che 'ntender non la può, chi non la prova 

E par, che della sua labbia si muova 
Un spirito soave, e pien d 1 amore, 
Che va dicendo all'anima: sospira. 

SONETTO XIV 

Vede perfettamente ogni salute, 

Chi la mia donna tra le donne vede : 
Quelle, che vanno con lei, son tenute 
Di bella grazia a Dio render mercede : 

E sua beltate è di tanta vertute, 

Che nulla invidia air altre ne procede} 
Anzi le face andar seco vestute 
Di gentilezza, dimore, e di fede. 

La vista sua face ogni cosa umile, 
E non fa sola se parer piacente, 
Ma ciascuna per lei riceve onore: 

Ed è negli atti suoi Unto gentile, 
Che nessun la si può recare a mente, 
Che non sospiri in dolcezza d 1 amore. 

FRAMMENTO DI CANZONE 

Si lungamente rn^ia tenuto Amore, 
E costumato alla sua signoria ; 
Che, cosi rome 1 mYra forte impria, 
Cosi mi sta soave ora nel core. 
Però quando mi tolle sì 'I valore, 
Che gli spiriti par che fuggan via, 
Allor sente la frale anima mia 
Tanta dolcezza, che il viso ne smuorc: 



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LIBRO I 

Poi prende amore in me tanta vertute, 
Che fa gli spirti mici andar parlando j 
Ed escon fuor chiamando* 
La donna mia per darmi più salute: 
uesto m'avvene ovunque ella mi vede; 
si è cosa umll, che noi si crede. 

CA.NZONE III 

Gli occhi dolenti per pietà del core 
Hanno di lagritnar sofferta pena; 
Sicché per vinti san rimasi ornai : 
Ora, s'io voglio sfogare il dolore, 
Ch'appoco appoco alla morto mi mena, 
Convienimi di parlar traendo guai: 
E perchè '1 mi ricorda, ch'io parlai 
Della mia donna, mentre che vivia, 
Donne gentili volentier con vuij 
Non vo'parlare altrui, 
Se non a cor gentil, che^n donna sia: 
E dicerò di lei piangendo pui, 
Che se n'è ita in ciel subitamente 5 
Ed ha lasciato Amor meco dolente. 

Ita n"è Beatrice in alto ciclo, 

Nel reame, ove gli Angeli hanno pace; 

E sta con loro; e voi donne ha lasciate: 

Non la ci tolse qualità di gelo, 

Nè di calor, siccome l'altre face: 

Ma sola fu sua gran beniguitate, 

Che luce della sua umilitate. 

Passò li cieli con tanta vertute, 

Che fé 1 meravigliar lo eterno Sire 5 

Sicché dolce desire 

Lo giunse di chiamar tanta salute; 

E fella di quaggiù a sé venire 5 

Perchè vedea, ch'està vita nojosa 

Non era degna di sì gentil cosa. 

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00 KIME DI DAKTE 

Partissi della sua bella persona 
Piena di grazia 1' anima gentile; 
Ed essi gloriosa In loco degno. 
Chi non la piange, quando ne ragiona, 
Core ha di pietra, si malvagio e vile, 
Ch'entrare non vi può spirto benegno. 
Non è di cor villan sì alto ingegno, 
Che possa immaginar di lei alquanto: 

\E però non gli vien di pianger voglia: 
jla vien tristizia, e doglia 
Di sospirar, e di morir di pianto, 
£ a 1 ogni consolar 1' anima spoglia, 
Chi vede nel penserò alcuna volta 
Quale ella fu; e come ella n'è tolta. 

Dannomi angoscia li sospiri forte, 
Quando il penserò nella mente grave 
Mi reca quella, che m'ha il cor diviso: 
£ spesse tìate pensando alla morte 
Me ne viene un desio tanto soave, 
Che mi tramuta lo color nel viso: 
Quando V immaginar mi vien ben 6so, 
Giungenti tanta pena d'ogni parte, 
Ch'io mi riscuoto per dolor, ch'io sento; 
E si fatto divento, 
Che dalle genti vergogna mi parte: 
Poscia piangendo, sol nel mio lamento 
Chiamo Beatrice; e dico: or sci tu morta; 
E mentre, ch'io la chiamo, mi conforta. 

Pianger di doglia, e sospirar di angoscia 
Mi strugge, il core, ovunque sol mi truovo: 
Sicché ne increscerebbe a chi 'l vedesse : 
E quale è stata la mia vita poscia, 
Che la mia donna andò nel secol nuovo, 
Lingua non è, che dicer lo sapesse: 
E però, donne mie, perch'io volesse, 
Non vi saprei ben dicer quel, ch'io sono; 



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LIBRO I 2| 

Si mi fa travagliar l'acerba vita; 
La quale è sì invilita, 

Che ogn'uomo par mi dica: io V abbandono ; 
Vedendo la mia labbia tramortita. 
Ma qual, eh' io sia, la mia donna se 1 1 vede ; 
"Ed io ne spero ancor da lei mercede. 
Pietosa mia Canzone, or va piangendo ; 
E ritrova le donne, e le donzelle, 
A cui le tue sorelle 
Erano usate di portar letizia; 
E tu, che sei figliuola di tristizia, 
Vattene sconsolata a star con elle. 

SONETTO XV 

Venite a intender li sospiri miei, 
O cor gentili, che pietà il desia; 
Li quali sconsolati vanno via; 
E se non fosser, di dolor morrei: 

Perocché gli occhi mi sarebber rei 
Molte fiate più, ch v io non vorria, 
Lasso, di pianger sì la donna mia, 
Ch'affogherieno il Cor, piangendo lei : 

Voi udirete lor chiamar sovente 

La mia donna gentil, che se n'è gita 
Al secol degno della sua vertute, 

E dispregiare talor questa vita, 
In persona dell 1 anima dolente 
Abbandonata dalla sua salute. 

BALLATA IV 

Quantunque volte, lasso, mi rimembra, 
Ch'io non debbo giammai 
Veder la donna, ond'io vo si dolente ; 
Tanto dolore intorno al cor m'assembra 
La dolorosa mente, 

Ch'io dico; anima mia, che non ten vai? 



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33 RtME M &ÀKTE 

Che li tormenti, che tu porterai 
Nel secol, che t'è già tanto nojoso, 
Mi fan pensoso di paura forte: 
Ond'io chiamo la morte 
Come soave, dolce mio riposo: 
E dico: vien^a me 5 con tanto amore, 
ChMo sono astioso di chiunque muore. 
E 1 si raccoglie negli miei sospiri 
Un suono di piotate, 
Che va chiamando morte tuttavia: 
A lei si volser tutti i miei desiri, 
Quando la donna mia 
Fu giunta dalla sua crud ditate: 
Perchè '1 piacere della sua beliate, 
Partendo sé dalla nostra veduta, 
Divenne spiritai bellezza grande, 
Che per lo cielo spande 
Luce d^amor, che gli Angeli saluta; 
E lo intelletto loro alto, e sottile 
Face meravigliar: tanto è gentile! 

SONETTCXXVI 

Era venuta nella mente mia 

La gentil donna, che per suo valore 
Fu posta dair altissimo Signore 
Nel ciel dell 1 umiltà, dov^ Maria. 

Amor, che nella mente la sentia, 
SVra svegliato nel distrutto core; 
E diceva a 1 sospiri: andate forej 
Perchè ciascun dolente sen partia: 

Piangendo uscivan fuori del mio petto, 
Con una voce, che sovente mena 
Le lagrime dogliose agli orchi tristi: 

Ma quelli, che n'uscian con maggior pena, 
Venien dicendo: o nobile intelletto, 
Oggi fa Panno, che nel ciel salisti. 



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LIBRO I 



SONETTO XVII 

Videro gli occhi mici quanta pie tate 
Era apparita in la vostra figura, 
Quando guardaste gli atti, e la statura. 
Ch'io facìa per dolor molte fiate: 

Allor m' accorsi, che voi pensavate 
La qualità della mia vita oscura : 
Siccnè mi giunse nello cor paura 
Di dimostrar negli occhi mia viltate: 

E tolsimi dinanzi a voi, sentendo, 
Che si movean le lagrime dal core, 
Ch'eran sommosse dalla vostra vista. 

Io dicea poscia nell 1 anima trista: 

Ben è con quella donna quello Amore, 
Lo qual mi face andar così piangendo. 

SONETTO XVIII 

Color d'amore, e di pietà seminanti 
Non preser mai così mirabilmente 
Viso di donna, per veder sovente 
Occhi gentili, e dolorosi pianti; 

Come lo vostro, qualora davanti 
Vedetevi la mia labbia dolente j 
Sicché per voi mi vien cose alla mente, 
Ch'io temo forte, no lo cor si schianti. 

Io non posso tener gli occhi distrutti, 
Che non riguardin voi molte fiate, 
Per desiderio di pianger, ch'egli hanno j 

E voi crescete sì lor volontate, 
Che della voglia si consuman tutti, 
Ma lagriraar dinanzi a voi non sanno» 



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9$ RIME DI DAKTS 

SONETTO XIX 

L'amaro lagrimar, che voi faceste, 
Occhi miei così lunga stagione, 
Facea meravigliar V alt re persone 
Della pietate, come voi vedeste : 

Ora mi par, che voi l'obbliereste, 
S'io fossi dal mio lato sì fellone, 
Ch'io non ven disturbassi ogni cagione, 
Memorandovi colei, cui voi piangeste. 

La vostra vanità mi fa pensare, 
E spaventami sì, eh 1 io temo forte 
Del viso d'una donna, che vi mira. 

Voi non dovreste mai, se non per morte, 
La nostra donna, eh' è morta, obbliarc; 
Così dice il mio core, e poi sospira. 

SONETTO XX 

Gentil pensiero, che parla di vui, 
Sen viene a dimorar meco sovente: 
E ragiona d'amor sì dolcemente, 
Che face consentir lo core in lui. 

L'anima dice al cor: chi è costui, 

Che viene a consolar la nostra mente; 
Ed è la sua vertù tanto possente 
Ch'altro pensier non lascia star con nui? 

Ei le risponde : o anima pensosa, 

8uesti è uno spirilel nuovo d'amore, 
\ic reca innanzi a me li suoi desiri} 
E la sua vita, e tutto il suo valore, 
Mosso è dagli occhi di cpella pietosa, 
Che si turbava de' nostri martiri. 



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Limo t 



SONETTO XXI 

Lasso, per forza de 1 molti sospiri» 

Che nascon di pensier, che soa nel core, 
Gli occhi son vinti, e non hanno valore 
Di riguardar persona, che gli miri: 

E fatti son, che pajon due desiri 
Di lagrimare, e di mostrar dolore; 
E spesse volte piangon sì, eh 1 Amore 
Gli cerchia dì corona di martìri. 

Questi pensieri, e gli sospir, ch'io gitto, 
Diventan dentro al cor sì angosciosi, 
Ch'Amor vi tramortisce, sì glien duole s 

Perocch 1 egli hanno in se gli dolorosi 
Quel dolce nome dì Madonna scritto, 
E dalla morte sua molte parole. 

SONETTO XXII 

Deh pellegrini, che pensosi andate 
Forse di cosa, che non v'è presente, 
Venite voi di sì lontana gente, 
Come alla vista voi ne dimostrate ? 

Che non piangete, quando voi passate 
Per lo suo mezzo la città dolente, 
Come quelle persone, che niente 
Par che intendesser la sua gravitate? 

Se voi restate per volerlo udire, 
Certo lo core ne 1 sospir mi dice, 
Che lagrìmando n'uscireste pui: 

Ella ha perduta la sua Beatrice: 

E le parole, ch'uom di lei può dire, 
Hanno vertù di far piangere altrui. 



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RIME DI DANTE 



SONETTO XXIII 

Oltre la spera, che più larga gira, 
Passa 'l sospiro, ch'esce del mio corej 
Intelligenzia nova, che l 1 Amore 
Piangendo mette in luì, pur su lo tira: 
Quando egli è giunto là, ov'el desira, 
Vede una donna, che riceve onore, 
E luce sì, che per lo suo splendore 
Lo pellegrino spirito la mira. 
Vedela tal, che, quando il mi ridice, 
Io non lo intendo, sì parla sottile 
Al cor dolente, che lo fa parlare. 
So io, clipei parla di quella gentile $ 
Perocché spesso ricorda Beatrice, 
Sicch'io lo intendo ben, donne mie care. 

LIBRO II 

BALLATA I 

Fresca rosa novella, 

Piacente Primavera, 

Per prata, e per rivera 

Gajamente cantando, 

Vostro fin pregio mando alla verdura. 
Lo vostro pregio fino 

In gio' si rinnovclli 

Da grandi e da zitelli 

Per ciascuno cammino; 

E cantino gli augelli, 

Ciascuno in suo latino, 

Da sera, e da mattino 

Su li verdi arbuscelli; 
; Tutto lo mondo canti, 



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LIBRO II 

Poiché lo tempo vene, 

Siccome si convene 

Vostra altezza pregiata, 

Che sete angelicata criatura. 
Angelica sembianza 

In voi, donna, riposa: 

Dio, quanto avventurosa 

Fu la mia disianza! 

Vostra cera giojosa, 

Poiché passa ed avanza 

Natura e costumanza, 

Bene è mirabil cosa: 

Fra lor le donne Dea 

Vi chiaman, come sete; 

Tanto adorna parete, 

Ch'io non saccio contare;" 

E chi porria pensare oltr'a natura? 
Oltra natura umana 

Vostra fina piacenza 

Fece Dio, per essenza 

Che voi foste sovrana; 

Perchè vostra parvenza 

Ver me non sia lontana; 

Or non mi sia villana 

La dolce provedenza: 

£ se vi pare oltraggio, 

Ch'ad amarvi sia dato, 

Non sia da voi biasmato; 

Che solo amor mi sforza, 

Contra cui non vai forza, né misura, 

SONETTO I 

Parole mie, che per lo mondo siete ;^ 
Voi, che nasceste poich'io cominciai 
A dir per quella donna, in cui errai; 
Voi che intendendo il terzo del movete 



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2$ RIME UT" VXSm 

Andatevene a4ei, che la sapete, 

Piangendo sì, eh 1 ella oda i nostri guai: 
Ditele: noi sem vostre 5 dunqae ornai 
Più, che noi senio, non ci Tederete. 

Con lei non state, che non v'è Amore; 
Ma gite attorno in abito dolente, 
A guisa delle vostre antiche suore: 

Quando trovate donne di valore, 
Gittatevile appiedi u mitemente, 
Dicendo; a voi dovem noi fare onore. 

SONETTO II 

O dolci rime, che parlando andate 
Della donna gentil, che P altre onora, 
A voi verrà, se non è giunto ancora, 
Un, che direte: questi e nostro frate: 

Io vi scongiuro, che non lo ascoltiate, 
Per quel Signor, che le donne innamora; 
Che nella sua sentenza non dimora 
Cosa, che amica sia di ventate. 

E se voi foste per le sue parole 
Mosse a venire in ver la donna vostra, 
Non vi arrestate, ma venite a lei: 

Dite: Madonna, la venuta nostra 
È per raccomandare un che si duole, 
Dicendo: ov'è'l desio degli occhi miei? 

SONETTO III 

Questa donna, ch'andar mi fa pensoso, 
Porta nel viso la virtù d'Amore; 
La qual risveglia dentro nello core 
Lo spirito gentil, che v'era ascoso: 

Ella nrha fatto tanto pauroso, 

Posciach'io vidi il mio dolce Signore 
Negli occhi suoi con tutto il suo valore, 
Ch'io le to presso, « riguardar non Poter} 



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L1BS0 II !K) 

E quando avviene, che questi occhi miri, 
Io veggo in quella parte la salute. 
Che r intelletto mio non vi può gire: 

AUor si strugge si la mia vertute, 
Che r anima, che muove gli sospiri, 
S 1 acconcia per voler da lei partire. 

SONETTO IV 

Chi guarderà giammai senza paura 
Negli occhi d'està bella pargoletta, 
Che m 1 hanno concio sì, che non s'aspetta 
Per me se non la morte, che m'è dura? 

Vedete quanto è forte mia ventura, 
Che fa tra V altre la mia vita eletta, 
Per dare esempio altrui, eh' uom non si metta 
A rischio di mirar la sua figura: 

Destinata mi fu questa finita, 

Dacché un uom con venia esser disfatto, 
Perch' altri fosse di pericol tratto: 

E però lasso fu" 1 io cosi ratto 

In trarre a mc'l contrario della vita, 
Come vertù di stella margherita. 

SONETTO V 

Dagli occhi della mia donna si muove 
Un lume sì gentil, che dove appare, 
Si veggion cose cW uom non può ritrare 
Per loro altezza, e per loro esser nove: 

E da'* suoi raggi sopra 1 mio cor piove 
Tanta paura, che mi fa tremare; 
E dico: qui non voglio mai tornare; 
Ma poscia peYdo tutte le mie prove: 

E tornomi colà dov'io son vinto, 
Riconfortando gli occhi paurosi, 
Che sentir prima questo gran valore : 



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3o RIME DI DAHTE 

Quando son giunto, lasso, ed ei son chiusi , 
El desio, che gli mena, qui è stinto: 
Però proveggia del mio stato Amore. 

SONETTO VI 

Lo fin piacer di quello adorno viso 

Compose il dardo, che gli occhi lanciaro 
Dentro dallo mio cor, quando giraro 
Ver me, che sua beltà guardava fiso: 

Allor sentii lo spirito diviso 

Da quelle membra, che se ne turbaro; 
E quei sospiri, che di forc andaro, 
Dicean piangendo, che '1 core era anciso; 

Là, u 1 dipoi mi pianse ogni pensiero 
Nella mente dogliosa, che mi mostra 
Sempre davanti lo suo gran valore: 

Ivi un di loro in questo modo al core 
Dice*, pietà non e la vertù nostra, 
Che tu la truovi; e però mi dispero. 

BALLATA II 

Poiché saziar non posso gli occhi miei 

Di guardare a madonna il suo bel viso, 

Mirerol tanto fiso, 

Ch'io diverrò beato, lei guardando. 
A guisa d'Angcl, che di sua natura, 

Stando su in altura, 

Divcn beato, sol vedendo Iddio; 

Così essendo umana criatura, 

Guardando la figura 

Di questa donna, che tene il cor mio, 

Poria beato divenir qui io; 

Tant'è la sua vertù, che spande c porge, 

Awegna non la scorge, 

Se non chi lei onora destando. 



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LIBRO II 3l 

BALLATA III 

o mi son pargoletta bella, e nova; 
£ son venuta per mostrarmi a vui 
Delle bellezze e loco, donò 0 io fui. 

o fui del cielo, e tornerowi ancora. 
Per dar della mia luce altrui diletto s 
E chi mi vede, e non se ne innamora, 
D'Amor non averà mai intelletto; 
Che non gli fu in piacere alcun disdetto, 
Quando natura mi chiese a colui, 
Che volle, donne, accompagnarmi a vui. 

Ciascuna stella negli occhi mi piove 
Della sua luce, e della sua vertute: 
Le mie bellezze sono al mondo nove; 
Perocché di lassù mi son venute; 
Le quai non posson esser conosciute, 
Se non per conoscenza d'uomo, in cui 
Amor si metta, per piacere altrui. 

Queste parole si leggon nel viso 

D' una Angioletta, che ci è apparita: 
Ond'io, che per campar la mirai Oso, 
Ne sono a rischio di perder la vita; 
Perocch'io ricevetti tal ferita 
Da un, ch'io vidi dentro agli occhi sui, 
Ch'io vo piangendo, e non m'acquetai pui. 

SONETTO VII 

E 1 non è legno di sì forti nocchi, 
Né anco tanto dura alcuna pietra, 
Ch'està crudel, che mia morte perpetra, 
Non vi mettesse amor co'suoi begli occhi; 

Or dunque s'ella incontra uom, che l'adocchi, 
Ben gli de' '1 cor passar, se non s'arretra; 
Ond' el convien morir ; che mai no impetra 
Mercè, eh' il suo dever pur si spanocchi. 



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33 RIME DI DAVTE 

Deh, perchè tanta vertù data fue 
Agli occhi d'una donna così acerba, 
Che suo fedel nessuno in vita serba ? 

Ed è contea pietà tanto superba. 

Che s'altri rauor per lei, noi mira piuej 
Anzi gli asconde le bellezze sue? 

SONETTO Vili 

Ben dico certo, che non è riparo, 
Che ritenesse de 1 suoi occhi il colpo: 
E questo gran valore io non incolpo; 
Ma'l duro core d'ogni mercè avaro. 

Che mi nasconde il suo bel viso chiaro, 
Onde la piaga del mio cor rimpolpo j 
Lo qual niente lacrimando scolpo v 
Ne muovo punto col lamento amaro. 

Così è tuttavia bella e crudele, 

D'Amor selvaggia, e di pietà nemica; 

Ma più m'incresce, che convien, ch'io 1 dica. 

Per forza del dolor, che m'affatica; 
Non perch'io contr'a lei porti alcun felc; 
Che vie più che me l'amo, e son fedele. 

SONETTO IX 

Io son sì vago della bella luce 

Degli occhi traditor, che m'hanno oeeiso, 
Che là dove io son morto, e son deriso, 
La gran vaghezza pur mi riconduce: 

E quel, che pare, e miei, che mi traluce, 
M'abbaglia tanto 1 uno e l'altro viso, 
Che da ragione, e da vertù diviso 
Segno solo il disio, com'ei m'è duce: 

Lo qual mi mena pien tutto di fede 
A dolce morte sotto dolce inganno, 
Che conosciuto solo è dopo il danno: 



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LIBRO li 33 

£ mi duol forte del gabbato affanno; 
Ma più m 1 incresce (lasso) che si vede 
Meco pietà, tradita da mercede. 

SONETTO X 

Io maladico il dì, ch 1 io vidi imprima 
La luce dc 1 vostri occhi traditori, 
ET punto, che veniste in sulla cima 
Del core a trarne r anima di fuori: 

E maladico i 1 amorosa lima, 

Ch'ha pulito i miei motti, e bei colori, 
Ch^io ho per voi trovati, e messi in rima, 
Per far, che il mondo mai sempre v" 1 onori. 

E maladico la mia mente dura. 

Che ferina è di tener quel, che m 1 uccide j 
Cioè la bella, e rea vostra figura, 

Per cui Amor sovente si spergiura, 
Sicché ciascun di lui, e di me ride: 
Che credo tor la ruota alla ventura. 

SONETTO XI 

Nelle man vostre, o gentil donna mia, 
Raccomando lo spirito che muore: 
E 1 se ne va sì dolente, eh 1 Amore 
Lo mira con pietà, chel manda via. 

Voi mi legaste a la sua signoria 
Sì, chYnon ebbi poi alcun valore 
Di potergli dir altro, che: signore, 
Qualunque vuoi di me, quel voVhe sia. 

Io so che a voi ogni torto dispiace: 
Però la morte, chYnon ho servita, 
Molto più m -1 entra nello cor amara. 

Gentil mia donna, mentr'ho della vita, 
Per tal elisio mora consolalo in pace, 
Vi piaccia agli occhi miei non esser cara. 



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34 RIME DI DA5TK 

SONETTO XII 

Non v 1 accorgete voi <Tun che si muore, 
E va piangendo, sì si disconforta? 
Ppriego voi (se non ven sete accorta) 
Che voil miriate per lo vostro onore: 

Ei sen va sbigottito in un colore, 
Che 1 ! fa parere una persona morta, 
Con una doglia, che negli occhi porta, 
Che di levargli già non ha valore : 

E quando alcun pietosamente il mira, 
lì cuor di pianger tutto si distrugge} 
E P anima ne duol, sicché ne stride: 

E se non fosse, eh 1 egli allor si fugge} 
Sì alto chiama a voi, poiché suspira, 
Ch 1 altri direbbe : or sappiam chi l 1 uccide 

BALLATA IV 

Deh nuvoletta, che *n ombra d' Amore 
Negli occhi miei di subito apparisti ; 
Abbi pietà del cor, che tu feristi, 
Che spera in te, e desiando muore. 

Tu nuvoletta, in forma più che umana, 
Foco mettesti dentro alla mia mente 
Col tuo parlar, ch'ancide; 
Poi con atto di spirito cocente 
Creasti speme, che 'n parte mi è sana, 
Laddove tu mi ride: 
Deh non guardare, perche a lei mi fide; 
Ma drizza gli occhi al gran disio, che nTa 
Che mille donne già per esser tarde 
Sentito han pena dell 1 altrui dolore. 



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LIBRO 11 



35 



BALLATA V 

Io non domando, Amore, 

Fuorché potere il tuo piacer gradire; 
Cosi farao seguire 

In ciascun tempo, dolce il mio Signore. 
E sono in ciascun tempo egual d'amare 

Quella donna gentile, 

Che mi mostrasti, Amor, subitamente 

Un giorno, che m'entrò sì nella mente 

La sua sembianza umile, 

Veggendo te ne' suoi begli occhi stare, 

Che dilettare il core 

Dappoi non s'è voluto in altra cosa, 

Fuorchè'n quella amorosa 

Vista (ch'io vidi) rimembrar tuttfore. 
Questa membranza, Amor, tanto mi piace, 

E sì l'ho immaginata, 

Ch'io veggio sempre quel, ch'io vidi allora ; 
Ma dir non lo potria, tanto m'accora, 
Che sol mi s'è posata 
Entro alla mente, però mi do pace; 
Che'l verace colore 
Chiarir non si poria per mie parole : 
Amor (come si vole) 
Dil tu per me, là u' io son servitóre. 
Ben deggio sempre, Amore, 
Rendere a te onor, poiché desire 
Mi desti ad ubbidire 
A quella donna, eh' è di tal valore. 

SONETTO XIII 

Se vedi gli occhi miei di pianger vaghi 
Per novella pietà, ch'il cor mi strugge; 
Per lei ti priego, che da te non fugge, 
Signor, che tu di tal piacer isvughi 



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36 RIME DI DAR TE 

Con la tua dritta man; cioè, che paghi 
Chi la giustizia uccide, e poi ritugge 
Al gran tiranno, del cui tosco sugge, 
Ch'egli ha già sparto,e vuol, che'l mondo allaghi; 

E messo ha di paura tanto gelo 

Nel cuor de 1 tuoi fedei, che ciascun tace : 
Ma tu, fuoco d'Amor, lume del cielo, 

Questa vertù, che nuda 7 e fredda giace, 
Levala su vestita del tuo velo; 
Che senza lei non è in terra pace. 

SONETTO XIV 

Itolti volendo dir, che fosse Amore, 
Disser parole assai ; ma non poterò 
Dir di lui in parte, eh 1 assembrasse il vero, 
Né diffinir, qual fosse il suo valore; 

Ed alcun fu, che disse, ch'era ardore 
Di mente immaginato per pensiero: 
Ed altri disser, ch'era desidero 
Di voler, nato per piacer del core: 

Ma io dico, cirAmor non ha sostanza, 
Nè è cosa corporal, ch'abbia figura; 
Anzi è una passione in disianza, 

Piacer di forma, dato per natura: 

Sicché 1 ! voler del core ogni altro avanza; 
E questo basta fin che '1 piacer dura. 

SONETTO XV 

Per quella via, che la bellezza corre 

Quando a destare Amor va nella mente, 
Passa una donna baldanzosamente, 
Come coleij che mi si crede tórre. 

Quando ella e giunta appiè di quella torre, 
Che tace, quando l'animo acconsente, 
Ode una voce dir subitamente : 
Levati, bella donna, e non ti porre $ 



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Che quella donna, che di sopra siede, 
Quando di signoria chiese la verga, 
Come ella volse, Amor tosto le diede : 

E quando quella accomiatar si vede 
Di quella parte, dove Amore alberga, . 
Tutta dipinta di vergogna riede. 

SONETTO XVI 

Daijli occhi belli di questa mia dama 
Ci esce una vertù d'Amor sì pina, 
Ch'ogni persona, che la ve 1 , s'inchina 
A veder lei, e mai altro non brama. 

Beltà te e cortesia sua Dea la chiama; 
E fanno ben, eh' ella è cosa sì fina, 
Ch'ella non pare umana, anzi divina; 
E sempre sempre monta la sua fama. 

Chi Pania, come può esser contento 

Guardando le vertù, che 'n lei son tante 
E s'tu mi dici: cornei sai? che'l sento; 

Ma se tu mi domandi, e dici quante ? 
Non tei so dire; che non son pur cento. 
Anzi più d'infinite, e d'altrettante. 

SONETTO XVII 

Da quoti a luce, che H suo corso gira 
Sempre al voler dell' empiree sarte, 
E stando regge tra Saturno e Marte, 
Secondo che lo Astrologo ne spira, 

Quella, che in me col suo piacer ne aspira, 
D'essa ritraggo signorevol arte ; 
E quei, che dal ciel quarto non si parte, 
Le dà l'effetto della mia desira; 

Ancor quel bel pianeta di Mercuro 
Di sua vertute sua loquela tinge; 
E '1 primo ciel di se già non l' è duro. 

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38 RIME DI DÀPiTE 

Colei, che 1 terzo ciel di se costringe, 
Il cor le fa d'ogni eloquenza puro: 
Così di tutti i sette si dipinge. 

SONETTO XVIII 

Ahi lasso, eh' io credea trovar pietate, 
Quando si fosse la mia donna accorta 
Della gran pena, che lo mio cor porta j 
Ed io trovo disdegno e crudeltate, 

Ed ira forte in luogo d'umiltate; 

Sicch'io m' accuso già persona morta; 
Ch'io veggio, che mi sfida e mi sconforta 
Ciò, che dar mi dovrebbe sicwrtate: 

Però parla un pensier, che mi rampogna, 
Compio più vivo, no sperando mai, 
Che tra lei, e pietà pace si pogna: 

Onde morir pur mi conrene ornai ; 
E posso dir, che mal vidi Bologna, 
E quella bella donna, eh' io guardai. 

;ballata vi 

Donne, io non so, di che mi preghi Amore, 
Ched ei ^n'ancide, e la morte ni 1 è dura; 
E di sentirlo meno ho più paura. • 

Nel mezzo della mia mente risplende 

Un lume da' begli occhi, ond 1 io son vago, 

Che l'anima contenta; 

Vero è, che ad or ad or d'ivi discende 

Una saetta, che m'asciuga un lago 

Dal cor pria che sia spenta: 

Ciò face Amor, qual volta mi rammenta 

La dolce mano e quella fede pura, 

Che dovj ia la mia vita far sicura. 



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LIBRO II 



BALLATA VII 

Voi, che sapete ragionar cTAmorr, 
Udite la ballata mia pietosa, 
Che parla d' una donna disdegnosa, 
La qual ni 1 ha tolto il cor per suo valore. 

Tanto disdegna qualunque la mira, 
Che fa chinare gli occhi per paura; 
Che d'intorno da* suoi sempre si gira 
D^ogni crudeli tate una pintura; 
Ma dentro portan la dolce figura, 
Ch 1 all' anima gentil fa dir: mercede; 
Sì vertuosa, che, quando si vede, 
Trae li sospiri altrui fora del core. 

Par eh' ella dica : io non sarò umile 

Verso d'alcun, che negli occhi mi guardi 
Ch^io ci porto entro quel Signor gru t ile, 
Che m'ha fatto sentir degli suoi dardi: 
E certo io credo, che così gli guardi 
Per vedergli per se, quando le piace : 
A quella guisa donna retta face, 
Quando si mira per volere onore. 

Io no spero, che mai per la pietate 
Degnasse di guardare un poco altrui; 
Così è fera donna in sua teliate 
Questa, che sente Amor negli occhi sui; 
Ma quanto vuol nasconda > e guardi lui, 
Ch'io non veggia talor tanta salute; 
Perocché i miei desiri avran vertute 
Conlra il disdegno, che mi dà Amore. 

SONETTO XIX 

Madonne, deh vedeste voi Faltr' ieri 
Quella gentil figura, che mucide? 
Io dico, che quand'ella un po' sorride 
Ella distrugge tutti i miei pensieri; 

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40 RIME DI DASTE 

Sicrhè giu^ne nel cuor colpi si fiori, 
Clio della morte par, che mi disfide: 
Però, Madonne, qualunque la vide, 
Se l'incontrate pervia, ne' sentieri, 

Restatevi con lei per pietate; 
E umilmente la facete accorta, 
Che la mia vita per lei morte porta: 

E sVlla vuol, che sua mercè conforta 
V anima mia, piena di gravitate , 
A dirlo a me lontano lo mandate. 

SONETTO XX 

Voi, donne, che pietoso atto mostrate, 
Chi è està donna, che giace sì vinta? 
Sare^nai quella, eh' è nel mio cor pinta? 
Deh, s* ella è dessa, più non mei celate. 

Ben ha le sue sembianze sì cambiate, 
E la figura sua mi par sì spenta, 
Ch'ai mio parere ella non rappresenta 
Quella, che fa parer l'altre beate. 

Se nostra donna conoscer non puoi, 

Ciré sì conquisa, non mi par gran fatto; 
Perocché quel medesmo avvene a noi: 

Ma se tu mirerai al gentil atto 

Degli occhi suoi, cognoscerala poi s 
Non pianger più, tu sei già tutto sfatto. 

SONETTO XXI 

Onde venite voi così pensose? 

Ditemei, s^ voi piace, in cortesia; 
Ch 1 io ho dottauza, che la donna mia 
Non vi faccia tornar così dogliose: 

Deh, gentil donne, non siate sdegnose, 
Ne di ristare alquanto in questa via, 
E dire al doloroso, che disia 
Udir della sua donna alcune cose 5 



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LIBRO 11 4 ( 

Avvegna che gravoso nCè Y udire; 
Si m'ha in tutto Amor da se scacciato, 
Cir ogni suo atto mi trae a ferire: 

Guardate ben, s'io sono consumato; 
Ch'ogni mio spirto comincia a fuggire, 
Se dà voi, donne, non son confortato. 

CANZONE I 

Morte, poich'io non truovo, a cui mi doglia; 
Ne cui pietà per me muova sospiri, 
Ove eh io miri, o'n qual parte, ch'io sia; 
E perchè tu se 1 quella, che mi spoglia 
D'ogni baldanza, e vesti di martiri, 
E per me giri ogni fortuna ria; 
Perchè tu, Morte, puoi la vita mia 
Povera e ricca far, come a te piace; 
A te conven, eh 1 io drizzi la mia face, 
Dipinta in guisa di persona morta. 
Io vegno a te come a persona pia 
Piangendo, Morte, quella dolce pace, 
Che il colpo tuo mi tolle, se disface 
La donna, che con seco il mio cor porta; 
Quella, eh'è d'ogni ben la vera porta. 

Morte, qual sia la pace, che mi tolli, 
Perchè dinanzi a te piangendo vegno, 
Qui non l'assegno; che veder lo puoi, 
Se guardi gli occhi miei di pianti molli; 
Se guardi alla pietà, ch'ivi entro tegno; 
Se guardi al segno, ch'io porto de'tuoi: 
Deh se paura già co'eolpi suoi 
M'ha così concio, che farà'l tormento, 
S'io veggio il lume de'begli occhi spento, 
Che suole essere a'miei sì dolce guida? 
Ben veggio, che'l mio Gn consenti e vuoi : 
Sentirai dolce sotto il mio lamento : 
Ch'io temo forte già per quel, eh 1 io sento, 



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42 BIME DI DAlfTE 

Che per aver di minor doglia strida, 
Vorrò morire, e non fia chi m' occida. 

Morte, se tu questa gentile occidi, 
Lo cui sommo valore all'intelletto 
Mostra perfetto ciò, che'n lei si vede; 
Tu discacci vertù; tu la disfidi; 
Tu togli a leggiadria il suo ricetto; 
Tu Tallo effetto spegni di mercede; 
Tu disfai la beltà ch'ella possiede, 
La qual tanto di ben più, ch'altra luce, 
Quanto conven a cosa, che n'adduce 
Lume di cielo in criatura degna; 
Tu rompi e parti tanta buona fede 
Di quel verace Amor, che la conduce. 
Se chiudi, Morte, la sua bella luce, 
Amor potrà ben dire, ovunque regna: 
Io ho perduto la mia bella insegna. 

Morte, adunque di tanto mal t' incresca, 
Quanto seguiterà, se costei muore; 
Che fia'l maggiore, che seguisse mai: 
Distendi l'arco tuo sì, che non esca 
Pinta per corda la saetta fore, 
Che, per passare il core, messa v'hai: 
Deh qui mercè per Dio; guarda, che fai; 
Raffrena un poco il disfrenato ardire, 
Che già è mosso per voler ferire 
Questa, in cui Dio mise grazia tanta: 
Storte, deh non tardar merce, se l'hai; 
Clic mi par già veder lo cielo aprire, 
E gli Angeli di Dio quaggiù venire, 
Per volerne portar l'anima santa 
Di questa, in cui onor lassù si canta. 

Canzon, tu vedi ben, come è sottile 

Quel filo, a cui s'atten la mia speranza; 
E quel, che sanza questa donna io posso: 
Però con tua ragion piana! ed umile 



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LIBRO II 43 

Muovi, novella mia, non far tardanza; 
Ch'a tua fidanza s'è mio prego mosso: 
E con quella umiltà, che tieni addosso 
Fatli, pietosa mia, dinanzi a Morte, 
Siccli' a crudelità rompa le porte, 
E giungili alla mercè del frutto buono. 
E scegli avvien, che per te sia rimosso 
Lo suo mori al voler, fa, che ne -porte 
Novelle a nostra donna, e la conforte, 
Siedi 1 ancor faccia al mondo di se dono 
Questa anima gentil, di cui io sono. 

CANZONE II 

Ahi faulx ris, per qc trai hayes 
Oculos meos? et quid tibi feci, 
Che fallo ninnai così spietata fraude? 
Jam audissent verba mea Graeci: 
Sai omn aulres dames, e vous saves, 
Che 'ngannator non è degno di laude: 
Tu sai ben, come gamie 
Miscrum ejus cor, qui praestolatnr: 
Eu vai sperant, e par eie mi non cure : 
Ahi deu quantes mature, 
Atque fortuna ruinosa datur 
A colui, eh 1 aspettando il tempo perde, 
Nè giammai tocca di fioretto verde. 

Conqueror, cor suave, de te primo, 

Che per un matto guardamento d'occhi 
Vos non dovris aver perdu la loi: 
Ma e'mi piace, ch'ai dar degli stoeebi, 
Semper insurgunt contra me de limo; 
Don eu soi mort, e per la fed, quem troi 
Fort mi desplax; ahi pover moi, 
Ch'io son punito, ed aggio colpa nulla. 
Nec dicit ipsa: malum est de isto: 
Unde querelam sisto; 

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44 RIME DI DANTE 

Ella sa ben, che, se 1 mio cor si cruna, 
A plascr d'autre, qe de le amor le set 
Il tanfo cor grans pen en porteret. 

Ben avrà questa donna il cuor di ghiaccio, 
E tan dasprcs, qe per ma fed e sors, 
Nisi pietatem habuerit servo, 
Ben sai l'amors (seu ie non hai soccors) 
Che per lei dolorosa morte faccio; 
Neque plus vitam sperando conservo. 
V» omni meo nervo, 
SVlla non fai, ere per son sen verai, 
Io vegna a riveder sua faccia allegra : 
Ahi dio quanto è integra; 
Mas eu men dopt, si gran dolor en hai : 
Amorem versus me non tantum curat, 
Quantum spes in me de ipsa durat 

Canson, vos pognes ir per tot le mond ; 
Namque locutus sum in lingua trina, 
Ut gravis mea spina 

Si saccia per lo mondo, ogn 1 uomo il senta: 
Forse pietà n'avrà chi mi tormenta. 

LIBRO III 

CANZONE I 

Cosi nel mio parlar voglio esser aspro, 
Come è negli atti questa bella pietra; 
La quale ogn' ora impetra 
Maggior durezza, e più natura cruda; 
E veste sua persona d'un diaspro; 
Talché per lui, o pcrch'ella si arretra, 
Non esce di faretra 
Saetta, che giammai la colga ignuda: 

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LIBRO III 45 

Ed ella ancide, e non vai, ch'uora si chiuda, 
JVè si dilunghi da 1 colpi mortali ; 
Che come avesser ali, 
Giungono altrui, e spezzan ciascun' arme : 
Perch'io non so da lei, nè posso ai tarme. 
Non trovo scudo, eh 1 ella non mi spezzi ; 
Nè luogo, che dal suo viso m' asconda; 
Ma come fior di fronda, 
Così dalla mia mente tien la cima 
Cotanto del mio mal par, che si prezzi, 
Quanto legno di mar, che non lieva onda : 
Lo peso, che m'affonda, 
E tal, che noi potrebbe adeguar rima: 
Ahi angosciosa, e dispietata lima, 
Che sordamente la mia vita scemi. 
Perchè non ti ritemi 
Sì di rodermi il core a scorza a scorza, 
Com'io di dire altrui, chi ti dà forza? 
Che più mi trema il cor, qualora io penso 
Di lei in parte, ove altri gli occhi induca, 
Per tema, non traluca, 
Lo mio pensier di fuor, sicché si scopra , 
Ch'io non fo della morte, che ogni senso 
Colli denti d 1 Amor già si manduca : 
Onde ogni pensier bruca 

La sua virtù, sicch'io abbandono l'opra; 

Ch'ella m'ha messo in terra; e stammi sopra 

Con quella spada, ond'egli uccise Dido, 

Amore 5 a cui io grido, 

Mercè chiamando, ed umilmente il priego : 

E quei d'ogni mercè par messo al niego. 
Alza la mano ad or ad or, e sfida 

La debole mia vita esto perverso, 

Che disteso, e riverso 

Mi tiene in terra d'ogni guizzo stanco: 

Allor mi surgon nella mente strida; 



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46 RIME DI DÀ.5TB 

E 1 ! sangue, ch'è per le vene disperso, 
Fuggendo, corre verso 

Lo cor, che 1 ! chiama 5 ondMo rimango bianco. 
E^li mi fiere sotto il braccio manco 
Sì forte, rhe 1 l dolor nel cor rimbalza: 
AUor dich 1 io: scegli alza 
Un'altra volta, morte m'avrà chiuso 
Prima che 1 ! colpo sia disceso giuso. 
Così vedess'io lui fender per mezzo 

Lo core alla crudele, eh 1 il mio squatra: 

Poi non mi sarebbe atra 

La morte, ovMo per sua bellezza corro : 

Che tanto dà nel Sol, quanto nel rezzo 

Questa scherana micidiale e latra: 

Oirac, perchè non latra 

Per ine, concio per lei nel caldo borro? 

Che tosto griderei: io ti soccorro; 

E farcii volentier, siccome quelli, 

Che ne' biondi capelli, 

Gl'Amor per consumarmi increspa e'ndora, 

Metterei mano, c saziereini allora. 
S'io avessi le bionde trecce prese, 

Che fatte son per me scudiscio e ferza; 

Pigliandole anzi terza, 

Con esse passarei vespro e le squille: 

E non sarei pietoso, né cortese ; 

Anzi farei come orso, quando scherza: * 

E senior me ne sferza, 

Io mi vendicherei di più di mille: 

E 1 suoi begli occhi, onde escon le faville, 

Che m'infiammano il cor, ch'io porto anciso, 

Guarderei presso e fiso, 

Per vendicar lo fuggir, che mi face; 

E poi le renderei con amor pace. 
Can/.on, vattene dritto a quella donna, 

Che ìuMia ferito il core, e che m'invola 

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LIBRO III 

Quello, orni' io ho più gola; 

E dalle per lo cor d' una saetta; 

Che bello onor s 1 acquista in far vendetta. 

CANZONE II 

Amor, che muovi tua vertù dal ciclo, 
Come 1 ! Sol lo splendore, 
Che là si apprende più lo suo valore, 
Dove più nobiltà suo raggio trova; 
E come el fuga oscuritatc e gelo, 
Così, alto Signore, 
Tu scacci la vii tate altrui del core, 
Né ira contra te fa lunga prova; 
Da te convien, che ciascun ben si mova, 
Per lo qual si travaglia il mondo tutto : 
Senza te è distrutto, 
Quanto avein in potenza di ben fare; 
Come pintura in tenebrosa parte, 
Che non si può mostrare, 
Né dar diletto di color, nè d^arte. 

Feremi il core sempre la tua luce, 
Come 1 ! raggio la stella, 
Poiché l 1 anima mia fu fatta ancella 
Della tua podestà primieramente: 
Onde ha vita un pensier, che mi conduce 
Con sua dolce favella, 
A rimirar ciascuna cosa bella 
Con più diletto, quanto è più piacente: 
Per questo mio guardar m è nella mente 
Una giovine entrata, che m^ha preso; 
Ed hammi in foco acceso, 
Come acqua per chiarezza foco accende: 
Perchè nel suo venir li raggi tuoi, 
Con li quai mi risplcnde, 
Saliron tutti su negli occhi iuoi. 



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4& BIME DI DAKTB 

Quanto è neh" esser suo bella e gentile 
Negli atti, ed amorosa ; 
Tanto lo immaginar, che non si posa, 
L'adorna nella mente, ov'io la porto: 
Non che da se medesmo sia sottile 
A così alta cosa; 

Ma dalla tua vertute ha quel, eh 1 egli osa 
Oltra il poder, che natura ci ha porto: 
E sua beltà del tuo valor conforto, 
In quanto giudicar si puote effetto 
Sovra degno suggetto, 
In guisa che è il Sol scarno di foco ; 
Lo qual non dà a lui, né to'vertutej 
Ma fallo in alto loco 
Neil 1 effetto parer di più salute. 
Dunque, Signor di sì gentil natura, 
Che questa nobiltate, 

Che vien quaggiuso, e tutta altra bontate, 
Lieva principio della tua altezza} 
Guarda la vita mia, quanto ella è dura: 
E prendine piotate: 
Che lo tuo ardor per la costei beliate 
Mi fa sentire al cor troppa gravezza} 
Falle sentire, Amor, per tua dolcezza 
Il gran disio, eh 1 io ho di veder lei: 
Non soffrir, che costei 
Per giovinezza mi conduca a morte, 
Che non s'accorge ancor, convella piace, 
Ne come io 1' amo forte, 
Ne che negli occhi porta la mia pace. 
Onor ti sarà grande, se m'ajuti, 
Ed a me ricco dono; 
Tanto quanto conosco beri, ch'io sono 
Là ov'io non posso difender mia vita: 
Che gli smrili miei son combattuti 
Da tal, ch'io non ragiono 

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libro m 49 
(Se per tua volontà non han perdono) 
Che possan guari star senza finita: 
Ed ancor tua potenza fìa sentita 
In questa bella donna, che n' è degna : 
Che par, che si couvegna 
Di darle d'ogni ben gran compagnia, 
Come a colei, che fu nel mondo nata 
Per aver signoria 

Sovra la mente d' ogni uom, che la guata. 
CANZONE III 

Io sento sì d'Amor la gran possanza, 
Ch'io non posso durare 
Lungamente a soffrire; ond'io mi doglio 5 
Perocché 1 ! suo valor sì pure avanza, 
E1 mio sento mancare; 
Siedi 1 io son meno ognora, ch'io non soglio. 
Non dico, ch'Amor faccia ciò, ch'io voglio 3 
Che se facesse quanto il voler chiede, 
Quella vertù, che natura mi diede, 
Noi sofferria, perocch'ella è finita: 
E questo è quello, ond' io prendo conloglio, 
Ch'alia voglia il poder non terrà fede: 
Ma (se di buon voler nasce mercede) 
Io la dimando per aver più \ita 
A quei begli occhi il cui dolce splendore 
Porta conforto, ovunque io senta amore. 

Entrano i raggi di questi occhi belli 
Ne 1 miei innamorati; 

E portan dolce, ovunque io sento amaro: 
E tanno lor cammin, siccome quelli, 
Che già vi son passati, 
E sanno il loco, dove Amor lasciare, 
Quando per jjli occhi mici dentro il menaro: 
Perchè merce, volgendosi a me, fanno; 
E di colei, cui son, procaccian danno, 
fi IMI 4 

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&> RIME DI DAHTB 

Celandosi da me; poi tanto Paino, 
Che sol per lei servir mi tengo caroj 
E 1 miei pensier, che pur d'amor si fanno; 
Come a lor segno al suo servigio vanno : 
Perchè l'adoperar sì forte bramo, 
Che (s'io'l credessi far, fuggendo lei) 
Lieve saria; ma so, ch'io ne morrei. 
Bene è verace amor quel, che m'ha preso, 
E ben mi stringe forte; 
Quand'io farei quel, ch'io dico, per luis 
Clic nullo amore è di cotanto peso, 
Quanto è quel, che la morte 
Face piacer, per ben servire altrui; 
Ed io in cotai voler fermato fui 
Sì tosto, come il gran desio, ch'io sento, 
Fu nato per vertù del piacimento, 
Che nel bel viso d'ogni bel s'accoglie. 
Io son servente; e quando penso a cui, 
Qual che ella sia, di tutto son contento; 
Che Tuoni può ben servir contra talento; 
E se mercè giovinezza mi toglie, 
Aspetto tempo, che più ragion prenda 5 
Purché la vita tanto si difenda. 
Quando io penso un gentil desio, eh' è nato 
Del gran desio ch'io porto, 
Ch'a ben far tira tutto 1 ! mio potere, 
Parmi esser di mercede oltre pagato; 
Ed anche più, che a torto 
Mi par di scrvidor nome tenere : 
Così dinanzi agli occhi del piacere 
Si fa'l servir mercè d'altrui bontatc» 
Ma poich'io mi ristringo a veritate, 
Convien, che tal desio servigio conti; 
Perocché, s^io procaccio di valere, 
Kon penso tanto a mia propietatc, 
Quanto a colei, che m'ha in sua pod estate; 



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LIBRO III 5l 

Che 1 ! fo, perchè sua cosa in pregio monti: 

Ed io son tutto suo, e sì mi tegno; 

C li 1 Amor di tanto onor m'ha fatto degno. 

Altri eh 1 Amor non mi potea far tale, 
Ch'io fossi degnamente 
Cosa di cpiella, che non s'innamora, 
Ma stassi come donna, a cui non cale 
Della amorosa mente, 
Che senza lei non può passare un'ora: 
Io non la vidi tante volte ancora, 
Ch'io non trovassi in lei nova bellezza; 
Onde Amor cresce in me la sua grandezza 
Tanto, quanto '1 piacer novo s'aggiugne: 
Perch'egli awien, che tanto fo diinora 
In uno stato, e tanto Amor m' avvezza 
Con un marti ro, e con una dolcezza, 
Quanto è quel tempo, che spesso mi pugne; 
Che dura aacch'io perdo la sua vista 
Infino al tempo, cb/ella si racquista. 

Canzon mia bella, se tu mi somigli, 
Tu non sarai sdegnosa 
Tanto, quanto alla tua bontà si avviene; 
OndMo ti prego, che tu ti assottigli, 
Diletta mia amorosa, 

In prender modo e via, che ti stea bene. 
Se Cavalier t'invita, o ti ritiene, 
Innanzi che nel suo piacer ti metta, 
Spia, se far lo puoi della tua setta, 
E se non puoi, tosto l'abbandona; 
Che il buon col buon sempre camera tiene: 
Ma egli awien, che spesso altri si getta 
In compagnia, che non ba, che disdetta 
Di mala fama, ch'altri di Ini suona; 
Con rei non star, nè ad ingegno, nè ad arte, 
Che non fu mai saver tener lor parte. 
Canzone, a 1 tre men rei di nostra terra 



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53 RIME DI DAXTZ 

Ten andrai anzi, che tu vadi altrove: 
Li due saluta; e V altro fa, clic prove 
Di trarlo fuor di mala setta impria: 
Digli, che 1 ! buon col buon non prende guerra 
Prima, che co^malvagi vincer prove: 
Digli, eh 1 è folle chi non si riinovc 
Per tema di vergogna da follia; 
Che quegli teme, cha del mal pauraj 
Perchè, fuggendo Tun, l'altro si cura. 

CANZONE IV 

E 1 incresce di me sì malamente, 

Ch'altrettanto di doglia 

Mi reca la pietà quanto 1 mar! irò: 

Lasso, però che dolorosamente 

Sento contra mia voglia 

Raccoglier Taer del sezza 1 sospiro 

Entro quel cor, eh 1 e' begli occhi ferirò, 

Quando gli aperse Amor con le sue mani 

Per conducermi al tempo, che mi sfece: 

Oimè, quanto piani, 

Soavi e dolci ver me si levaro, 

Quando elli incominciaro 

La morte mia, eh 1 or tanto mi dispiace, 

Dicendo: il nostro lume porta pace. 
Noi darem pace al core, a voi diletto, 

Dicieno agli occhi miei 

Quei della bella donna alcuna volta: 

Ma poiché sepper di loro intelletto, 

Che per forza di lei 

M'era la mente già ben tutta tolta; 

Con le insegne d Amor dieder la volta, 

Sicché la lor vittoriosa vista 

Non si rivide poi una fiata: 

Onde è rimasa trista 

L'anima mia, che n'attende* confòrto; 



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fctFBO ìli 



Ed ora epifisi morto 
Vede Io core, a cui era sposata} 
E partir le conviene innamorata. 
Innamorata se ne va, piangendo, 
Fuora di questa vita, 
La sconsolata, che la caccia amore : 
Ella si muove quinci, si dolendo, 
Ch'anzi la sua partita 
V ascolta con piotate il suo Fattore. 
Ristretta s 1 è entro il mezzo del core 
Con quella vita, che rimane spenta 
Solo rn quel punto, ch'ella sen va via: 
E quivi si lamenta 

D^Amor, che fuor d'esto mondo la caccia 
E spesse volte abbraccia 
Gli spiriti, che piatfgon tuttavìa, 
Perocché perdon la lor compagnia. 
1/ immagine di questa donna siede 
Su nella monte ancora, 
Ove la pose Amor, ch'era sua guida j 
E non le pesa dol mal, eh* ella vede j 
Anzi e vie più bell'ora 
Glie mai, c vie più licita par, che rida : 
Ed alza gli occhi micidiali, e grida 
Sopra colei, che piange il suo patire ; 
Vattcn, misera, fuor, vattene ornai: 
Questo gridò il desire, 
Che mi combatte così, come suole ; 
Awegna che nien dole, 
Perocché 1 mio sentire é meno assai ; 



Lo giorno, che cosici nel mondo venne, 
Secondo che si trova 
Nel libro della mente, che vien meno; 
La mia persona parvola sostenne 
Una passicm nova 



Ed è 




al terminar de** 



guai. 



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54 RIME DI^DAKTE 

Tal, eh 1 io rimasi di paura pieno; 
Ch'a tutte mie vertu fu posto un freno 
Subitamente sì, eh 1 io caddi in terra 
Per una voce, che nel cor percosse: 
E (seì libro non erra) 
Lo spirito maggior tif mò sì forte, 
Che parve ben, che morte 
Per lui in questo mondo giunta fosse : 
Ora ne incresce a quei, che questo mosse: 
Quando m'apparve poi la gran beltate, 
Che sì mi la dolere, 
Donne gentili, a cui io ho parlato, 
Quella vertù, che ha più nobilitate, 
Mirando nel piacere 

S'accorse ben, che 1 suo male era nato} 
E conobbe il desio, ch'era criato 
Per lo mirare intento, ch'ella fece, 
Sicché piangendo disse air altre poi: 
Qui giugnerà in vece 
D'una, ch'io vidi, la bella figura, 
Che già mi fa paura j 
E sarà donna sopra tutte noi, 
Tosto che ha piacer degli occhi suoi. 
Io ho parlato a voi, gioveni donne, 
Ch'avete gli occhi di bellezza ornati, 
E la mente d'amor vinta e pensosa; 
Perchè raccomandati 
Vi tìan gli detti miei dovunque sono: 
E innanzi a voi perdono 
La morte mia a quella bella cosa; 
Che men ha colpa, e non fu mai pietosa. 

CANZONE V 

La dispietata mente, che pur mira 
Di dietro al tempo, che sen è andato, 
DaU'un de' lati mi combatte il core; 



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LIBRO 111 55 

E il disio amoroso, che mi tira 
Verso 1 dolce paese, e* ho lasciato, 
Dall 1 altra parte è con forza dimore: 
Nè dentro a lui sentMo tanto valore, 
Che possa lungamente far difesa, 
Gentil madonna, se da voi non vene t 
Però (se a voi convene 
Ad iscampo di lui mai fare impresa) 
Piacciavi di mandar Vostra salute, 
Che sia conforto della sua vertute. 
Piacciavi, donna mia, non venir meno 
A questo punto al cor, che tanto v'ama; 
Poi sol da voi lo suo soccorso attende: 
Che buon signor mai non ristringe 1 freno 
Per soccorrere al servo, quando'! chiama $ 
Che non pur lui, mal suo onor difende: 
E certo la sua doglia più m 1 incende, 
Quand' ip mi penso ben, donna, che voi 
Per man d'Amor lk entro pinta sete} 
Così e voi dovete 

Vie maggiormente aver cura di lui, 
Che quei, da cui convien, che 1 ! ben s'appari, 
Per T immagine sua ne tien più cari. 
Se dir voleste, dolce mia speranza, 

Di dare indugio a quel, eh 1 io vi domando, 
Sacciate, che 1' attender più non posso; 
di' io son condotto al fin di mia possanza: 
E ciò conoscer voi dovete, quando 
L'ultima speme a cercar mi son mosso: 
Che tutti i carchi sostenere addosso 
De' P uomo infino al p«*so, eh' è mortale, 
Prima, che 1 suo maggiore amico provi; 
Che non sa, qual sei trovi; 
E s'egli awien, che gli risponda male, 
Cosa non è, che tanto costi cara; 
Che morte n'ha più tosta, e più amara* 

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56 RIMI DI BASTE 

E voi pur sete quella, eh 1 io più amo; 
E che far mi potete maggior dono ; 
E'n cui la mia speranza più riposa: 
Che sol per voi servir la vita bramo; 
E quelle cose, eira voi onor sono, 
Dimando e voglio; ogni altra m'è nojosa: 
Dar mi potete ciò, eh 1 altri non osa; 
Ch'il sì, e'1 no tututto in -vostra mano 
Ha posto Amore; ond'io grande mi tegno. 
La fede, ch'io mantegno, 
Muove dal vostro portamento umano; 
Che ciascun, che vi mira, in veritate 
Di fuor conosce, che dentro è pietate. 

Dunque vostra salute ornai si muova, 
E vegna dentro al cor, che lei aspetta, 
Gentil madonna, come avete inteso: 
Ma sappiate, che! suo entrar si trova 
Serrato forte di quella saetta, 
Ch'Amor lanciò lo giorno, ch'io fu* preso 5 
Sicché lo entrare a tutti altri è conteso, 
Fuor ch'avessi d'Amor, ch'aprir lo sanno 
Per volontà della vcrtù, che '1 serra : 
Onde nella mia guerra 
La sua venuta mi sarebbe danno; 
S'ella venisse senza compagnia 
De' messi del Signor, che m'ha in balia. 

Canzone, il tuo cammin vuol esser corto; 
Che tu sai ben, che picciol tempo ornai 
Tuote aver luogo quel, perchè tu vai. 

CANZONE VI 

Amor, dacché convicn pur, ch'io mi doglia 
Perchè la gente m'oda, 
E mostri me d'ogni vertute spento; 
Dammi savere a pianger, coni' i' ho voglia $ 
Siedi' il duol, che si snoda, 



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I.IBAO IH 57 

Porli le mie parole, coni' io '1 sento: 
Tu vuoi, ch'io muoja, ed io ne son contento} 
Ma chi mi scuserà, s'io non so dire 
Ciò, che mi fai sentire? 
Chi crederà, eh 1 io sìa ornai si colto? 
Ma se mi dai parlar come ho tormcnio, 
Fa, Signor mio, che innanzi al mio morire 
Questa rea per me noi possa udire j 
Che se intendesse ciò, eh 1 io dentro ascolto, 
Pietà faria men bello il suo bel Tolto. 
Io non posso fuggir, ch'ella non vegna 
Neil"' immagine mia; 

Se non come il pensier, che 'la vi mena: 
L'anima folle, eh 1 al suo mal s'ingegna, 
Come ella è bella, e ria, 
Così dipinge e forma la sua pena: 
Poi la riguarda, e quando ella è ben piena 
Del gran desio, che dagli occhi le tira, 
Incontra a se s'adira, 

Ch'ha fatto il foco, ove ella trista incende, 
ualc argomento di ragion raffrena, 
ve tanta tempesta in me si gira? 
| L'angoscia, che non cape dentro, spira 
Fuor della bocca si, elvella s'intende, 
Ed anche agli occhi lor merito rende. 
La nemica figura, che rimane 
Vittoriosa e fera, 

E signoreggia la vertù, che vuole, 

Vaga di se medesma andar mi fané 

Colà, dove ella è vera, 

Come simile a simil correr suole: 

Ben conosco io, che va la neve al Solef 

Ma più non posso; fo come colui, 

Che nel podere altrui 

Va co 1 suoi pie colà, dove egli e morto: 

Quando son presso, panni odir parole 



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58 BIMB DI DAHTS 

Dicers vien via; vedrai morir costui? 
Àllor mi volgo, per vedere a cui 
Mi raccomandi; e intanto sono scorto 
Dagli occhi, che m 1 ancidono a gran torto. 
Qual io divenga sì feruto, Amore, 
Sail contar tu, non io, 
Che rimani a veder me senza vita: 
£ se T anima torna poscia al core, 
Ignoranza ed obblio 

Stato è con lei, mentre ch'ella è partita. 

Quando risurgo, e miro la ferita, 

Che mi disfece, quando io fui percosso, 

Confortar non mi posso, 

Siedi 1 io non tremi tutto di paura: 

E mostra poi la faccia scolorita 

Qual fu quel tuono, che mi giunse addosso} 

Che se con dolce riso è stato mosso, 

Lunga fiata poi rimane oscura; 

Perchè lo spirto non si rassicura. 
Così m'hai concio, Amore,, in mezzo l'alpi, 

Nella valle del fiume, 

Lungo il qual sempre sopra me sei forte: 

Qui vivo e morto, come vuoi, mi palpi; 

Mercè del fiero lume, 

Che folgorando fa via alla morte. 

Lasso, non donne qui, non genti accorte 

Veggio io, a cui incrcsca del mio male: 

S 1 a costei non ne cale, 

No spero mai d 1 altrui aver soccorso: 

£ questa sbandeggiata di tua corte, 

Signor, non cura colpo di tuo strale. 

Fatto ha d 1 orgoglio al petto schermo tale, 

Che ogni saetta lì spunta suo corso; 

Sicché Tarmato cuor da nulla è morso. 
O montanina mia Canzon, tu vai; 

Forse vedrai Fiorenza la mia terra, 



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LIBRO in 5g 

Che fuor di se mi serra 

Vota d'amore, e nuda di pietates 

Se dentro Ventri, va dicendo: ornai 

Non vi può fare il mio signor più guerra $ 

Là ond'io vegno una catena il serra; 

Talché, se piega vostra crudeltate, 

Non ha di ritornar qui libertate. 

SESTINA I 

Al poco giorno ed al gran cerchio d'ombra 
Son giunto, lasso, ed al bianchir de 1 colli, 
Quando si perde lo color nell'erba: 
E I mio disio però non cangia il verde, 
Sì è barbato nella dura pietra, 
Che parla, e sente come fosse donna. 

Similemente questa nova donna 
Si sta gelata, come neve all'ombra; 
Che non la move, se non come pietra, 
Il dolce tempo, che riscalda i colli, 
E che gli fa tornar di bianco in verde, 
Perchè gli copre di fioretti e d'erba. 

Quando ella ha in testa una ghirlanda d'erba, 
Trae della mente nostra ogni altra donna; 
Perchè si mischia il crespo giallo, e"! verde 
Si bel, ch'Amor vi viene a stare all'ombra; 
Che m'ha serrato tra piccioli colli 
Più forte assai, che la calcina pietra. 

Le sue bellezze han più vertù, che pietra; \ 
E '1 colpo suo non può sanar per erba; 
Ch'io son fuggito per piani e per colli, 
Per potere scampar da cotal donna; 
E dal suo lume non mi può far ombra 
Poggio, ne muro mai, ne fronda verde. 

Io l'ho Veduta già vestita a verde 

Sì fatta, ch'ella avrebbe messo in pietra 
L'amor, ch'io porto pure alla, sua ombra j 



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()0 Kr.ME DI DÉSTE 

Ond'io TIio chiesta in un bel prato (Tcrl*:» 
Innamorata, come anco fu donna, 
£ chiusa intorno d'altissimi colli. 

Ma ben ritorneranno i fiumi a' colli, 
Prima che questo legno molle e venie 
S' infiammi, come suol far bella donna 
Di me, che mi torrei dormire in pietra 
Tutto il mio tempo, e gir pascendo lVrTjj, 
Sol per vedere u'suoi panni fan ombra. 

Quandunque i colli fanno più nera ombra, 
Sotto un bel verde la giovenc donna 
La fa sparir, come pietra sotto erba» 

CANZONE VII 

Io son venuto al punto della rota, 

Che l'orizonte, quando '1 Sol si corca, 
Ci partorisce il geminato cielo: 
E la stella d'Amor ci sta rimota 
Per lo raggio lucente, che la 'u forca 
Si di traverso, che le si fa velo: 
E quel pianeta, che conforta il gelo, 
Si mostra tutto a noi per lo grande arctvj 
Nel qual ciascun de 1 sette fa poca ombrar 
E però non disgombra 
Un sol pensier d'amore, ond'io son carco- 
La mente mia, ch'è più dura che pietra 
In tener forte immagine di pietra. 
Levasi della rena d'Etiopia 

Lo vento pellegrin, che Paer turba, 
Per la spera del Sol, ch'ora la scalda; 
E passa il mare, onde conduce copia 
Di nebbia tal, che s'altro non la sturba 
Questo emispero chiude, e tutto salda, 
E pfti si solve, e cade in bianca falda 
Di fredda neve, ed in nojosa pioggia; 
Onde l aer s'attrista, e tutto piagne: 



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LIBRO III 6l 

Ed Amor, che sue ragne 
Ritifa al ciel per lo vento, che poggia, 
Non m' abbandona; sì è bella donna 
Questa crudel, che m'è data per donna. 

Fuggito è ogni augel, chel caldo segue, 
Del paese d'Europa, che non perde 
Le sette stelle gelide unque mai: 
E gli altri han posto alle lor voci tricguc, 
Per non sonarle infìno al tempo verde; 
Se ciò non fosse per cagion di guai: 
E tutti gli animali, che son gai 
Di lor natura, son d'amor disciolti, 
Perocché il freddo lor spirito ammorta 
El mio più d'amor porta; , 
Che gli dolci pensier non mi son tolti, 
Nè mi son dati per volta di tempo, 
Ma donna gli mi dà, e 1 ha picciol tempo. 

Passato hanno lor termine le fronde, 
Che trasse fuor la vertù d'ariete 
Per adornare il mondo, e morta è l'erbai 
Ed ogni ramo verde a noi s'asconde, 
Se non se in pino, in lauro od in abete, 
Od in alcun, che sua verdura serba: 
E tanto è la stagion forte ed acerba, 
Che ha morti i be' fioretti per le piagge; 
Gli quai non posson tollerar la brina: 
E l'amorosa spina 

Amor però di cor non la mi tragge; 
Perch'io son fermo di portarla sempre, 
Ch'io sarò in vita, s'io vivessi sempre. 
Versan le vene le fumiferc acque 

Per li vapor, che la terra ha nel ventre, 
Che d'abisso gli tira suso in alto, 
Onde il cammino al bel giorno mi piacque, 
Che ora è fatto rivo, e sarà, mentre 
Che durerà del verno il grande assalto: 



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62 RIMO DI DAKTB 

La terra fa un suol, che par di smalto 3 

E T acqua morta si converte in vetro 
Per la freddura, che di fuor la serra: 
Ed io della mia guerra 
Non son però tornato un passo addietro; 
Ne vo 1 tornar, che, sei martiro è dolce, 
La morte de' passare ogni altro dolce. 
Canzone, or che sarà di me nell'altro 
Tempo novello, e dolce, quando piove 
Amore in terra da tutti li cieli? 
Quando per questi geli 
Amore è solo in me ; e non altrove? 
Sarannc quello, eh 1 e d'un uom di marmo; 
Se in pargoletta Ila per cuore un marmo. 

CANZONE Vili 

Amor, tu vedi ben, che questa donna 
La tua vertù non cura in alcun tempo. 
Che suol dell 1 altre belle farsi donna. 
E poi soccorse, ch'ella era n*ia donna, 
Per lo tuo raggio, eh 1 al volto mi luce , 
D'ogni crudclità si fece donna; 
Sicché non par, ch'ella abbia cuor di donna, 
Ma di qual fiera l'ha d'amor più freddo; 
Che per lo caldo tempo, e per lo freddo 
Mi fa sembianti pur come una donna. 
Che fosse fatta d'una bella pietra 
Per man di quel, che m'intugliasse in pietra. 

Ed io, che son costante più, che pietra 
In ubbidirti per beltà di donna, 
Porto nascoso il colpo della pietra, 
Con la qual mi feristi, come pietra 
Che t'avesse nojato lungo tempo; 
Talché mi giunse al core, ov'io son pietra, 
E mai non si scoperse alcuna pietra, 
O da vcrtù di Sole, o da sua luce, 

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LIBRO 111 63' 

Che tanta avesse nè vertù, ne luce, 
Che mi potesse aitar da questa pietra; 
Sicch'ella non mi meni col suo freddo 
Colà, dov'io sarò di morte freddo. 

Signor, tu sai, che per algente freddo 
V acqua diventa cristallina pietra 
Là sotto tramontana, ove è il gran freddo: 
E l'aer sempre in elemento freddo 
Vi si converte sì, che V acqua è donna 
In quella parte per cagion del freddo: 
Cosi dinanzi dal sembiante freddo 
Mi ghiaccia il sangue sempre d'ogni tempo; 
E quel pensier, che più m'accorcia il tempo, 
Mi si converte tutto in corpo freddo; 
Che m'esce poi per mezzo della luce, 
Là onde ent rò la dispietata luce. 

In lei s'accoglie d'ogni beltà luce; 
Così di tutta crudcltate il freddo 
Le corre al core, ove non è tua luce ; 
Perchè negli occhi sì bella mi luce, 
Quando la miro, ch'io la veggio in pietra, 
E in altra parte ov'io volga mia luce. 
Dagli occhi suoi mi vien la dolce luce, 
Che mi fa non caler d'ogni altra donna: 
Così foss'ella più pietosa donna 
Ver me, che chiamo di notte, e di luce, 
Solo per lei servire, e luogo, e tempo; 
Nè per altro desio viver gran tempo. 

Però vertù, che sei prima, che tempo, 
Prima che moto, o che sensihil luce; 
Increscaii di me, ch'ho sì mal tempo; 
Entrale in core ornai, che n'è ben tempo; 
Sicché per te se n' esca fuora il freddo, 
Che non mi lascia aver, com' altri, tempo; 
Che se mi giunge lo tuo forte tempo 
In tale stato, questa gentil pietra 



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64 RIMI DI DAR TE 

Mi vedrà coricare in poca pietra 
Per non levarmi, se non <lopo il tempo, 
Quando vedrò, se mai fu bella donna 
Rei mondo, come questa acerba donna. 
Canzone, io porto nella mente donna 
Tal, che con tutto ciucila mi sia pietra, 
Mi dà baldanza, ov'ogni uom mi par freddo; 
Sicch'io ardisco a far per questo freddo 
La novità, che per tua forma luce, 
Che mai non fu pensata in alcun tempo. 



LIBRO IV 

CANZONE I 

Voi, che intendendo, il terzo cicl movete, 
Udite il ragionar, che è nel mio core; 
Ch^o noi so dire altrui, sì mi par novo: 
Il ciel, che segue lo vostro valore, 
Gentili creature, che voi sete, 
Mi tragge nello stato, ov^io mi trovo: 
Onde il parlar della vita, cV io provo, 
Par, che si drizzi degnamente a voi; 
Però vi prego, che lo m'intendiate: 
Io vi dirò del cor la novitate, 
Come V anima trista piange in lui; 
E come un spirto contro lei favella, 
Che vien pe' raggi della vostra stella. 

Solca esser vita dello cor dolente 
Un soave pensier, che se ne già 
Spesse fiate a' pie del vostro sire: 
Ove una donna gloriar vedia, 
Di cui parlava a me sì dolcemente, 
Che r anima dicea : io men vo 1 gire. 

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LIBRO IT 65 

Ora apparisco chi Io fa fuggire ; 

E signoreggia me di tal vertute, 

Che 1 cor ne trema, sì che fuori appare: 

Questi mi face una donna guardare; 

E dice: chi veder vuol la salute, 

Faccia, che gli occhi dVsta donna miri; 

SVgli non teme angoscia di sospiri. 

Trova contrario tal, che lo distrugge 
U umil pensiero, che parlar mi suole 
D' un'Angiola, che 'n ciclo è coronata ; 
V anima piange si, che ancor le duole; 
E dice: o lassa me, come si fugge « 
Questo pietoso, che m n ha consolata! 
Degli occhi miei diee questa affannata: 
Qual ora fu, che tal donna gli vide? 
t perchè non credeano a me di lei ? 
Io dicca: ben negli ocelli di costei 
Dentar colui, che li miei pari occide; 
E non mi valse, eh 1 io ne fossi accorta, 
Che non mirasser tal, ch'io ne son morta. 

Tu non se^morto, ma se 1 sbigottita, 
Anima nostra, che sì ti lamenti, 
Dice uno spiritel cFamor gentile: 
Che questa bella donna, che tu senti, 
Ha trasmutata in tanto la tua vita, 
Che n'hai paura; sì è fatta vile: 
Mira quanto ella è pietosa, ed umile. 
Cortese e saggia nella sua grandezza; 
E pensa di chiamarla donna ornai: 
Che se tu non t 1 inganni, tu vedrai 
Di sì nuovi miracoli adornezza, 
Che tu dirai : Amor, signor verace, 
Ecco l 1 ancella tua; fa che ti piace. 

Canzone, io credo, che saranno radi 
Color, che tua ragione intendan bene; 
Tanto 1 or parli faticoso e forte: 

rime 5 



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66 RIME DI DASTE 

Onde se per ventura egli addiviene, 
Che tu dinanzi da persone vadi, 
Che non ti pajan d essa bene accorte; 
Allor ti pregt>, clic tu li confaste, 
Dicendo lor, diletta mia noAclla: 
Ponete mente almen, compio son bella. 

CANZONE II 

Amor, die nella mente mi ragiona 
Della mia donna disiosamentc, 
Muove cose di lei meco sovente, 
Che lo intelletto sovr'esse disvia: 
Lo suo parlar sì dolcemente suona, 
Che l'anima, ch'ascolta, e che lo sente, 
Dice: eimc lassa, ch'io non son possente 
Di dir quel, chiodo della donna mia. 
E certo e'mi convien lassare in pria, 
>>'io vo'contar di quel, eli' odo di lei, 
Ciò, clic lo mio intelletto non comprende; 
E di quel, che s'intende 
<iran parte, perchè dirlo non saprei: 
IVrò se le mie rime avran difetto, 
Ch'entreran nella loda di costei, 
Di ciò si biasmi il debile intelletto, 
E 1 parlar nostro, die non ha valore 
Di ritrar tutto ciò, che parla Amore. 

2Von vede il Sol, che tutto il mondo gira, 
Cosa tanto gentil, quanto in quell'ora, 
Che luce nella parte, ove dimora 
La donna, di cui dire Amor mi face; 
Ogni 'ntellctto di lassù la mira, 
E quella gente, che qui s'innamora, 
Ne lor pensieri la trovano ancora, 
<^uaudo Amor fa sentir della sua pace : 
Suo esser tanto a quel, che gliel die, piace, 
Che sempre infonde in lei la sua vertute 



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LIBRO IV 67 

Oltre al dimando di nostra natura. 
La sua anima pura, 
Che riceve da lui tanta salute, 
Lo manifesta in quel, elvella conduce ; 
Che in sue bellezze son cose vedute; 
Che gli occhi di coloro, ove ella luce, 
Ne mandan messi al cor, pien di desìi i ; 
Che prendono aere, e diventan sospiri. 
In lei discende la ver tu divina, 

Siccome face in Angelo, che T vede : 
E qual donna gentil questo non crede, 
Vada con lei, e miri gli atti suoi: 
uivi, dov'ella parla, si dichina 
n angelo del ciel , che reca fede, 
Come l'alto valor, eh 1 ella possiede, 
È oltre a quel, che si conviene a nui : 
Gli atti soavi, eh 1 ella mostra altrui, 
Vanno chiamando Amor ciascuno a prova 
In quella voce, che lo fa sentire: 
Di costei si può dire, 
Gentil è in donna ciò, che in lei si trova 5 
E bello è tanto, quanto lei simiglia: 
E puossi dire, che 'l suo aspetto giova 
A consentir ciò, che par meraviglia; 
Onde la nostra fede e ajutata; 
Però fu tal da eterno ordinata. 
Cose appariscon nello suo aspetto, 
Che mostran de^iacer del paradiso; 
Dico negli occhi, e nel suo dolce riso, 
Che le vi reca Amor come a suo loco: 
Elle soverchian do nostro intelletto, 
Come raggi di Sole un fragil viso : 
E perch'io non le posso mirar liso, 
Mi convien contentar di dirne poco: 
Sua beltà piove fiammelle di fuoco, 
Animate <fun spirito geni ile, 

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68 RIME DI DANTE 

Ch'è creatore d'ogni pensier buono; 
E rompe, come tuono, 
GÌ' innati vizj, che fanno altrui viles 
Però qual donna sente sua beltatc 
Biasmar, per non parer cjueta, ed umile, 
Miri costei, ch'esempio e d'umiliate. 
Questa è colei, ch'umilia ogni perverso: 
Costei pensò chi mosse l'universo. 
Canzone, e 1 par, che tu parli contraro 
Al dir d'una sorella, che tu hai: 
Che questa donna, che tanto umil fai, 
Ella la chiama fiera,* e disdegnosa. 
Dico, che il ciel sempre è lucente e chiaro, 
E quanto in sè non si turba giammai; 
Ma gli nostri occhi per cagioni assai 
Chiamali la stella talor tenebrosa: 
Cosi, quand'ella la chiama orgogliosa, 
Non considera lei secondo il vero, 
Ma pur secondo quel, che a lei parca: 
Che l'anima temea, 
E teme ancora sì, che mi par fiero, 
Quantunque io veggio dorella mi senta. 
Così ti scusa, se ti fa mestiero; 
E quando puoi a lei ti rappresenta; 
E di': Madonna, s'egli v'e a grato, 
Io parlerò di voi in ogni lato. 

CANZONE III 

Le dolci rime d'amor, eh' io solìa 
Cercar nc'miei pensieri, 
Convien, eh' io lassi; non perch' io non sperì 
Ad esse ritornare; 

Ma perchè gli atti disdegnosi e fieri, 
Che nella donna mia 
Sono appariti, m'han chiusa la via 
Dell'usato parlare; 



[le 



LIBRO IV ( 

E poiché tempo mi par d'aspettare, 
Diporrò giuso il mio soave stile, 
Ch'io ho tenuto nel trattar d' amore: 
E dirò del valore, 

Per lo'qual veramente è l'uom gentile, 

Con rima aspra e sottile, 

Riprovando il giudicio falso e vile . 

Di quei, che voglion, che di gentilezza 

Sia principio ricchezza: 

E cominciando chiamo quel Signore, 

Ch'alia mia donna negli occhi dimora 5 

Perch'ella di sé stessa s'innamora. 
Tale imperò che gentilezza volse 

Secondo '1 suo parere, 

Che fosse antica possession d'avere, 

Con reggimenti begli : 

Ed altri fu di più lieve savere, 

Che tal detto rivolse, 

E l'ultima particola ne tolse; 

Che non l'avea forse egli : 

Di retro da costui van tutti quegli, 

Che fan gentile per ischiatta altrui, 

Che lungamente in gran ricchezza è stata : 

Ed è tanto durata 

La cosi falsa opinion tra nui, 

€he 1' uom chiama colui 

Uomo gentile, il qual può dire: io fui 

Nipote, o figlio di cotal valente, 

Benché sia da niente: 

Ma vilissimo sembra a chi 1 ver guata, 

Cui è scorto il cammino, e poscia l'erra; 

E tocca a tal, eh' è morto, e va per terra. 
Chi diffinisce l'uom legno animato; 

Prima dice non vero; 

E dopo '1 falso parla non intero: 

Ma più forse upn vede* 



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JO RIME DI DANTE 

Similcmciìtc fu, chi tenne impero, 
In dif finire errai 05 

Che prima pose il falso, e d 1 altro lato 
Con diletto procede: 
Che le divizie, siccome si crede, 
Non posson gentilezza dar, nè tórre; 
Perocché -vili son da lor natura: 
Poi chi pinge figura, 
Se non può esser lei, non la può porre; 
Nè la diritta torre 
Fa piegar rivo, che da lungi corre. 
E che sien vili appare ed imperfette; 
Che quantunque collette, 
Non posson quietar, ma dan più cura: 
Onde l 1 animo, eh 1 è dritto e verace, 
Per lor discorrimento non si sface. 
Ne voglion, che vii uoro gentil divenga, 
Nè da vii padre scenda 
Nazion, che per gentil giammai s'intenda: 
Questo è da lor confesso; 
Onde la lor ragion par, che s 1 offenda. 
Jn tanto quanto assegna, 
Che tempo a gentilezza si convegna, 
Diffinenao con esso: 

Ancor segue di ciò, eh ''innanzi ho messo; 

Che tutti siam gentili, ower villani; 

O che non fosse ad uom cominciarocnto : 

Ma ciò io non consento, 1 

Nè eglino altresì, se son Cristiani, 

Cibagli intelletti sani 

E manifesto i lor detti esser vani; 

Ed io così per falsi gli ripruovo, 

E da ciò mi rimuovo; 

E voglio dire ornai, siccome io sento, 

Che cosa è gentilezza, e d'onde viene: 

E dirò i segni, che gentile uom tiene. 



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LIBRO IV ^| 

Diro, ch'ogni vertù principalmente 
Vicn da una radice 5 
Vertute intendo, che fa Tuoni felice 
In sua operazione: 
Questa è, secondo che V Etica dice, 
Un abito eligente, 

Lo qual dimora in mezzo solamente; 
E tal parole pone. 
Dico, che nobiltale in sua ragione 
Importa sempre ben del suo suggetto; 
Come viltatc importa sempre male: 
E vertute cotale 

Da sempre altrui di se buono intelletto, 
Perchè in medesmo detto 
Convengono ambedue, eh' en d'uno effetto: 
Onde convien dall'altra venga 1' una, 
O da un terzo ciascuna: 
Ma se l'ima vai ciò, che 1' altra vale, 
Ed ancor più, da lei verrà piuttosto; 
E ciò ch'io ho detto qui, sia per supposto, 
t gentilezza dovunque vertute; 
Ma non vertute, ov' ella; 
Siccome è '1 cielo, dovunque la stella, 
Ma ciò non è converso: 
E noi in donne, ed in età novella 
Vcdem questa salute, 
In quanto vergognose son tenute, 
Ch'c da vertù diverso: 
Dunque verrà, come dal nero il perso, 
Ciascheduna vertute da costei: 
Ovvero il gener lor, ch'io misi avanti: 
Però nessun si vanti, 
Dicendo: per ischiatia io son con lei; 
Ch'clli son quasi Dei 

Soci, c'han tal grazia fuor di tutti i rei: 
ìe Bolo Iddio all'anima la dona, 

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J a RIMB DI DAJfTK 

Che vede in sua persona 
Perfettamente star, sicch'ad alquanti, 
Ch'è seme di felicità, si accosta 
Messo da Dio nell'anima ben posta. 
L 1 anima, cui adorna està bontatc, 
Non la si tiene ascosa; 
Che dal principio, ch'ai corpo si sposa, 
La mostra inno la morte; 
Ubidente, soave e vergognosa 
È nella prima etate 
£ sua persona acconcia di beliate, 
Con le sue parti accorte: 
In giovinezza temperata e forte, 
Piena dimore, e di cortese lode; 
E solo in lealtà far si diletta: 
Poi nella sua senetta 
Prudente e giusta, e larghezza sen ode; 
£ in sè medesma gode 
Udire, e ragionar deli 1 altrui prode: 
Poi nella quarta parte della vita 
A Dio si rimarita; 

Contemplando la line, che l'aspetta; 
E benedice gli tempi passati; 
Vedete ornai quanti son gì 1 ingannati. 
Contra gli erranti, miacanzon, n'andrai: 
£ quando tu sarai 
In parte dove sia la donna nostra; 
Non le tenere il tuo mestier coperto : 
Tu le puoi dir per certo: 
Io vo parlando dell 1 amica vostra. 

CANZONE IV 

Posciach'Amor del tutto m'ha lasciato, 
Non per mio grato, 
Che stato non avea tanto giojoto; 
Ma perocché pietoso 

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LIBftO IV j3 

Fa tanto del mio core, 
Che non sofferse d'ascoltar tuo pianto; 
Io canterò così disamorato 
Contrai peccato, 

Ch'è nato in noi di chiamare a ritroso 
Tal, ch'è vile e nojoso, 
Per nome di valore ; 
Cioè di leggiadria, eh 1 è bella tanto, 
Che fa degno di manto 
Imperiai colui, dove ella regna: 
Eli* è vorace insegna, 
La qual dimostra u 1 lavertù dimora: 
Perchè son certo, sebben la difendo 
Nel dir, com' io la intendo, 
di' Amor di se mi farà grazia ancora. 
Sono, che per giltar via loro avere 
Credo n capere 

Valere là, dove gli buoni stanno; 

Che dopo morte fanno 

Riparo nella mente 

A quei cotanti, e 1 hanno conoscenza; 

Ma lor raessione a 1 buon non può piacere: 

Perchè H temere 

Savere fora, e fuggiricno il danno, 
Che s'aggiunge allo inganno 
Di loro, e della gente; 
C hanno falso giudicio in lor sentenza. 
Qual non dirà iallenza 
Divorar cibo, ed a lussuria intendere? 
Ornarsi, come vendere 
Si volesse al mercato de 1 non saggi? 
Che 1 savio non pregia uom per vestimenta, 
Perche sono ornamenta; 
Ma pregia il senno, e gli gentil coraggi. 
Ed altri son, che per esser ridenti, 
D'intendimenti 



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74 RIME DI DANTE 

Correnti vogliono esser giudicati 
Da quei, che so 1 ingannati, 
Veggendo rider cosa, 
Che lo intelletto ancora non la vede : 
E parlan con vocaboli eccellenti; 
Vanno spiacenti, 

Contenti, che dal volgo sicn lodati : 
Non sono innamorati 
Mai di donna amorosa : 
Ne 1 parlamenti lor tengono scede; 
Non moverieno il piede, 
Per donneare a guisa di leggiadro; 
Ma come al furto il ladro, 
Cosi vanno a pigliar villan diletto; 
Non però, che in donne è così spento 
Leggiadro portamento, 
Che pajon animai senza intelletto. 
Non è pura vertù la disviata; 
Poich'è biasmata, 
Negata, dove è più vertù richiesta; 
Cioè in gente onesta 
Di vita spiritale, 
O debito, che di scienza tene. 
Dunque, s'elTè in cavalier lodata, 
Sarà causata, 

Mischiata di più cose : perchè questa 

Convien, che di sè vesta 

L'un bene, e l'altro male? 

Ma vertù pura in ciascuno sta bene; 

Sollazzo è, che convene 

Con essa Amore, e l 1 opera perfetta: 

Da questo terzo rotta 

È leggiadria, ed in suo esser dura; 

Siccome il Sole, al cui esser s'adduce 

Lo calore, e la luce, 

Con la perfetta sua bella figura. 

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L1BL0 IV 75 

Ancorché ci ci con cielo in punto sia, 
Che leggiadria 

Disvia cotanto, e più quanOio ne conto; 

Ed io, che le son conto, 

Mercè d ? una gentile, 

Che la mostrava in tutti gli atti sui, 

Non tacerò di lei, che villania 

Far mi narri a 

Sì ria, eh 1 ai suoi nemici sarie giunto; 

Perchè da questo punto 

Con rima più sottile 

Tratterò il ver di lei, ma non so a cui. 

10 giuro per colui, 

Ch'Amor si chiama, ed è pien di salute, 
Che senza oprar vertute 
Nessun puote acquistar verace loda: 
Dunque, se questa mia materia è buona, 
Come ciascun ragiona 
Sarà vertù, e con vertù s 1 annoda. 
Al gran pianeta è tutta simigliante; 
Che da Levante 

Avante, infino attanto che s'asconde. 

Con li bei raggi infonde 

Vita e vertù quaggiuso 

Nella materia sì, com'è disposta: 

E questa disdegnosa di cotante 

Persone, quante 

Sembiante portan d'uomo, e non risponde 

11 lor frutto alle fronde, 
Per lo mal c'hanno in uso; 
Simili beni al cor gentile accosta; 
Che 'n donar vita è tosta 

Col bel sollazzo, e co 1 begli atti nuovi, 
Ch 1 ognora par che truovi; 
E vertù per esempio ha, chi lui piglia, 
O falsi cavalier malvagi, e rei, 



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76 Ri KB DI DABTE 

Nemici di costei, 

Ch'ai prenze delle stelle s 1 assomiglia. 
Dona e riceve Tuoni, cui questa vuole; 
Mai non sen dolej 

Nel Sole, per donar luce alle stelle, 

Nè per prender da elle 

Nel suo effetto ajuto; 

Ma l'uno e l 1 altro in ciò diletto tragge : 

Già non s'induce ad ira per parole; 

Ma quelle sole 

Ricole, che son buone; e sue novelle 

Tutte quante son belle: 

Per se caro è tenuto, 

E desiato da persone sagge; 

Che dell'altre selvagge 

Cotanto lode, quanto biasmo prezza: 

Per nessuna grandezza 

Monta in orgoglio ; ma quando gl 1 incontra, 

Che sua franchezza gli convien mostrare, 

Quivi si fa laudare. 

Color, che vivon, fanno tutti contra. 

CANZONE V 

Doglia mi reca nello core ardire 
A voler, eh 1 è di ventate amico: 
Però, donne, s'io dico 
Parole, quasi contra a tutta gente, 
Non vi maravigliate, 
Ma conoscete il vii vostro desire j 
Che la beltà, eh 1 Amore in voi consente, 
A virtù solamente 
Formata fu dal suo decreto antico; 
Contra lo qual fallate. 
Io dico a voi, che siete innamorate; 
Che se beliate a voi 
Fu data» e vertù a noi, 

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LIBRO IV 77 

Ed a costui di due potere un fare ; 
Voi noi dovreste amare; 
Ma coprir quanto di beltà dato: 
Poiché non è vertù, eh 1 era suo segno: 
Lasso, a che dicer vegno? 
Dico: che bel disdegno 
Sarebbe in donna di ragion lodato, 
Partir da se beltà per suo comiato. 
Uomo da se vertù fatta ha lontana; 
Uomo non già, ma bestia, ch'uom somiglia: 
O Dio, qual meraviglia, 
Voler cadere in servo di signore? 
Ovver di vita in morte? 
Vertute al suo Fattor sempre sottana 
Lui obbedisce, a lui acquista onore, 
Donne, tanto eh 1 Amore 
La segna d'eccellente sua famiglia 
Nella beata corte: 
Lietamente esce dalle belle porte; 
Alla sua donna torna; 
Lieta va, e soggiorna; 
Lietamente ovra suo gran vassallaggio; 
Per lo corto viaggio 

Conserva, adorna, accresce ciò, che trova; 
Morte repugna sì, che lei non cura. 
O cara ancella, e pura, 
Colt 1 hai nel ciel misura ; 
Tu sola fai signore ; e questo prova 
Che tu sei possessione che sempre giova. 
Servo, non di signor, ma di vii servo 
Si fa, chi da co tal signor si scosta: 
Udite quanto costa, 
Se ragionate Puno, e P altro danno, 
A chi da lei disvia : 

Questo servo, signor, quanto è protervo? 
Che gli occhi, ch'alia mente lume fanno, 

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7» 



RIME DI DANTE 



Chiusi per lui si stanno, 
Sicché gir ne conviene ali 1 altrui posta; 
Ch'adocchia pur follia: 
E perchè lo mio dire util vi sia, 
Discenderò del tutto 
In parte, ed in costrutto 
Più lieve, perchè men grave s 1 intenda ; 
Che rado sotto benda 
Parola oscura giugne allo'ntellettoj 
Perchè parlar con voi si vuole aperto; 
E questo vo^er merto, 
Per voi, non per me certo; 
Ch* aggiate a vii ciascuno, ed a dispetto ; 
Ch^ssimiglianza fa nascer diletto. 
Chi è servo, è come quel, eh' è seguace 
Ratto a signore, e non sa dove vada, 
Per dolorosa strada; 
Come P avaro seguitando avere, 
Ch'a tutti signoreggia: 
Corre V avaro, ma più fugge pace; 
(O mente cicca, che non puoi vedere 
Lo tuo folle volere) 
Col numero, ch^ogn'ora passar bada, 
Che'nfinito vaneggia. 
Ecco giunti a colei, che ne pareggia; 
Dimmi, che hai tu fatto, 
Cieco avaro disfatto? 
Rispondimi, se puoi, altro che nulla: 



Che lusingò cotanti sonni invano: 
Maledetto lo tuo perduto pane, 
Che non si perde al cane; 
Che da sera e da mane 
Hai ragunato, e stretto ad ambe mano 
Ciò, che sì tosto si farà lontano. 
Come con dismisura si raguna; 

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LIBRO IV 

Così con dismisura si distringe : 
Queste, che molti pinge 
In suo servaggio} e s 1 alcun si difende, 
Non è senza gran briga. 
Morte, che fai? che fai, buona fortuna? 
Che non solvete quel, che non si spende? 
Sei fate; a cui si rende? 
Noi so; posciachè tal cerchio ne cinge 
Chi di lassù ne riga; 
Colpa delia ragion, che noi gastiga : 
Se vuol dire: io son presa; 
Ah coni' poca difesa 
Mostra signore, a cui servo sormonta. 
Qui si raddoppia Tonta, 
Se ben si guarda là, dov ? io addito : 
Falsi animali a voi, ed altrui crudi, 
Che vedete gir nudi 
Per colli, e per paludi 
Uomini, innanzi a cui vizio è fuggito; 
E voi tenete vii fango vestito. 
Fassi dinanzi dallo avaro volto 

Vertù, eh 1 e 1 suoi nemici a pace invita^ 

Con matera pulita, 

Per allettarlo a se ; ma poco vale ; 

Che sempre fugge T esca : 

Poiché girato l'ha, chiamando molto, 

Giltal pasto ver lui, tanto glien cale; 

Ma quei non v'apre Pale: 

E se pur viene, quando s'è partita, 

Tanto par, che gP incresca, 

Come ciò possa dar, sicché non esca 

Del benefizio loda, 

Io vo\ che ciascun m^oda: 

Qual con tardare, e qual con vana vista} 

Qual con sembianza trista 

Volge il donare in vender tanto caro, 

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8o 



RIME DI DANTE 




uanto sa sol, chi tal compera paga: 



Tanto chi prende smaga? 
Chel negar poscia non gli pare amaro: 
Così altrui, e se concia V avaro: 
Disvelato v'ho, donne, in alcun membro 
La viltà della gente, che vi mira, 
Perchè gli aggiate in ira; 
Ma troppo è più ancor quel, che s 1 asconde; 
Perchè a dire è lado: 
In ciascuno e ciascuno vizio assembro; 
Perch'amistà nel mondo si confonde: 
Che T amorosa fronde 
Di radice di bene altro ben tira 
Poi suo simile in grado: 
Udite, come conchiudendo vado, 



Cui par ben esser bella, 
Essere amata da questi cotali: 
Che se beltà fra 1 mali 
Vogliamo annoverar, creder si puone, 
Chiamando amore appetito di fera. 
Oh cotal donna pera, 
Che sua beltà dischiera 
Da naturai bontà per tal cagione, 
£ crede amor fuor d'orto di ragione ! 



Tre donne intorno al cuor mi son venute, 
E seggionsi di forc, 
Che dentro siede Amore, 
Lo quale è in signoria della mia vita. 
Tanto son belle, e di tanta vertute, 
Che'l possente Signore, 
Dico quel, che è nel core, 
Appena di parlar di lor s' aita. 

D^zedby Google 




CANZONE VI 



LIBRO IV 8t 

Ciascuna par dolente e sbigottita, 
Come persona discacciata e stanca, 
Cui tutta gente manca, 
£ cui vertute, nè beltà non Tale: 
Tempo fu già, nel quale, 
Secondo il lor parlar, furon dilette; 
Or sono a tutti in ira, ed in non cale. 
Queste così solette 
Venute son, come a casa d'amico; 
Che sanno ben, che dentro è quel, ch'io dico. 
Dolesi Puna con parole molto; 
E 'n sulla man si posa, 
Come succisa rosa; 
Il nudo braccio di dolor colonna 
Sente lo raggio, che cade dal volto; , 
L'altra man tiene ascosa 
La faccia lagrimosa, 

Discinta, e scalza, e sol di se par donna : 
Come Amor prima per la rotta gonna 
La vide in parte, che 1 ! tacere è bello; 
Egli pietoso, e fello 
Di lei. e del dolor fece dimanda. 
O di pochi vivanda 
(Rispose in voce con sospiri mista) 
Nostra natura qui a te ci manda. 
Io, che son la più trista, 
Son suora alla tua madre, e son drittura ; 
Povera, (vedi) appanni, ed a cintura. 
Poiché fatta si fu palese e conta; 
Doglia, e vergogna prese 
Il mio Signore, e chiese, 
Chi fosser l' altre due, eh' cran con lei. 
E questa, ch'era sì di pianger pronta, 
Tosto che lui intese, 
Più nel dolor s'accese, 
Dicendo: or non ti duol degli occhi miei? 

AI MB 6 

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$2 RIME DI DAKTE 

Poi cominciò. Siccome saper dei, 

Di fonte nasce Nilo picciol fiume, 

Ivi, dovei gran lume 

Toglie alla terra del vinco la fronda: 

Sovra la vergin onda, 

Generai io costei, che m 1 è da lato, 

E che s'asciuga con la treccia bionda: 

Questo mio bel portato, 

Mirando sè nella chiara fontana, 

Generò questa, che m'è più lontana. 
Fenno i sospiri Amore un poco tardo 5 

E poi con gli occhi molli, 

Che prima furori folli, 

Salutò le germane sconsolate : 

E poi che prese l'uno, e l'altro dardo, 

Disse: drizzate i colli; 

Ecco F armi, eh' io volli ; 

Per non le usar, le vedete turbate: 

Larghezza, e temperanza, e l'altre nate 

Del nostro sangue mendicando vanno : 

Però, se questo è danno, 

Pianganlo gli occhi, e dolgasi la bocca 

Degli uomini, a cui tocca, 

Che sono a' raggi di cotal eiel giunti; 

Non noi, die scmo dell 1 eterna rocca: 

Che &e noi siamo or punti, 

Noi pur saremo, e pur torneran genti, 

Che questi dardi faran star lucenti 
Ed io, ch'ascolto nel parlar divino 

Consolarsi e dolersi 

Così alti dispersi, 

L'esilio, che m'è dato onor mi tegno* 

E se giudizio, o forza di destino 

Vuol pur, che il mondo versi 

I bianchi fior in persi; 

Cader tra' buoni c pur di lode degno; 



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LIBRO IV 83 

E se non che degli occhi miei"! bèi segno 

Per lontananza m'è tolto dal viso, 

Che m^ave in foco miso, 

Lieve mi conterei ciò, che m^è grave: 

Ma questo foco m 1 ave 

Gik consumate sì Tossa, e la polpa, 

Che morte al petto m'ha posto la chiave: 

Onde sMo ebbi colpa, 

Più lune ha volto il Sol, poiché fu spenta ; 
Se colpa muore, perchè Tuoni si penta. 
Canzone, a' panni tuoi non ponga uom mano, 
Per veder quei, che bella donna chiude: 
Bastin le parti ignude; 
Lo dolce pomo a tutta gente niega, 
Per cui ciascun man piega. 
E s'egli awien, che tu mai alcun truovi 
Amico di vertù, ed ei ti priega; 
Fatti di color nuovi; 

Poi gli ti mostra, e 1 ! fior, eh 1 è bel di fuori, 
Fa desiar negli amorosi cuori. 



LIBRO V 

SONETTO I 

O Madre di virtute, luce eterna, 
Che partoriste quel frutto benegno, 
Che V aspra morte sostenne sul legno, 
Per scampar noi dall'oscura caverna. 

Tu del Ciel Donna, e del mondo superna, 
Deh prega dunque il tuo figliuol ben degno, 
Che mi conduca ai suo celeste regno, 
Per quel valor, che sempre ci governa. 

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84 FTMB DI DAKTE 

Tu sai, che \i te fu sempre la mr.i spene* 

Tu sai, che "n te fu sempre il mio diporto; 

Or mi soccorri, o infinito bene. 
Or mi soccorri, chMo son giunto al porto, 

Il qual passar per forza mi conviene; 

Deh non mi abbandonar, sommo conforto. 
Che se mai feci al mondo alcun delito, 

V alma ne piange, e^l cor ne vie* contrito. 

SONETTO II 

Di donne io vidi una gentile schiera 
Quest'Ognissanti prossimo passato; 
Ed una ne venia quasi primiera, 
Seco menando Amor dal destro lato. 

Dagli occhi suoi gittava una lumiera, 
La cjual pareva un spirito infiammato; 
Ed l'ebbi tanto ardir, che la sua cera 
Guardando, vidi un Angiol figuralo. 

A chi era degno poi dava salute 

Con gli occhi suoi quella benigna e piana, 
Empiendo il core a ciascun di virtute. 

Credo, che in ciel nascesse està soprana, 
E venne in terra per nostra salute; 
Dunque beata chi l' è prossimana. 

BALLATA I 

Quando il consiglio degli augei si tenne. 

Di nicistà convenne, 

Che ciascun comparisse a tal novella; 

E la Cornacchia, maliziosa e fella, 

Pensò mutar gonnella, 

E da molti altri augei accattò penne * 
E adornossi, e nel consiglio venne j 

Ma poco si sostenne, 

Perchè pareva sopra gli altri beHa. 

Alcun domandò 1 altro; chi é quella? 



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Z.IBRO r 

Sicché finalmente ella 

Fu conosciuta. Or odi che n'avvenne. 
Che tutti gli altri augei le fur dintorno j 

Sicché senza soggiorno 

La pelar sì, ch'ella rimase ignudar 

E run cticea: or vedi bella druda. 

Dicea l'altro: ella muda; 

E cosi la lasciaro in grande scorno. 
Sìmilemente addivien tutto giorno 

D' uomo, che si fa adorno 

Di fama o di virtù, eh' altrui dischiuda : 

Che spesse volte suda 

Dell 1 altrui caldo, talché pof agghiaccia; 

Dunque beato chi per se procaccia. 

SONETTO IH 

Un dì si venne a me melanconia, 
E disse : voglio un poco stare teco ;• 
E parve a me, che si menasse seco» 
Dolor, ed ira per sua compagnia. 

Ed io le dissi: partiti, va via; 

Ed ella mi rispose, come un greco j 
E ragionando a grand 1 agio meco, 
Guardai, e vidi Amore, che venia 

Vestito di novo di un drappo nero; 
E nel suo capo portava un cappello, 
E certo lacrimava pur da vero : 

Edio gli dissi: che hai, cattivello? 
Ed ei rispose: io ho guai, e penserò; 
Che nostra donna muor, dolce fratello. 

SONETTO IV 

Messer Brunetto, questa pulzelletta 
Con esso voi si vien la pasqua a fare ; 
Non intendete pasqua da mangiare, 
Ch'ella non mangia, anzi vuol esser letta. 



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86 RIME DI DAKTE 

Xa sua sentenza non richiede fretta, 
Ne luogo di romor, nè da giullare; 
Anzi si vuol più volte lusingare. 
Prima che in intelletto altrui si metta. 

Se voi non la 'ntmdete in questa guisa, 
In vostra gente ha molti irati Alberti, 
D 1 intender ciò, che porto loro in mano. 

Color, u'me stringete senza risa, 

E se gli altri de'dubbj non son certi, 
Ricorrete alla fine a M esser Giano. 

CANZONE I 

I 1 guardo i crespi ed i bior.di capegli, 
De 1 quali ha fatto per me rete Amore, 
Di un fil di perle, e quando di un bel fiore, 
Per me pigliare, io truovo che li adesca: 
E poi riguardo ne 1 suoi occhi breli, 
Che passan per gli miei dentro dal core 
Con tanto vivo e lucente splendore, 
Che propriamente par, the del Sol esca. 
Vertù mostra così, che in lor più cresca; 
OndMo, che sì leggiadra istar la veggio, 
Così fra me, sospirando, ragiono. 
Oimè, perete non sono 
A solo a sol con lei. dovMo la cbieggio? 
Sicch 7 io potessi quella treccia bionda 
Disiarla ad onda ad onda; 
E far de 1 suoi begli occhi a me due specchi, 
Che lucon sì, che non trovan parecchi. 

Poi guardo V amorosa, e bella bocca, 
La spaziosa fronte, e il vago piglio, 

I bianchi denti, e il dritto naso, e il ciglio 
Pulito, e brun, talché dipinto pare. 

II vago mio pensiero allor mi tocca 
E dice : vedi allegro dar di piglio 
Dentro a quel labbro sottile, e vermiglio, 



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LIBRO V 

Dove ogni dolce saporoso pare. 
Ed odi il suo vezzoso ragionare 
uanto la mostra umile, e pietosa, 
quanto il bel parlar parte e divide: 
Guarda quand'ella ride, 
Che passa di dolcezza ogni altra cosa: 
Così di quella bocca il pensier mio 
Mi ragiona, perchè io 
Non ho nel mondo cosa, ch'i 1 non desse 
A tal eh* un sì con buon voler dicesse. 
Poi guardo la sua svelta, e bianca gola 
Coni* esce ben delle spalle, e del petto; 
E il mento tondo, fesso e piccioletto, 
Talché più bel cogli occhi noi disegno. 
E quel pensier, che sol per lei in 1 invola, 
Mi dice: vedi allegro il bel diletto 
Aver quel collo fra le braccia stretto, 
E far in quella gola un picciol segno. 
Poi sopraggi tigne, e dice: apri lo^ngegno; 
Se le parti di fuor son così belle, 
L 1 altre, che den valer, che chiude, e copre? 
Che sol per le beLTopre, 
Che fanno in cielo il Sole, e l 1 altre stelle, 
Dentro da si chiude il Paradiso; 
Dunque se guardi fiso, 
Con propria verità veder ben dei 
Or* ogni gentil piacer si trova in lei. 
Poi guardo i bracci suoi distesi, e grossi, 
La bianca mano morbida, e polita; 
Guardo le lunghe e sottilette dita, 
Vaghe di queir anel, che Vun tien cinto $ 
E il mio pensier mi dice: or se tu fossi 
Dentro a que' bracci fra quella partita, 
Tanto piacer avrebbe la tua vita, 
Che dir per me non si potrebbe il quinto. 
Vedi, clr ogni suo membro par dipinto, 



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88 MlftE DI DANTE 

Formosi, e grandi, quanto a lei si afrene,. 
Con un color angelico di perla: 
Graziosa a vederla, 
E disdegnosa, dove si convene; 
Umile, vergognosa, e temperata, 
E sempre a vertù grata 
Intra' suoi be 1 costumi un atto regna, 
Che d 1 ogni riverenza la fa degna. 
Soave a guisa va di un bel pavone, 
Diritta sopra sè, come una grua. 
Guarda che propriamente ben è sua 
tianto essere può donnesca leggiadria; 
se ne vuoi veder viva ragione, 
Dice il pensier: guarda V amante tua 
Ben fissamente, quando ella s^addua 
Con donna, che vezzosa, e vaga sia: 
Che come par che fugga e vada via 
Dinanzi al Sol ciascun^ altra chiarezza, 
Così costei T altre bellezze sface. 
Or vedi se le piace, 

Te amar tanto quant'è la sua bellezza; 

E se somma vertù con lei si trova, 

Quel, che le piace, e giova, 

Pur è di bella e di gentil usanza; 

Dunque del suo ben far prendi speranza. 
Canzon, tu puoi ben dir con veritate: 

Che poiché al mondo bella donna nacque, 

Nessuna mai non piacque 

Generalmente, quanto la costèi; 

Perchè si trova in lei 

Beltà di corpo, e dramma bontate: 

Fuorché le manca un poco di pietate. 
CANZONE II 
La bella strila, che il tempo misura, 

Sembra la donna, rho mi ha innamorato, 

Posta nel ciel d^ Amore: 



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LIBRO V 

E come quella fa di sua figura 



8» 



A giorno a giorno il mondo illuminato j 
Così fa questa il core 
Alli gentili, ed a quei c'han valore, 
Col lume, che nel viso le dimora : 
E ciaschedun l'onora; 
Perocché vede in lei perfetta luce, 
Per la qual nella mente si conduce 
Piena vertute a chi se ne innamora. 
E questo è, che colora 
Quel ciel d'un lume, ch'agli buoni è duce' 
Con lo splendor, che sua bellezza adduce, 
Da bella donna più, ch'io non diviso, 
Son io partito innamorato tanto, 
Quanto convene a lei ; 
E porto pinto nella mente il viso,. 
Onde procede il doloroso pianto, 
Che fanno gli occhi mici. 
O bella donna, o luce, ch'io vedrei, 
S'io fossi lk, dove io mi son partito! 
Dolente, sbigottito, 
Dice tra se piangendo il cor dolente i 
Più bella assai la porto nella mente 
Che non sarà nel mio parlar udito j 
Perch'io non son fornito 
D'intelletto a parlar così altamente, 
Né a contar il mio mal perfettamente. 
Da lei si move ciascun mio pensiero, 
Perchè l'anima ha preso qu alitate 
Di sua bella persona; 
E viemmi di vederla un desidero, 
Che mi reca il penscr di sua beltate, 



Pur ad amarla, e più non mi abbandona $ 
Ma fallami chiamar senza riposo. 
Lasso morir non oso, 




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RIME £>I DANTE 



E la vita dolente in pianto meno: 
£ s'io non posso dir mio duolo appieno 
Non mei voglio però tenere ascoso 5 
Ch'io ne farò pietoso 
Ciascun, cui tien il mio Signor a freno, 
Ancoraeh'io ne dica alquanto meno, 
ftiede alla mente mia ciascuna cosa, 
Che fu da lei per me giammai veduta, 
O ch'io l'udissi dire; 
E fo come colui, che non riposa, 
E la cui vita a più a più si stuta 
In pianto ed in languire. 
Da lei mi vien d' ogni cosa martire ; 
Che se da lei pietà mi fu mostrata, 
Ed io Faggio lassata, 
Tanto più di ragion mi dee dolere: 
E s'io la mi ricordo mai parere 
Ne' suoi sembianti verso me turbata, 
Ovver disnamorata; 
Cotal m'è or, quale mi fu a vedere, 



L'innamorata mia vita si fugge 

Dietro al desio, che a madonna mi tira, 

Senza niun ritegno; 

E il grande lacrimar, che mi distrugge 

Quando mia vista bella donna mira, 

Divien assai più pregno: 

E non saprei io dir, quale io divegno; 

Ch'io mi ricordo allor, quando io vedia 

Talor la donna mia; 

E la figura sua. ch^io dentro porto, 

Surge sì forte, ch'io divengo morto. 

Ond'io lo state» mio dir non potria, 

Lasso, ch'io non vorria 

Giammai tròvar chi mi desse conforto, 

Finch' io sarò (lai suo bel viso scorto. 

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E vienimene di 




tiù volere. 



LIBRO V Ql 

Tu non sei bella, ma tu sei pietosa, 
Canzon mia nova, e cotal te ne andrai, 
Là dove tu sarai 

Per avventura da madonna udita: 

Parlavi riverente, e sbigottita, 

Pria salutando, e poi sì le dirai, 

Cono" 1 io no spero mai 

Di più vederla anzi la mia finita; 

Perchè io non eredo aver sì lunga vita. 

CANZONE III 

Perchè nel tempo rio 

Dimoro tuttavia aspettando peggio, 

Non so, come io mi deggio 

Mai consolar, se non m'ajuta Iddio 

Per la morte, eh 1 io cheggio 

A lui, che vegna nel soccorso mio: 

Che miseri, compio, 

Sempre disdegna, come or provo e veggio. 
Non mi vo' lamentar di chi ciò face, 
Perch'io aspetto pace 
Da lei sul punto dello mio finire; 
Ch'io le credo servire, 
Lasso, così morendo; 
Poi le diservo, e dispiaccio vivendo. 
Deh or m' avesseAmore, 

Prima che'l vidi, immantencnte morto} 

Che per biasmo del torto 

Avrebbe a lei, ed a me fatto onore 5 

Tanta vergogna porto 

Della mia vita, che testé non more: 

E peggio ho, che 1 ! dolore, 

Nel qual d'amarla gente disconforto; 

Che Amor è una cosa, e la Ventura, 

Che soverchi aD natura 

L'un per usanza, e l'altro per sua forza: 



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9* 



RIME DI DANTI 



E me ciascun inforza, 
Siech'io romper men male 
Morir contra la voglia naturale. 
Questa mìa voglia fera 

E tanto forte, che spesse fiate 

Per Y altrui podestate 

Daria al mio cor la morte più leggera : 

Ma lasso, per piotate 

Dell 1 anima mia trista, che non pera, 

E tomi a Dio qual era 5 

Ella non muor; ma viene in gravitate ? 

AncorchMo non mi creda già potere 

Finalmente tenere, 

Che ciò per soverchianza non mi mova 
Misericordia nova: 
N'avrà forse mercede 
Allor di me il Signor, che questo vede» 
Canzon mia, tu starai dunque qui meco > 
Àcciocch'io pianga teco; 



Giovene donna dentro al cor mi siede, 
E mostra in se beltà tanta perfetta, 
Che se io non ho aita, 
Io non saprò dischiarar ciò, che vede 
Gli spirti innamorati, cui diletta 
Questa lor nuova vita: 
Perchè ogni lor vertù ver lei e itaj 
Di che mi trovo già di lena asciso 
Per l'accidente piano, e in parte fero. 
Dunque soccorso ehcro 
Da quel Signor, che apparve nel chiar ywo> 
Quando mi prc»c per mirar ti fis<K 




CANZONE IV 



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LIBRO T <)3 

Dimorasi nel centro la gentile 
Leggiadra, adorna, e quasi vergognosa, 
E però via più splende : 
Appresso de'suoi piedi Palma umìl« 
Sol la contempla sì forte amorosa, 
Che a nuli 1 altro attende: 
E posciachè nel gcan piacer sì accende, 
Gli begli occhi si levano soave 
Per confortare la sua cara ancilla: 
Onde qui ne scintilla 
L'aspra saetta, che percosso m'avc, 
Tosto che sopra me strinse la chiave. 
Allora cresce il sfrenato desiro, 

E tuttor sempre, né si chiama stanco, 
Finché al punto m' ha scorto, 
Ch'el si converta in amaro sospiro: 
E pria che spiri, io rimango bianco, 
A simile d'uom morto; 

E s'egli avvien, ch'io colga alcun conforto, 
Immaginando l'angelica vista, 
Ancor di certo ciò non mi assicura; 

Anzi sto in paura; 

Perchè rado nel vincere si acquista, 

Quando che della preda si contrista. 
Luce ella nobil nell'ornato seggio, 

E signoreggia con un atto degno, 

Qual ad essa convene: 

Poi sulla mente dritto lì per meggio 

Amor si gloria nel beato regno, 

Ched ella onora, e tene; 

Sicché li pensier, ch'hanno vaga spene, 

Considerando sì alta conserba, 

Fra lor medesmi si conviglia, e strigne : 

E d'indi si dipigne 

La fantasia, la qual mi spolpa, e snerba, 
Fingendo cosa onesta esser acerba. 



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9$ RIMB DI DÀKTB 

Così m 1 incontra insieme ben, e male; 

Che la ragion, che '1 netto vero vuole, 

Di tal fin è contenta: 

Ed è conversa in senso naturale, 

Perchè ciascun *affan, chi prova, duole: 

£ sempre non allenta: 

£ di qualunque prima mi rammenta, 

Mi frange lo giudizio mio molto; 

Né diverrà, mi credo, mai costante: 

Ma pur, siccome amante, 

Appellomi soggetto al dolce volto; 

Nè mai lieto sarò, s^ei mi Ga tolto. 
Vattene, mia Caqzon, eh 1 io te ne prego, 

Fra persone, che volentier t" 1 intenda j 

E sì ti arresta di ragionar segoj 

E di lor, ch'io non vego, 

Nè temo, che lo palegiar mi offenda: 

Io porto nera vesta, e sottil benda^ 

CANZONE V 

Dacché ti piace, Amore, eh 1 io ritorni 

NelP usurpato oltraggio 

Dell'orgogliosa e bella, auanto sai. 

Allumale lo cor, sicché s adorni 

Coir amoroso raggio 

A non gradir, che sempre traggia guai : 

E se prima intendrai 

La nova pace, e la mia fiamma forte, 

E lo sdegno, che mi crucciava a torto, 

E la ragion per cui chiedeva morte; 

Sarai ivi in tutto accorto: 

Poscia, se tu m 1 uccidi, ed haine voglia, 

Morrò sfogato, e fìcmene men doglia. 
Tu conosci, Signore, assai di certo, 

Che in* creasti sempre atto 

A servirti: ma non era io ancor morso, 



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LIBRO V 

Quando di sotto il Ciel vidi scoperto 

Lo volto, ond 1 io son catto; 

Di che gli spiritelli ferno corso 

Ver madonna a destrorso. 

Quella leggiadra, che sopra vertute, 

È vaga di beltate di sè stessa, 

Mostra ponerli subito a salufe : 

Allor fidansi ad essaj 

E poiché furon stretti nel suo manto, 

La dolce pace li converse in pianto. 
Io, che pur sentia costor dolersi, 

Come r affetto mena. 

Molte fiate corsi avanti a lei. 

L 1 anima, che per ver dovea tenersi, 

Mi porse alquanto lena, 

Ch'io mirai fiso gli occhi di costei: 

Tu ricordar ten dei, 

Che mi chiamasti col viso soave; 

Ond^o sperai allento al maggior carco; 

E tosto che ver me strinse la chiave, 

Con benigno rammarco 

Mi compiagnevi, e in atto si pietoso, 

Che al tormento m'infiammo più giojoso. 
Per la vista gentil, chiara e vezzosa, 

Venni fedel soggetto, 

Ed aggradi a mi ciascun suo contegno, 

Gloriandomi servir sì gentil cosa: 

Ogni sommo diletto 

Posposi per guardar nel chiaro segno: 

Sì m'ha quel crudo sdegno, 

Per consumarmi ciò, che ne fu manco; 

Coperse l'umiltà del nobil viso, 

Onde discese lo quadrel nel fianco, 

Che vivo nVave ucciso: 

Ed ella si godca vedermi in pene, 

Sol per provar, se da te valor vene. 

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g6 RIME DI DAKTB 

I'così lasso, innamorato e stracco 

Desiderava morte, 

Quasi per campo diverso martiro, 

Che il pianto m'avea già si rotto e fiacco, 

Oltra Fumana sorte, 

Ch'io mi credea ultimo ogni sospiro. 

Pur l'ardente desiro 

Tanto poi mi costrinse a sofferire, 

Che per l'angoscia tramortii in terra; 

E nella fantasia udiami dire, 

Che di cotesta guerra 

Ben converrà, ch'io ne perisse ancora; 

Sicch'io dottava amar per gran paura. 
Signor, tu m'hai intesa 

La vita, ch'io sostenni, teco stando: 

Non ch'io ti conti auesta per difesa; 

Anzi ti obbedirò nel tuo comando. 

Ma se di tal impresa 

Rimarrò morto, e che tu mi abbandoni; 

Per Dio ti prego almen, che a lei perdoni. 

CANZONE VI 

L'uom, che conosce, è degno, eh' aggi a ardire, 
E che si arrischi quando si assicura 
Ver quello, onde paura 
Può per natura, o per altro avvenire: 
Cosi ritorno Torà, e voglio dire, 
Che non fu per ardir, s'io posi cura 
A questa creatura; 

Ch'io vidi quel, che mi venne a ferire; 

Perchè mai non avea veduto Amore, 

Cui non conosce il core, se noi sente. 

Che par propiamente una salute, 

Per la vertute della qual si cria; 

Poi a ferire va via con un dardo 

Batto, che si congiunge al dolce sguardo. 

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LIBRO Y 

Quando gli occhi riguardali la boltatc, 
£ troyan lo piacer dentar la mente ; 
L'anima e il cor si sente; 
£ miran dentro la propjctate, 
Stando a veder senz'ultra vojontate: 
Se lo sguardo si giunge, imman tenente 
Passa nel cor ardente 
Amor, che par uscir di chiaritatc, 
Così fui io ferito risgwardando; 
Poi mi volsi tremando pei sospiri: 
Nè sia chi più mi risvegli giammai, 
Ancorché mai io non ppps^ Rampare; 
Che sei yo^ur pensare, tremo tutto; . 
Di tal guisa conosco il cor distrutto. 

Poi mostro, che la mia non fu arditanza: 
Non eh 1 io rischiassi il cor nella veduta; 
Posso dir, eh 1 è venuta , 
Negli occhi miei drittamente pietanza. 
£ sparsa è per lo viso una sembianza) 
Che vien dal cor, ov è si combattuta 
La vita eh 1 è perduta: 
Perchè 1 soccorso suo npn ha possanza, 
Questa pietà vien, come vuol natura;, 
Poi dimostra in figura lo cor tristo, 
Per farmi acquisto solo di mercede: 
La qual si chiede come si copy epe, , , 
Là ve 1 forza, non viene di Signore, ■ , 
Che ragion tegna t di collii, che more. 

Canzon, odir si pu,ò la tua ragione; 
Ma non intender si, che sia approvata, 
Se non da innamorata, 
£ gentil alma, dove Amor , si pone: 
£ però tu sai ben, con quai persone 
Dei gir a star, per esser onorata: 
£ quando sei guardata, 
ffo sbigottir nella tua openione; 

RIME 7 

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gft RIME Dt DANTE 

Che ragion ti assicura, e cortesia! 
Dunque ti metti in via chiara e palese 
D'ogni cortese, ed umile servente; 
Liberamente, come vuoi, ti appella, 
E di 1 , che sei novella d'un, che vide 
Quello Signor, che, chi lo sguarda, occide. 

CANZONE VII 

Io non pensava, che lo cor giammai 
Avesse di sospir tormento tanto, 
Che dall'anima mia nascesse pianto 
Mostrando per lo viso gii occhi morte. 
3flon senti pace mai, nè riso alquanto, 
Posciachè Amor, e madonna trovai ; 
Lo qual mi disse.- tu non camperai, 
Che troppo è lo valor di costei forte : 
La mia vertù si partì sconsolata, 
Poiché lasciò lo core 
Alla battaglia, ove madonna è stata, 
La qual dagli occhi suoi venne a ferire 
In tal guisa, che Amore 
Ruppe tutti i miei spiriti a fuggire. 

Di questa donna non si può contare, 
Che di tante bellezze adorna viene, 
Che mente di quaggiù non la sostiene ; 
Sicché la veggia lo intelletto nostro : 
Tanto é gentil, che quando penso bene. 
L'anima sento per lo cor tremare; 
Siccome quella, che non può durare 
Davante al gran dolor, che a lei dimostro. 
Per gli occhi fiere la sua clarilate, 
Sicché qual uom mi vede, 
Dice: non guardi me questa pietate, 
Che posta e 'n vece di persona morta, 
Per dimandar mercede : 
E non se n'è madonna ancora accorta. 



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LIBRO V 



Quando mi ven nensier, ch'io voglia dir* 
A gentil core della sua vertute, 
Io trovo me di si poca salute, ► 
di' io non ardisco di star nel pensiero: 
Che Amor alle bellezze sue vedute, 
Mi sbigottisce si, che sofferire 
Non puote il cor sentendola venire; 
Che sospirando dice: io ti dispero; 
Perocché io trassi del suo dolce riso 
Una saetta acuta, 

Che ha passato il tuo, e il mio diviso: 
Amor, tu sai allora, eh 1 io ti dissi, 
Poiché l'avei veduta, 
Per forza converrà, che tu morissi. 
Canzon, tu sai, che dei labbri d'Amore 
Io ti sembrai, quando madonna vidi : 
Però ti piaccia, che di te mi fidi; 
Che vadi in guisa a lei, ch'ella t'ascolti 
£ prego umilemente, a lei tu guidi 
Gli spiriti fuggiti del mio core, 
Che per soverchio dello suo valore 
Eran destrutti, se non foisser volti; 
£ vanno soli senza compagnia, 
Per via troppo aspra e dura : 
Però gli mena per fidata via; 
Poi le di, quando le sarai presente : 
Questi sono in figura 
D'un, che si more sbigottitamente. 



L'anima mia dolcemente saluta: 
E falla rallegrar dentro lo core; 
Onde si face, a quel, eh' eli' era, strana; 
£ conta noyitate, 



CANZONE Vili 




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IOO RIME DI DAKTE 

Come venisse di parte lontanar; > < 

Che quella donna piena d 1 untiltatc, 

Giugne cortese, e umana, 

E posa nefie braccia dv pietate. 
Escon tali sospir d'està novella, 

Ch'io mi sto solo, perché altri non gli oda, 

E intenda Amor, come madonna loda, ' 

Che mi fa viver sotto la sua stella. 

Dice il dolce Signor : questa salute 

Voglio chiamar laudando 

Per ogni nome di gentil virtute, 

Che propiamente tutte ella adornando, 

Sono in essa cresciute, 

Ch'a buona invìdia si vanno adastando. 
Non può dir, ne saper quel che somiglia, 

Se non chi sta nel Ciel, chi è di lassuso ; 

Perch 1 esser non ne poò già cor astiuso; 

Che non ha invidia quel, cMia meraviglia, 

Lo quale vizio regna ov' e* paraggio: 

Ma questa è senza pare; 

E non so esemplo dar, quanto ella è maggio. 

La grazia sua, a chi la può mirare, 

Discende nel coraggio, 

E non vi lascia alcun difetto stare. 
Tant'è la sua vertute e la valenza, 

Ched ella fa meravigliarlo Sole: 

E per gradire a Dio in ciò, eh' ei vuole, 

A lei s'inchina e falle riverenza. 

Adunque, se la cosa conoscente 

La^ngrandisce ed onora, 

?uanto la de 1 più onorar la gente? 
utto ciò, eh 1 e gentil, sen 1 innamora; 
L'aer ne sta gaudente, 
E 1 Ciel piove dolcezza u 1 la dimora. 
Io mi sto sol oome uom, che pur desia 
Di veder lei sospirando sovente; 



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LIBRO V 101 

Perocch'io mi riguardo nella mente, 

E trovo, ched ella è la donna miaj 

Onde m'allegra Amor, e fammi umile 

Dell' opor, che mi facC: 

Ch' io son di quella, eh 1 è tanto gentile; 

E le parole sue son vita, e pace; 

Ch'è si saggia, e sottile, 

Che d'ogni cosa ella tragge il verace. 
Sta nella mente mia, come la vidi, 

Di dolce vieta, e d 1 umile sembianza : 

Onde ne tragge Amor una speranza. 

Di ehe il cor pasce, e vuol, che in ciò si fidi. 

In questa speme è tutto il mio diletto, 

Ch'e cosi nobil cosa, 

Che solo per veder tutto il suo- affetto 

Questa speranza palese esser osa; 

Ch'altro già non affetto, 

Che veder lei,, eh' è di mia vita posa. 
Tu mi pari, Canzon, sì bella, e nova, 

Che di chiamarti mia non aggio ardire : 

Di', che ti fece Amor, se vuoi ben dire, 

Dentro al mio cor, che sua valenza prova ; 

E vuol, che solo allo suo nome vadi 

A color, che son sui . 

Perfettamente j ancor ched ei sian radi: 

Dirai: io vegno a dimorar con vui; 

E prego, che vi aggradi, 

Per auel Signor, da cui mandata fui. 
* CANZONE IX 

Oimè, lassò, quelle trecce bionde, 

Dalle quai riluci eno 

D'aureo color gli poggi d' ognintorno; 

Oimè, la bella cera, e le dolci onde, 

Che nel cor mi sedieno, 

Di quei begli occhi al ben segnato giorno; 
Oimè, il fresco, e adorno, 

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B1ME DI DANTE 



E rilucente viso; 

Oimè, il dolce riso, 

Per lo qual si vedea la bianca nere 

Fra le rose vermiglie d'ogni tempo; 

Oimè, senza meve, 

Morte, perchè togliesti sì per tempo ? 
Oimè, caro diporto, e bel contegno $ 
Oimè, dolce accoglienza, 
Ed accorto intelletto, e cor pensato. 
Oimè, bello, umil, alto disdegno, 
Che mi crescea la'ntenza 
D'odiar lo vile, e d'amar l'alto^stato; 
Oimè lo desio nato 
Di sì bella abbondanza ; 
Oimè quella speranza, 
Ch'ogn* altra mi facea veder addietro; 
E lieve mi rendea d'amor lo peso, 
Oimè, rotto hai, qual vetro, 
Morte, che vivo m'hai morto, ed impeso 
Oimè, donna, d'ogni virtù donna, 
Dea, per cui d'ogni Dea, 
Siccome volse Amor, feci rifiuto. 
Oimè, di che pietra qual colonna 
In tutto il mondo avea, 
Che fosse degna in aere darti ajuto ? 
Oimè, vasel compiuto 
Di ben sopra natura, 
Per volta di ventura 
Condotto fosti suso gli aspri monti ; 
Dove t' ha chiusa, oimè, fra duri sassi 
La morte, che due fonti 
Fatto ha di lagrimar gli occhi miei lassi. 
" Oimè, morte, finché non ti scolpa. 

Dimmi almen per gli tristi occhi miei, 




Finir non deggio di chiamar omei? 

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LIBRO VI 

CANZONE 

O patria degna di trionfai fama, 
De'magnanimi madre, 
Più che'n tua Suora in te dolor sormonta. 
Quale de 1 figli tui che in tmor t'ama 
Sentendo l'opre ladre 
Che in te si fanno, con dolore ha onta. 
Ahi! quanto in te la iniqua gente è pronta 
A sempre congregarsi alla tua morte, 
Con luci bieche e torte 
Falso per yero al popol tuo mostrando. 
Alza il cor de 1 sommersi: il sangue accendi: 
Sui traditori scendi 

Nel tuo giudicio. Sì che in te laudando 
Si posi quella grazia che ti sgrida, 
Nella quale ogni ben surge e s'annida. 
Tu felice regnavi al tempo bello 
Quando le tue rede 
Voller che le virtù fussin colonne. 
Madre di loda, e di salute ostello, 
Con pura, unita fede 
Eri beata, e colle sette donne. 
Ora ti veggio ignuda di tai gonne: 
Vestita di dolor: piena di vizi: 
Fuori i leai Fabrizi: 
Superba: vile: nimica di pace. 
O disonrata te! specchio di parte 
Poiché se' aggiunta a Marte: 
Punisci in Antenora qual verace 
Non segue Tasta del vedovo giglio: 
£ a que'che t'aman più, più fai mal piglio 

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̩4 RIME DI DANTE 

Dirada in te le maligne radici: 
De 1 figli non pietosa, 

Che hanno fatto il tuo fior sudicio e vano. 

E vogli le virtù sien vincitrici: 

Si che la Fè nascosa 

Besurga con Giustizia a spada in mano. 

Segui le luci di Giustiniano, 

E le focose tue mal giuste leggi 

Con discrezioh corteggi, 

Si che le laudi 1 mondo, e 1 divin regno. 

Poi delle tue ricchezze onora e fregia 

Qu&l figli uol te più pregia: 1 

Non recando ai tuo 1 ben ehi non n'è de&no. 

Si che Prudenza; ed ogni sua sorella 

Abbi tu teco: e tu non lor rubella. 
Serena e gloriosa ih sulla ruota 

D'ogni beata essenza, 

(Se questo fai) regnerai onorata. 

È '1 nome eccelso tuo che mal si ilota, 

Potrà poi dir Fiorenza; 

Dacché T affé zi on t'avrà ornata, 

Felice l'alma che in te fia creata! 

Ogni potenza e loda in te fia, dégna. 

Sarai dei mondo insegna. 

Ma se non muti alla tua nave guida, 

Maggior tempesta cori fortunal morte 

Attendi per tua sorte, 

Che le passate tue piene di strida. 

Eleggi ornai. Se la fraterna pace • 

Fa più per te*. o'I star lupa rapace. 
Tu te n'andrai, Canzone, ardita e fera, 

Poiché ti guida amore, 

Dentro la terra mia, cui doglio e piango. 

E troverai de' buon, la cui lumiera 

Non dà nullo splendore , 

Ma stan sommerti, e lor virtù è nel Tingo. 

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tifico vi 1 
Grida: surgète su, che per voi clàngo. 
Prendete Tarmi, ed esaltàte quella: 
Che stentando vive ella: 
E la divoran Capaneo e Crasso, 
Aglauro, Simon Mago, il falso Greco, 
E Manometto cieco 

Che tien Giugurta e Faraone al passo. 
Poi ti rivolgi aVittadin suoi giusti: 
Pregando sì disella sempre s 1 Augusti 
SONETTO I 

Jo mi credca del tutto esser partito 
Da queste vostre rime, Messer Cino, 
Che si conviene ornai altro cammino 
Alla mia nave, più lunge dal Irto ; 

Ma perch'io ho di voi più volte odilo, 
Che pigliar vi lasciate ad ogni uncino, 
Piacciavi di prestare un pocolinO 
A questa pènna lo stancate» , dito. 

Chi s*innamora, siccome Voi fate, 
E ad ogni piacer si lega e Scioglie, 
Mostra cl^Àm or leggermente il saetti: 

Se 1 ! vostro cuor si piega in tante voglie, 
Per Dio vi priego che voi! correggiati; 
Sicché s 1 accordi i fatti a 1 dolci detti 
SONETTO II 

Guido, vorrei, che tu, e Lappo, ed io, 
Fossimo presi per incantamento, 
E messi ad un vassel, eh 1 ad ogni vento 
Per mare andasse a voler vostro e mio ; 

Sicché fortuna, od altro tempo rio, 
Non ci potesse .dare impedimento: 
Anzi vivendo sempre in noi talento 
Di stare insieme crescesse'l disio. 

E Monna Vanna, e Monna Bice poi, 
Con quella su il numer delle trenta, 
Con noi ponesse il buono incantatore t 

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106 RIME DI DASTB 

£ quivi ragiònar sempre d'amore: 
E ciascuna di lor fosse contenta, 
Siccome io credo che sariamo noi. 



O tu, che sprezzi la nona Ggura, 
E sei da men della sua antecedente : 
Va e raddoppia la sua susseguente; 
Per altro non ti ha fatto la natura. 

BALLATA I 

Madonna, quel Signor, che voi portate 

Negli occhi tal che vince ogni possanza, 

Mi dona sicuranza 

Che voi sarete amica di pietate. 
Però che là dov'ei fa dimoranza, 

Ed ha in compagnia molta biltate, 

Tragge tutta bontate 

A se, come a principio che ha possanza : § 

Ond 1 io conforto sempre mia speranza, 

La quale è stata tanto combattuta, 

Che sarebbe perduta, 

Se non fosse che Amore 

Contr'ogni avversità le dà valore 

Con la sua vista, e con la rimembranza 

Del dolce loco, e del soave fiore ; 

Che di nuovo colore 

Cierco la mente mia, 

Merzè di vostra dolce cortesia. 

SONETTO III 

PerchHo non trovo chi meco ragioni 
Del Signor a cui siete voi ed io, 
Conviemmi soddisfare al gran desio. 
Ch'io ho di dire i pensamenti buoni. 

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LIBRO TI lOJ 

Nuli 1 altra cosa appo voi m'accagioni 
Dello lungo e nojoso tacer mio, 
Se non il loco ove io son, ch'è sì rio, 
Che il ben non trova chi albergo gli doni. 

Donna non e 1 è che Amor le venga al volto, 
Né uomo ancora che per lui sospiri, 
E chi '1 facesse saria detto stolto. 

Ahi, Messer Gin, com'è 1 ! tempo rivolto 
A danno nostro, ed alli nostri diri, 
Da poi che '1 ben ci è sì poco ricolto. 

SONETTO IV 

Deh ragioniamo nn poco insieme, Amore, 
E tra' mi d'ira che mi fa pensare, 
E se vuoi l'un dell'altro dilettare 
Diciam di nostra donna, o mio Signore. 

Certo 1 1 viaggio ne parrà minore 

Prendendo un così dolce tranquillare, 
E già mi par giojoso il ritornare 
Udendo aire , e dir del suo valore. 

Or incomincia, Amor, che si conviene, 
E muoviti a far ciò; eh' eli' è cagione 
Che ti dichine a farmi compagnia. 

O vuol mercede, o vuol tua cortesia, 
Che la mia mente, o il mio pensier dipone, 
Tal è il desio che aspetta d'ascoltare- 

SONETTO V 

Sonetto, se Meuccio t'è mostrato, 
Così tosto il saluta, come '1 vedi, 
E va correndo, e gittaliti a'piedi 
Sicché tu paja bene accostumato. 

E quando sei con lui un poco stato 
Anche il risalutrai ; non ti ricredi ; 
E poscia all'imbasciata tua procedi r 
Ma fa che'l tragga prima da un lato. 



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iùS RIMft DI DàKTB 

E dì: Meticcio, quei che t'ama- assai 
Delle sue gioje più care ti manda, 
Per accostarsi ai tuo coraggio buono. 

Ma' la che prendià per * lo primo dotto 
Qtì>esti tuoi frati, ed a lor sì comatìda 
Che stien con lui, e qua no» tornin mai. 
SONETTO VI 

Chi udisse* tossir la mal fatata 
Moglie di Bicci vocato Forese^ 
Potrebbe dir che là fosse vernata 
Ove si fa 1 cristallo in quel paese. 

Di mezzo agosto là trovi infreddata, 
Or pensa che^ee far d' ogni altro mese,: 
E non le vai perchè dorma calzata 
Merzè del copertoio ch'JiavCortpnese. 

La tosse, il freddo e l' ajtra mala voglia 
Non le addivicn per umor eh 1 abbia vecchi, 
Ma per difetto ch'ella sente #1 nido. 

Piange la madre, che ha più d'una doglia, 
Dicendo : lassa a me; per fichi secchi 
Messa l'avrai in casa il conte Guido. 
SONETTO VII 

Bicci, novcl figUuol di non so cui, 
Se non ne domandassi Mona Tessa, , 
Giù per la gola tanta roba hai messa 
Che a forza ti conviene, or tor l' altrui. . 

E già la gente si guarda da lui 
Chi ha borsa al lato là dove' s' appressa, 
Dicendo : questi che ha la faccia fessa 
È publico tadron negli atti sui. • 

E tal giace per lui nel letto tristo 
Per tema non; sia preso all'imbolare, 
Che gli apppartien quanto .... 

Di Bicci e de'fratei posso contare 

Che per lo sangue lor» del male acquisto 
Sanno a lor donne buon cognati fare. 

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LIBBO VI 



SONETTO Vili 

Omè, Comun, come concia? ti veggio 
Si dagli ol tramontai*, sì da 1 vicini! 
E maggiormente da 1 tuo 1 cittadini 
Che ti dovrebbon por nell'alto seggio. ' 

Chi più ti dee onorar que' ti fa peggio; 
Legge non ci ha che per te si dicrini: 
Co graffi, colla sega e cogli uncini 
Ciascun s'ingegna di levar lo scheggio. 

Capei non ti ri man che ben ti voglia: 
Chi ti to' la bacchetta, e chi ti scalza, 
Chi il vestimento stracciando ti spoglia. 

Ogni lor pena sopra te rimbalza: 
Niuno non è che pensi di tua doglia, 
O stu dibassi quando sè rinalza. 

SONETTO IX 

Se nel mio ben ciascun fosse leale, 
Sì come di rubarmi si diletta, 
Non fu mai Roma quando me' fu retta 
Come sarebbe Firenze reale. 

Ma siate certi che di questo male 
Per tempo o tardi ne sarà vendetta. 
Chi mi torrà converrà che rimetta 
In me Comun del vivo capitale. 

Che tal per me sta in cima della rota, 
Che in simil modo rubando m' offese, 
Onde la sedia poi rimase vuota. 

Tu che salisti quando quegli scese, 
Pigliando asempro mie parole nota, 
E fa' che impari senno alle sue spese. 

Poi che justizia vedi che mi vendica, 
Deh non voler del mio tesor far endica. 



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HO RIME DI DAKTB 

SONETTO X 

Volgete gli occhi a veder chi mi tira, 
Per clr io non posso più viver con voi, 
Ed onoratel, che questi è colui 
Che per le gentil donne altrui martira. 

La sua virtute, ch'ancide senz'irà, 
Pregatel che mi lasci venir pui: 
Ed io vi dico, che li modi sui 
Cotanto intende quanto Puom sospira* 

Ch 1 ella m' è giunta fera nella mente, 
E pingemi una donna sì gentile, 
Che tutto mio valore a pie le correi' 

E fammi udire una voce sottile 
Che dice : dunque vuo' tu per niente 
Agli occhi miei sì bella donna torre? 

SONETTO XI 

Tu, che stampi lo colle ombroso e fresco, 
Ch' è co lo fiume, che non è torrente, 
Linci molle lo chiama quella gente 
In nome italiano e non tedesco : 

Ponti sera e mattin contento al desco, 
Poiché del car figli uol vedi presente 
Il frutto che sperasti, e sì repente 
S' avaccia ne no stil greco e francesco. 

Perchè cima d 1 ingegno no b* astalla 
In quella Italia di dolor ostello , 
Di cui si speri già cotanto frutto; 

Gavazzi pur il primo Raffaello, 
Che tra' dotti vedrallo esser veduto, 
Come sopr' acqua si aostien la galla. 



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LIBRO TI 



SONETTO XII 

Quando la notte abbraccia con fosch' ale 
La terra, e 1 di dà volta e si nasconde 
In cielo, in mare, in boschi, e fra le fronde, 
Si posa e sotto tetto ogni animale: 

Perche '1 sonno il pensier mette in non cale 
Che per le membra si distende e'nfonde, 
Fin che l 1 aurora con sue trecce bionde 
Rinova le fatiche diurnale. 

Io misero mi trovo fuor di schiera, 
Che'l sospirar nimico a la quiete 
Mi tien aperti gli occhi, e aesto il core: 

E come uccello avviluppato in rete, 
Qaanto più cerco di fuggir maniera, 
Più mi trovo intricato e pien d 1 errore. 

SONETTO ULTIMO 

Due donne in cima de la mente mia 
Venute sono a ragionar d'amore; 
L* una ha in sè cortesia e valore, 
Prudenzia et onestate 'n compagnia. 

L 1 altra ha bellezza e vaga leggiadria, 
E adorna gentilezza le fa onore; 
Et io, mercè del dolce mio signore, 
Stonimene a pie de la lor signoria. 

Parlan bellezza e virtù allo intelletto, 

E fan quistion, come un cuor puote stare 
Infra duo donne con amor perfetto: 

Risponde il fonte del gentil parlare, 
dhe amar si può bellezza per diletto, 
E amar puossi virtù per alto oprare. 



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I 12 

INOTE ALLE RIME DI DANTE ALIGHIERI 



Pag. 18. Frammento Dr Canzone — Sì lungamente m'ha 
tenuto Amore, — Questo componimento, forse pel numero de 1 
versi, e la disposizione, delle rime, è solito a collocarsi fra 1 So- 
netti, c P undecimo verso, cui fallirebbe la misura, viene segnato 
con asterisco, quasi che vi fosse difetto nel testo : è però fuori 
di dubbio per la testimonianza di Dante medesimo nella Vita 
nuova, non essere questo altro, che il principio d n una Canzone 
da lui interrotta, quando la sua Beatrice morì. 

Pag. 22. Sonetto xiv — Era venuta, nella mente mia — 
Questo Sonetto della Vita nuova, secondo le parole proprie di 
Dante, ha due cominciamenti, ma la differenza non passa oltre 
la prima quartina. Quella che ne parve più leggiadra e poetica 
fu posta a suo luogo j Pai tra è la seguente: 
Era venuta nella mente mia 

Quella donna gentil, cui piange Amore, 
Entro quel punto, che lo suo valore 
Vi trasse a riguardar quel ch'io facìa. 

Pag. 86. Canzone i — /' guardo i crespi ed i biondi cm~ 
pegli, — Fu già detto nella Prefazione, ebe le molte e belle 
correzioni qui introdotte si debbono tutte al Perticar! : ma ora 
conviene anche avvertire, che il Codice antichissimo da Ini se- 
guito attribuisce questi versi a Fazio, e manca interamente della 
quarta strofa, torse perchè il poeta emendando in vecchiezza il 
lavoro giovanile volle torne qualche idea meno casta: da ciò 
debbe anche provenire la totale mutazione dei dne versi , che 
finiscono la terza strofa e in tutte P edizioni stanno cosi; 
Pensar ben dèi, ch'ogni terreo piacere 
Si trova, dove tu non puoi vedere. 

Pag. 92. Canzone iv- — Giovene donna dentro al cor mi 
siede, — Si conservò questa Canzone, perchè in quasi tutte le 
stampe è voluta cosa di Dante, ma se alcuno cosi credeste, tal 
sia di lui. 

FINE DELLE RIME DI DANTE ALIGHIERI 



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US 



RIME 



DI 

GUIDO GUINIZZELLI 



CANZONE I 

A.1 cor gentil ripara sempre Amore, 

Siccome augello in selva alla verdura: 

Non fé' Amore anzi che gentil core, 

Ne gentil core anzi ch'Amor, Natura, 

Ch'addesso com'ful Sole, 

Sì tosto fuc lo splendor lucente 5 

Né fue davanti ai Sole: 

E prende Amore in Gentilezza loco, 

Così propiamentc 

Come il calore in chiarità di foco. 
Poco d'Amore in gentil cor s'apprende, 

Coinè vertute in pietra preziosa; 

Che dalla stella valor non discende, 

Anzi che '1 Sol la faccia gentil cosa: 

Poiché n'ha tratto fu ore 

Per sua forza lo Sol ciò, che gli è vile, 

La stella i dà valore 

Così lo cor, che fatto è da natura 

Schietto, puro, e gentile, 

Donna, a guisa di stella, lo Wamora. 
Alias 



n4 

Amor per tal ragion sta in cor gentile, 
Per qual lo foco in cima del doppiero* 
Splende allo suo diletto, chiar, sottile j 
Non li starla altrimenti : tanto è fiero. 
Così prava natura ^ | 

Bincontra Amor, come fa l 1 acqua il foco 
Caldo per la freddura. I 
Amore in gentil cor prende rivera ' 
Per suo consimil loco, . 
Com 1 diamante dei ferro in la miniera. ' 
Fere lo Sol lo fango tutto-M giorno; 
Vile riman, nè 1 Sol perde calore. 
Dice uomo altier: gentil per schiatta torno: 
Lui sembra il fango : e H Sol gentil valore. 
Chè non de' dare uom fè, 
Che gentilezza sia fuor di coraggio 
In dignità di re, 
Se da virtù te non ha gentil core. 
Corti 1 acqua porta raggio, 
E 1 ciel ritien la stella, e lo splendore. 
Splende in l 1 intelligenza dello cielo 

Dio creator più eh 1 a'nostr 1 occhi il Sole: 
Ella intende il suo fattor oltre il velo 5 
E il ciel, a lui vogliendo ubbidir, cole 
E consegue al primiero 
Dal giusto Dio beato compimento: 
Così dar dowia 1 vero 
La bella Donna, che negli occhi splende, 
Del suo gentil talento 
A chi d 1 ubbidir lei mai non disprende. 
Donna (Dio mi dirà) che Dresumisti? 
( Sendo l 1 anima mia a lui davante > 
Lo ciel passasti, e fino a me venisti, 
E desti m vano Amor me per sembiante* 
A me convien la laude, 
E a la Reina del regnarne degno 

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DI GUIDO GUIlfIZZELLI ll5 

Per cui cessa ogni fraude. 

Dir gli potrò: Tenne d'Angel sembianza, 

Che fusse del tuo regno; 

Non mi fu fallo, s'io le posi amanza! 

CANZONE II 

Tegno di folle impresa, allo ver dire, 
Chi s'abbandona ver troppo possente, 
Si come gli occhi miei, che fer rismire 
In ver di quelli della più avvenente. 
Che sol per lor son vinti, 
Senza eh' altre bellezze lor dien forza, 
Ch 1 a ciò far sono spinti : 
Si come gran baronìa di signore; 
Quando vuole usar forza, 
Tutta s'appresta in donarli valore. 
Di sì forte valor lo colpo venne, 
Che gli occhi noi ritenner di niente, 
Ma passò dentr'al cor, che lo sostenne. 
E sentissi piagato duramente; 
E poi gli rendè pace, 
Si come troppo aggravata cosa, 
Che ponsi in letto e giace, 

Ed ella non si cura di niente, 

Ma vassen disdegnosa 

Che si vede alta e bella ed avvenente. 1 : 
Ben si può tener alta quanto vuole, 

Chè la più bella donna è che si trovej 

Ed infra l'altre par lucente Sole, 

E falle disparere a tutte pruove : 

Chè in lei enno adornezze, 

Gentilezze, savere, e bel parlare, 

E compiute bellezze; 

Tutto valor in lei par che si metta. 

Posso in breve contare : 

Madonna è delle donne gioia eletta. 

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IlG RIME 

Ben è gioia eletta da vedere, 

Quando appare infra l'altre più adorna, 

Che tutta la rivera fa lucere, 

E ciò, che 1* è d'in cerchio, allegro torna. 

La notte, se apparisce, 

Come di giorno il Sol, rende splendore, 

Così F aere schiarisce 

Onde il giorno ne porta grande inveggia, 

Ch'ci solo have il chiarore, 

Ed or la notte egualmente lampeggia. 
Amor m'ha dato a Madonna servire: 

O voglia io o non voglia, così estef 

Né saccio certo ben ragion vedere 

Di come sia caduto a 'ste tempeste. 

Da lui non ho sembiante, 

Ed ella non mi fa vista amorosa, 

Perch 1 io divenga amante, 

Se non per dritta forza di valore, 

Che la renda gioiosa 

Onde mi piace morir per suo amore. 

CANZONE III 

Donna, F amor mi sforza, 

Ch 1 io vi deggia contare, 

Come io so' innamorato: 

E ciascun giorno inforza 

La mia voglia d'amare : 

Pur fuss'io meritato: 

Sacciate in ventate, 

Che si preso è il mio core, 

Di voi, incarnato amore, 

Che more di pietatc : 

E consumar lo fate 

In gran foco e in ardore. 
Nave, ch'esce di porto 

Con vento dolce e piane 

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DI GUIDO GUINJZZELLI 

Fra mar giugne in altura; 
Poi vien lo vento torto, 
Tempesta, e grande affano 
Le adduce la ventura; 
Allor si sforza molto 
Come possa campare, 
Che non perisca in mare ; 
Così Tamor m'ha colto, 
E di buon loco tolto, 
E messo in tempestare. 

Madonna, udito ho dire, 
Che in aer nasce un foco 
Al rincontrar de' venti , 
Se non more in venire 
In nuviloso loco, 
Arde immantinenti: 
Desiderando gioco, 
Così di nostre voglie 
Il contrario si coglie, 
Onde poi nasce foco, 
Lo qual s 1 estingue poco 
Per lagrime e per doglie. 

Greve cosa è servire 
Signor contra al talento, 
E sperar guiderdone , 
E mostrar in parire 
Che sia gioja il tormento 
Contra sua opinione. 
Dunque si de' aggradire, 
Se io voglio ben fare, 
E ghirlanda portare, 
E del vostro orgoglire : 
Che se voglio ver dire, 
Credo dipinger Ta're. 

À pinger Paer son dato, 
A tal vita condutto; 

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Il8 RIME 

Lavoro e non acquisto. 
Lasso, non ben fatato ! 
Amor mi ci ave addutto 



Oime dolente e tristo, 

Perchè fu 1 io sol nato 

A stare innamorato? 

Poi Madonna ni 1 hai visto, 

Meglio è, elisio mora in qui sto, 

E sia suo io peccato. 

CANZONE IV 

Madonna il fine amore ch'io vi porto, 

Mi dona sì gran gioia ed allegranza, 

Ch'aver mi par dimore, 

Che d'ogni parte ni 1 adduce conforta, 

Quando mi membra di voi, là 'ntcndanza, 

A farmi di valore 

A ciò che la natura mia me mina - 

Ad esser di voi, fina, 

Così distrettamente innamorato, 

ISè mai in altro lato 

Mi puote dare fior di piacimento 5 

Anzi in aver m'allegro ogni tormento. 
Dare allegranza amorosa natura, 

Scnz' esser 1' uomo a dover gio' compire, 

Inganno mi somiglia : 

Che Amor, quandi di propria ventura 

Di sua natura dovere a morire, 

Così gran foco piglia. 

Ed io, che son di tale amor sorpriso, 

Tegnomi a grave miso, 

Ch'io non so che natura de' compire? 

Se non esaudito ho dire 

Che quello è male e periglioso inganno, 

Ch'air uomo a far diletta e porta danno. 



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DI GUIDO GtJINIZZELLI 1 

Sottile voglia vi porrla mostrare, 

Come di voi m'ha preso amore amaro. 

Ma ciò dire non voglio, 

Che 'n tutte guise vi deggio laudare 

Perchè più dispietata ven dichiaro. 

Se biasmo non ne coglio, 

Fiami forse men danno a sofferirej 

Ch'Amor pur fa bandire, 

Che tutta sconoscenza sia in bando ; 

Solo ritrae 1 comando 

AlFaccusanza di colui ch'ha il male. 

Ma voi non biasmerìa; istia, se vale. 
Madonna, da voi tegno ed ho '1 valore. 

Questo m'awene, stando a voi presente, 

Ch'io perdo ogni vertute; 

Che le cose propinque al lor fattore 

Si parton volentieri e tostamente 

Per gire u' son nasciute. 

Da me fanno partita e vanno in vui 

Là u'son tutte e piui. 

E ciò vedcmo fare a ciascheduno, 

Ch' ci si mette in comuno 

Molto più volentier tra gli assai buoni, 

Che non stan sol, se in ria parte li poni* 
In quelle parti sotto tramontana 

Sono li monti della calamita, 

Che dan virtute all'a're 

Di trarre il ferro; ma perchè lontana 

Vuole di simil pietra aver aita, 

A farla adoperare 

Che si dirizzi l'ago in ver la stella. 

Ma voi pur sete quella, 

Che possedete i monti del valore, 

Onde si spande amore: 

£ ^ia per lontananza non è vano, 

Che senza aita adopera lontano. 



>ao una 

O Dio, non so eh 1 io faccia, ne in qnal guisa, 

Che. in ciascun giorno conto ali 1 avvenente 

E intender me ne pare, 

Che in lei non trovo buona alcuna intisa, 

Là ond'io ardisca a mandare umilmente 

A lei mercè chiamare. 

Esso, eh 1 è in ogni porto il saggio fino: 

Amor, che m'ha in domino. 

Pare che ogni parola, che fuor porto, 

Porti uno core morto, 

Ferito alla sconfìtta del mio core, 

Che fugge alla battaglia, u 1 vince Amore. 
Madonna, le parole eh 1 io vi dico, 

Mostrano eh 1 io mi sia a dismisura 

Fuor d'ogni falsitate. 

Nè in voi trovo mercè, ciò eh' io fatico, 

Nè par che Amor por me possa a dirittura 

In vostra potcstate; 

Nè posso unqua sentire onde n^awenej 
Se non eh 1 io penso bene, 
Che Amor porrìa in voi avere , amanza. 
E eredolo in certanza 
Ch'elio a voi dica: tiello innamorato, 
Che alla fine poi more, e disamato. 
D" 1 ora in avanti porto lo cantare 
Da me, ma non V amare : 
E stia ornai in vostra conoscenza 
Lo don di benvoglienza, 
Che vedo aver per voi tanto cantato : 
Se ben si paga, molto è V acquistato. 

CANZONE V 

Con gran disio pensando lungamente 
Amor che cosa sia, 
E donde, e come prende movimento, 
Deliberar mi pare infra la mente 



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DI GUIDO GUIKIZZELU 



121 



Per una cotal via, 

Che per tre cose sente compimento ; 
Ancorché fallimento 
Volendo ragionare 
Di cosi grande affare $ 
Ma scusami che io si fortemente 
Sento li suoi tormenti, ond 1 io mi doglio. 



Lo fino amor discenda, 
Guardando quel eh 1 al cor torni piacente ; 
Che, poi cVuom guarda cosa di talento 
Al cor pensieri abbonda 
E cresce con disio immantinente 5 
E poi dirittamente 
Fiorisce, e mena frutto. 
Però mi sento isdutto: 
L r amor crescendo mess' ha foglie e fiore ; 
E vien lo tempo, e '1 frutto non ricoglio. 
Pi ciò prender dolore deve e pianto 
Lo core innamorato, 
E lamentar di gran disavventura : 
Perocché nulla cosa all'* uomo è tanto 
Gravoso riputato, 

Che sostenere affanno e gran tortura 
Servendo per calor d 1 esser mertato, 
E poi lo suo pensato 
Non ha compita la sua disianza, 
E per pietanza trova pur orgoglio; 
Orgoglio mi mostrate, donna fina, 
Ed io pietanza chero, 
A voi, cui tutte cose al mio parvente 
Dimorano a piacere; a voi s 1 inchina 
Vostro servente, e spero 
Bistauro aver da voi, donna valente: 
Che avvene spessamente 
Che 1 buon servire a grato 




che da verace piacimento 



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132 



BIMB 



Non è rimeritato, 

Allotta che 1 servente aspetta bene, 
Tempo riven che merita ogni scoglio. 

SONETTO I 

Lo vostro bel saluto, e gentil guardo, 
Che fate, quando vi incontro, m'ancide: 
Amor messale, e già non ha riguardo 
Se li fate peccato, ovver mercide. 

Che per mezzo lo cor mi lancia un dardo, 
Chcd oltre in parti lo taglia, e divide : 
Parlar non posso, che in gran pena io arde 
Siccome quello, che sua morte vide. 

Per gli occhi passa, come fa lo tuono, 
Che fier per la finestra della torre, 
E ciò, che dentro trova, spezza e fende. 

Rimango come statua d' ottono, 
Ove vita, né spirto non ricorre, 
Se non che la figura <Tuomo rende. 

SONETTO II 

Veduto ho la lucente stella Diana, 

Che appare anzi che'l giorno renda albore, 
Che ha preso forma di figura umana; 
Sovr 1 ogni altra mi par, che dia splendore, 

Viso di neve colorato in grana, 

Occhi lucenti, gai e pien 1 d'amore; 
Non credo, che nel mondo sia cristiana 
Sì piena di beltatc, e di valore. 

Ed io dal suo valor sono assalito 
Con sì fera battaglia di sospiri, 
Che avanti lei di gir non sare 1 ardito. 

Così conoscess' ella i mici disiri, 
Che, senza dir, di lei saria servito, 
P«r la pietà che avrebbe de'martiri. 



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DI GUIDO GUIMIZZELLI 



SONETTO III 

Io vo'dal ver la mia donna laudare, 
E rassembrarla alla rosa ed al giglio. 
Più che la stella Diana splender pare , 
Ciò, che lassù è bello, a lei somiglio. 

Verdi rivere a lei rassembro, e PaVe 
Tutto color di porpora., e vermiglio, 
Oro ed argento, e ricche gio 1 preclare : 
Medcsmo amor per lei raffina miglio. 

Passa per via sì adorna, e sì gentile: 
Cui bassa orgoglio, e cui dona salute; 
E fai di nostra Fè, se non la crede. 

E non la può appressare uom, che sia vile. 
Ancor ve ne dirò maggior vertute: 
Nullo uom può mal pensar finche la vede. 

SONETTO IV / 

Dolente, lasso, già non m'assicuro, 
Che tu m'assali, Amore, e mi combatti. 
Diritto al tuo rincontro in pie non duro, 
Che immantinente a terra mi dibatti, 

Come lo tuono, che fere lo muro, 
E il vento gli arbor per li forti tratti 5 
Dice lo core agli occhi : per voi moro : 
Gli occhi dicono al cor: tu n'hai disfatti. 

Apparve luce, che rendè splendore, 
Che passando per gli occhi il cor ferio, 
Onde io ne sono a tal condizione. 

Ciò furon gli begli occhi pien* d'amore. 
Che mi ferirono al cor d'un disio, 
Come ti fere augello di bolzone. 



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"4 



RIME 



SONETTO V 

Lamentomi di mia disavventura, 
£ d'un contrarioso destinato; 
Di me medesmo, che amo fuor misura 
Una Donna da cui non sono amato. 

£ dicemi speranza: sta alla dura, 

Non ricessar per reo sembiante dato: 
Ghè molto amaro frutto si matura, 
£ divien dolce per lungo aspettato. 

Dunque credere vogl 1 io alla speranza; 
Credo, che mi cousigli lealmente, 
Cli^io serva alla mia Donna con leanza. 

Guiderdonato sarò grandemente : 
Ben mi rassembra Reina di Franza, 
Poiché dell 1 altre mi par la più gente. 

SONETTO VI 

Pure a pensar mi par gran maraviglia, 
Come l 1 umana gente è sì smarrita, 
Che largamente questo mondo piglia, 
Come regnasse qui senza finita. 

£ d'adagiarsi ciascun s 1 assottiglia, 
Come non fusse mai più altra vita ; 
Poi vien la morte, e ogni cosa scompiglia, 
£ tutta sua 'ntenzion li vien fallita. 

£ sempre vede Vun l'altro morire, 
£ vede ch'ogni cosa muta stato, 
E non si sa il meschino rinvenire. 

£ però credo, solo che il peccato 
Acceca l'uomo, e sì lo fa Gnire, 
Che vive come pecora nel prato. 

SONETTO VII 

Si son io angoscioso e piea di doglia, 
£ di molti sospiri e di rancura, 

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DI GUIDO GDINIZZELLf 

Che non posso saper quel che mi voglia, 
Nè qual possa esser mai la mia ventura. 

Disnaturato son come la foglia, 

Quando è caduta dalla sua verdura ; 
E tanto più eh 1 è 'n me secca la scoglia 
E la radice della sua natura. 

Sì eh 1 io non credo mai poter gioire, 
Nè convertire mia disconfortanza 
In allegranza di nessun conforto. 

Soletto, come tortora vo 1 gire, 
Sol partire mia vita in disperanza, 
Per arroganza di così gran torto. 

SONETTO Vili 

Fra P altre pene maggior credo sia 
Por la sua libertatc in altrui voglia; 
Lo saggio dico pensa prima via 
Di gir che vada, che non trovi scoglia. 

Uomo, eh 1 è preso, non è in sua balìa, 
Conveneli ubbidir, poi n^aggia doglia: 
Che a uccel tacciato dibattuta è ria, 
Che pur lo stringe, e di forza lo spoglia. 

In pace dunque porti vita serva, 
Chi da signore alcun merito vuole 
A Dio via più che volontate chere. 

E voi, Messer, di regola conserva, 

Pensate allo proverbio, che dir suole : 
A buon servente guiderdon non pere. 

SONETTO IX 

Cli 1 Tcore avessi mi potea laudare 
Avanti, che di voi tossi amoroso; 
Ed or son fatto, per troppo adastare, 
Di voi e di me fero ed orgoglioso; 

Che sovenOore mi fa svariare 

Di ghiaccio in foco, e d 1 ardente geloso, 



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196 RIME 

E tanto mi profonda nel pensare, 
Che vivo sembro, e morto sto nascoso. 

Ascosa morte porto in mia possanza, 
E tale inimistate aggio col core, 
Che sempre di battaglia mi minaccia. 

E chi ne vuole aver ferma certanza, 
Risgtiardimi, se sa legger d'amore; 
Ch' V porto morte scritta nella faccia. 

SONETTO X 

Gentil donzella, di pregio nomata, 
Degna di laude é di tutto V onore, 
Che par di voi non fue ancora nata, 
Nè si compita di tutto valore. 

Pare che in voi dimori ogni fiata 
La deità dell'alto Dio d'Amore; 
Di tutto compimento sete ornata, 
E di adornanza, e di tutto bellore. 

Che '1 vostro viso dà sì gran lumiera, 
Che non è donna, ch'aggia in se beltate, 
Che a voi davanti non s'oscuri in cera. 

Per voi tutte bellezze so 1 affinate, 

E ciascun fior fiorisce in sua maniera 
Lo giorno, quando voi vi dimostrate. 

SONETTO ULTIMO 

Uomo, eh 1 è saggio, non corre leggiero, 
Ma pensa e guarda, come vuol misura. 
Poi eh 1 ha pensato, ritien suo pensiero, 
In fino a tanto che '1 ver V assicura; 

Uom non si debbe tener troppo altero; 
Ma dee guardar suo stato a sua ventura» 
Foli 1 è chi crede sol veder lo vero, 
£ non crede, eh' altrui yi pogna cura. 

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DI GUIDO GUINIZZELL! 13? 

Volan per Paria augei di strane guise, 
Nè tutti d'un volar, nè d'uno ardire, 
Ed hanno in se diversi operamenti. 

Dio in ciascun grado sua natura mise, 
£ fé' dispari senni e movimenti: 
E però ciò, ch'uom pensa, non dee dire. 



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RIME 



DI 

GUIDO CAVALCANTI 



SONETTO I 

"Voi, che per gli occhi miei passaste al core, 
E svegliaste la mente, che dormi a , 
Guardate alPangosciosa vita mia, 
Che sospirando la distrugge Amore: 

E 1 va tagliando di sì gran valore, 
Che i deboluzzi spiriti van via : 
Campa figura nova in signoria, 
E boce c quando mostra lo dolore : 

Questa vertù d'Amor, che m'ha disfatto, 
Da'* vostri occhi gentil presta si mosse, 
Lanciato m^ha d'un dardo entro lo fianco, 

Sì giunse il colpo dritto al primo tratto; 
Che l 1 anima tremando si riscosse, 
Veggendo morto il cor nel lato manco. 

SONETTO II 

V vidi gli occhi, dove Amor si mise, 

Quando mi fece di sè pauroso; . 

Che mi sg (tardar, come fosse annojoso; 

Allora dico, che 1 ! cuor si divise: 
E se non fosse, che Donna mi rise, 

lo parlerei di tal guisa doglioso; 

C\\ > Amor medesmo ne faria cruccioso ; 

Che fé V immaginar, che mi conquise: 

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RIME DI GUIDO CAVALCARTI 1 2{) 

Dal ciel si mosse ira spirito in quel punto, 
Che quella Donna ini degnò guardare; 
E vennesi a posar nel mio pensiero: 

E lì mi conta si d'Amor lo vero; 
Che ogni sua vcrtù veder mi pare, 
Siccome fosse dentro al suo cor giunto. 

SONETTO III — 

0 Donna mia, non vedestu colui, 
Che sullo core mi tonea la mano, 
Quand'io ti rispondea fìochetto c piano 
Per la temenza degli colpi sui ? 

El fu Amore, che trovando vni 
Meco ristette, che venia lontano 
A guisa d'un arcier presto soriano 
Acconcio sol per ancidere altrui: 

Entrasse poi degli occhi mici sospiri, 
I quai si gittan dallo cor si forte, 
Cirio mi parti' sbigottito fuggendo: 

Allor mi parse di seguir la morte 
Accompagnato di quelli martìri, 
Che soglion consumare altrui piangendo. 

SONETTO IV rT 

S'io priego questa Donna, che pietà! e . 

Non sia nemica del suo cor gentile. 

Tu di', ch'io sono sconoscente, e vile, 

E disperato, e pien di vanitate: 
Onde ti vien si nova rrudeltate? 

Già rassimigli a chi ti vede umile, 

Saggia, e adorna, ed accorta, c sottile, 

E fatta a modo di soavi tate. 
L'anima mia dolente, e paurosa 

Piange nei sospiri, che nel cor trova; 

Sicché bagnati di pianto escou fore: 

J5IME 9 

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1 3o ftIMX 
Alior mi par, che nella mente pioya 
Una figura di donna pensosa, 
Che vegna per veder morir lo core; 

SONETTO V 

Gli miei folli occhi, che'n prima guardaro, 
Vostra figura piena di valore, 
Fur quei, che di voi, Donna, m 1 accusare 
Nel fiero loco, ove tien corte Amore: 

Immantenente avanti a lui mostraro, 
Ch* io era fatto vostro servitore : 
Perchè sospiri, e dolor mi pigliaro 
Vedendo, che temenza avea lo core; 

Menarmi tosto senza riposanza 
In una parte, là Ve trovai gente; 
Che ciaschedun si dolea d'Amor forte. 

Quando mi vider, tutti con pietanza 
Dissenni: fatto sei di tal servente, 
Che non dei mai sperare altro che morte. 

SONETTO VI 

Tu m'hai si piena di dolor la niente, 
Che l'anima scn briga di partire: 
♦E gli sospir, che manda il cuor dolente: 
Dicono agli occhi, che non ption soffrire. 

Amore, che lo tuo gran valor sente, 
Dice : e' mi duol, che ti convien morire 
Per questa bella Donna, che niente 
Par, che pietate di te voglia udire. 

Io fo come colui, eh' è fuor di vita; 
Che mostra a chi lo guarda, ched el sia 
Fatto di pietra, o di rame, o di legno: 

E porto nello core una ferita; 
Che si conduca sol per maestrìa , 
Che sia, come egli e morto, aperto segno. 



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DI GUIDO CAVALO Ali TI l3l 

SONETTO VII 

Chi è questa che vien, ch'ogn'uom la mira^ 
Che fa di chiarità l'aer tremare? 
£ mena seco Amor, siche parlare 
Null'uom ne puote, ma ciascun sospira? 

Ahi Dio, che sembra quando gli occhi gira? 
Dicalo Amor, eh 1 io noi saprei contare; 
Cotanto d' umiltà donna mi pare. 
Che ciascun 1 altra in ver di lei cniam'ira. 

Non si porria contàr la sua piacenza; 
Ch' a lei s'inchina ogni gentil vertute; 
£ la beliate per sua Dea la mostra : 

Non fu sì alta già la mente nostra, 
£ non s'è posta in noi tanta salute: 
Che propiamente n'abbiam conoscenza. 
SONETTO Vili 

Perchè non furo a me gli occhi miei spenti, 
O tolti si, ohe della lor veduta 
Non fussi nella mente mia venuta 
A dire: ascolta, se nel cuor mi senti? 

Una paura di nuovi tormenti 
M'apparve allor sì crudele, ed acuta, 
Che l'anima chiamò: Donna, or ci ajuta, 
Chè gli occhi, ed io non rimagniam dolenti. 

Tu gli hai lasciati sì, che venne Amore 
A pianger sovra lor pietosamente 
Tauto, che s'ode una profonda boce: 

La qual dà suon: chi grave pena sente 
Guardi costui, e vederà'l suo core; 
Che morte il porta in man tagliato in croce. 
SOxNETTO IX 

A me stesso di me gran pietà viene 

Per la dolente angoscia, ch'io mi veggio 
Di molta debolezza: quand'io seggio, 
L'anima sento ricoprir di pene: 



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:3a rime 

Tanto mi struggo, perdi 1 io sento bene, 

Che la mia vita (Fogni angoscia ha'l peggio: 
La nova Donna, a cui mercede io dileggio 
Questa battaglia di dolor mantiene: 

Perocché quand'io guardo verso lei, 
Drizzami gli occhi dello suo disdegno 
Sì fieramente, che distrugge il core: 

Àllor si parte ogni vcrtù damici 5 
Jl cor si ferma per veduto segno, 
Dove si lancia crudeltà d'Amore. 

SONETTO X 

Deh spirti miei, quando voi rae vedile 
Con tanta pena, come non mandalo 
Fuor della mente parole adornate 
Di pianto doloroso, e sbigottite? 

Deh, voi vedete, elici core ha ferite, 
Di sguardo, di piacere, e d'umiltate: 
Deh io vi priego, che voi il consoliate, 
Che con da lui le sue. vertù partite. 

Io veggio a lui spirito apparire 
Alto, e gentile, e di tanto valore, 
Che fa le sue vertù tutte fuggire. 

Deh, io vi priego, che deggiale dire 
Air alma trista, che parla in dolore, 
Coramella fu, e fia sempre d'Amore. 

SONETTO XI 

Se mercè fosse amica a 1 miei desiri, 
El movimento suo fosse dal cuore | 
Di questa bella Donna il suo valore 
Mostrasse la vertute a* miei martìri: 

D'angosciosi diletti i miei sospiri, 

Clic nascon dalla mente, ove è Amore, 

« K vanno sol ragionando dolore, 
E non trovan persona, che gli miri, 



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DI GUIDO CAVALCANTI l33 

Girlcno agli occhi con tanta vertuto, 
Chel forfè, e duro lagrimar, che fanno, 
Pli tornerebbe in allegrezza e'n gioja: 
Ma sì è al cor dolente tanta noja, 
Ed all' anima trista tanto danno, 
Che per disdegno uom non dà lor salute. 
SONETTO Xri 
Una giovenc Donna di Tolosa 
Bella e gentil, di onesta leggiadria, 
Tant* è diritta, e simigliante cosa 
ISVsuoi dolci occhi della donna mia, 
Che fatto ha dentro al cor desiderosa 
L'anima in guisa, che da lui si svia, 
E vanne a lei; ma tanto è paurosa, 
Che non le dice di qual donna sia. 
Quella la mira nel suo dolce sguardo, 
Nello qual face rallegrare Amore, 
Perchè v'e dentro la sua donna dritta. 
Poi torna piena di sospir nel core, 
Ferita a morte d'un tagliente dardo, 
Che questa donna nel partir le citta. 
SONETTO XIII 
Per gli occhi fiere un spirito sottile, 
Che fa in la mente spirito destare, 
Dal qual si muove spirito d'amare, 
Ch'ogn' altro spiritel si fa gentile. 
Sentir non può di lui spirito vile; 
Di cotanta vertii spirito appare: 
Questo è lo spiritel, che fa tremare 
Lo spiritel, che fa la Donna umile. 
E poi da questo spirito si move 
Un altro dolce spirito soave, 
Che segue un spiritello di mercede; 
Lo quale spiritel spirili piove; 
C'ha di ciascuno spirito la chiave 
Per forza d'uno spirito, che'l vede. 



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i34 * <MB 
-i SONETTO XIV 

Avete in voi li fiori e la verdura, 
E ciò, che luce, o è bello a vedere. 
Risplende più che '1 Sol vostra figura; 
Chi voi non vede, mai non può valere. 

In questo mondo non ha creatura 
Sì piena di beltà, né di piacere: 
E chi d'Amor temesse, rassicura 
Vostro bel viso, e non può più temere. 

Le donne, che vi fanno compagnia, 
Assai mi piacen per lo vostro amore; 
Ed io le prego per lor cortesia, 

Che, qual più puote, più vi faccia onore, 
Ed aggia cara vostra signoria. 
Perchè di tutte siete la migliore. 
SONETTO XV 

Ciascuna fresca e dolce fontanella 
Prende in sè sua chiarezza e vertute, 
Bernardo amico mio: e sol da quella, 
Che ti rispose alle tue rime acute. 

Perocché in quella parte, ove favella 
Amor delle bellezze, che ha vedute, 
Dice, che questa gentilesca e bella 
Tutte nuove adornezze ha in sè compiute. 

Avvegnaché la doglia io porti grave 
Per lo sospiro, che di me fa lume, 
Lo core ardendo in la disfatta nave. 

Alando io alla Pinella un grande fiume, 
Piena di lamie, servito da schiave 
Belle, ed adorne di gentil costume. 
•i SONETTO XVI* 

Beltà di Donna, e di saccente core, 
E cavalieri armati, che sian genti, 
Cantar d 1 augelli, e ragionar d'amore, 
Adorni legni in mar forti e correnti: 



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DI GUIDO CAVALCARTI >35 

Aria serena, quando appar 1' albore, 
E bianca neve scender senza venti, 
Kivera d'acqua, e prato d'ogni fiore. 
Oro, e argento, azzurro in ornamenti? 

Ciò, che può la bel tate, e la valenza 
Della mia Donna in suo gentil coraggio, 
Par, che rassembre vile a chi ciò guarda; 

E tanto ha più d 1 ogni altra conoscenza, 
Quanto lo cicl di questa terra è maggio, 
A simil di natura ben non tarda. 

SONETTO XVII 

Novella ti so dire, odi Nerone, 

Che i Buondelmonti trieman di paura, 
E tutti e Fiorentin non gli assicura, 
Vedendo, che tu hai cor di lione, 

E più treman di te, che d'un dragone, 
Veggendo la tua faccia, eh' è si duraj 
Che non la riterrian ponti, nè mura, 
Ma sì la tomba del Re Faraone. 

O come fai grandissimo peccato, 
Sì alto sangue voler discacciare, 
Che tutti vanno via senza ritegno! 

Ma bene è ver, che ral largar lo pegno 
Di che potresti l'anima salvare, 
Se fossi paziente del mercato. 

SONETTO XVIII 

Certo non è dell'intelletto accolto 
uel, che staman ti fece disonesto: 
r come ti mostrò mendico presto 
Il rosso spiritel, che apparve al volto. 
Sarebbe forse, che t'avesse sciolto 
Amor da quello, che dà il tondo sesto t 
O che vii raggio t'avesse richiesto 
A farte lieto, ov'iq son tristo molto f 

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l36 RIME 

Di te mi dole in me puoi veder quanto-i 
Glie me ne fìede mia donna a traverso, 
Tagliando ciò, che Amor porta soave. " 

Ancor dinanzi mi è rotta la chiave, 

Che del disdegno suo nel mio cor verso; 
Sicché amo Pira, e la tristezza, e'1 pianto. 

SONETTO XIX 

Veder poteste, quando voi scontrai, 
Quello pauroso spirito d'amore, 
Lo qual suol appai-er, quando uom si more 
Che in altra guisa non si vede mai. 

Egli mi fu sì presso, che pensai, 
Che l'ancidesse il mio dolente core; 
Allor si mise nel morto colore 
L'anima trista in voler tragger guai. 

Ma poi si tenne quando vide uscire 
Dagli ocebi vostri un lume di mercede, 
Che porse dentro, al cor una dolcezza; 

E quel sottile spirito, che vede, 

. Soccorse gli altri, che credean morire, 
Guariti d'angosciosa debolezza. 

SONETTO XX 

In risposta al primo Sonetto di Dante, 

Vedesti al mio parere ogni valore, 

E tutto gioco, e quanto bene uom sente, 
Se fo*ti in pruova del signor valente, 
Che signoreggia il mondo dell'onore, 

Poi vive in parte, dorè noja muore, 
E tien ragion nella pietosa mente: 
Si va soave ne' sonni alla gente, 
Che i cor ne porta senza far dolore. 

Di voi lo cor se ne portò, veggendo 
Che vostra Donna la morte chiede»: 
Nudrilla d'esto cor, di ciò lemcudo. 

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DI GUIDO CAVALCARTI 1 37 

Quando t 1 apparve, che sen già dogliendo, 
Fu dolce sonno, eh 1 allor si corapiea, 
Che 1 suo contraro lo venia vincendo 

SONETTO XXI 

Se vedi Amore, assai ti prego, Dante, 
In parte, là ove Lappo sia presente, 
Che non ti gravi di por sì la mente, 
Che mi riscrivi, s^gli il chiama Amante. 

E se la Donna gli sembra aitante, 
E se fa vista di parer servente : 
Che molte fiate così fatta gente 
Suol per gravezza d 1 Amor far sembiante; 

Tu sai, che nella corte, là ove regna 
Non può servire uomo, che sia vile 
A Donna, che là dentro sia perduta; 

Se la soffrenza lo servente ajuta, 
Puoi di legger conoscer nostro stile, 
Lo quale porta di mercede insegna. 

SONETTO XXII 

Io vengo il giorno a te infinite volte, 
E trovoti pensar troppo vilmente : 
Molto mi duol della gentil tua mente, 
E d 1 assai tue vertù, che ti son tolte. 

Solevati spiacer persone molte :• 
Tuttor fuggivi la nojosa gente: 
Di me parlavi sì coralemente, 
Che tutte le tue rime avea accolte. 

Or non mi ardisco per la vii tua vita 

Far dimostranza, che 1 tuo dir mi piaccia ; 
Nè ''n guisa vegno a te, che tu mi veggi. 

Se '1 presente Sonetto spesso leggi, 
Lo spirito nojoso, che ti ciccia, 
Si partirà dall 1 anima invilita. 



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i38 



aito* 



SONETTO XXIII 

La bella donna, dove amor si mostra, 
Che tanto è di valor pieno ed adorno, 
Tragge lo cor della persona vostra, 
E prende vita in far con lei soggiorno. 

Perchè ha sì dolce guardia la sua chiostra. 
Che il sente iu India ciascuno Unicorno: 
E la virtù dell'armi a farvi giostra 
Verso di noi fa crudele ritorno. 

Ch' ella è per certo di sì gran valenza, 
Che già non manca a lei cosa di bene, 
Ma creatura la creò mortale. 

Poi mostra, che in ciò mise provvidenza; 
Che al nostro intendimento si conviene 
Far pur conoscer qùel, che a lei sia tale. 

SONETTO XXIV 

Io temo, che la mia disavventura 
Non faccia sì, ch'io dica io mi dispero: 
Però ch'io sento nel cor un pensiero. 
Che fa tremar la mente di paura. 

E par, eh 1 ci dica: Amor non t'assicura 
In guisa che tu possa di leggiero 
Alla tua Donna sì contare il vero, 
Che morte non ti ponga in sua figura. 

Della gran doglia, che l'anima sente, 
Si parte dallo core un tal sospiro, 
Che va dicendo: spirìtei, fuggite $ 

AUor null'uom, che sia pietoso miro, 
Che consolasse mia vita dolente, 
Dicendo: spirìtei, non vi partite. 

SONETTO XXV 

O tu, che porti negli occhi sovente 
Amor tenendo tre saette in mano, 

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DI GUIDO CAVALCANTI l3<} 

uesto mio spirto, che vien di lontano 
i raccomanda l'anima dolente $ 
La cjual ha già feruta nella mente 
Di due saette l'arcier soriano, 
E alla terza apre Parco, ma sì piano, 
Che non m'aggiunge essendoti presente. 
Perchè saria dell'alma la salute, 

Che quasi giace infra le membra morta 
Di due saette, che fan tre ferute. 
La prima dà piacere, e disconforta, 
E la seconda desia la virtù te 
Della gran gioia, che la terza porta. 

BALLATA I 

Poiché di doglia cor convien, eh* io porti, 
E senta di piacere ardente foco, 
Che di vertu mi tragge a sì \i\ loco; 
Dirò come ho perduto ogni valore. 

Io dico, che miei spiriti son morti, 

E'1 cor, c'ha tanta guerra,. e vita poco: 

E se non fosse, che'l morir m'è gioco; 

Fareine di pietà piangere Amore ; 

Ma per lo folle tempo, che m'ha giunto, 

Mi cangio di mia ferma opinione 

In altrui condizione: 

Sicch'io non mostro, quant'i' sento affanno, 
Là'nd'io ricevo inganno: 
Che dentro dallo cor mi passa amanza, 
Che se ne porta tutta mia speranza. 

BALLATA II 

Io vidi donne con la Donna mia: 
Non che ninna mi sembrasse Donna: 
Ma simigliavan sol la sua ombria. 

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1^0 RIME 

Già non la lodo, se non perch 1 è*l vero, 
E non biasimo altrui, se m'intendete: 
Ma ragionando muovesi un pensiero 
A dir: tosto miei spiriti morrete, 
Crudei, se me reggendo non piangete; 
Che stando nel pensier gli orchi fan via 
A lagrime del cor, che non la obblia. 

BALLATA III 

Se m^hai del tutto obbliato mercede, 

Già però fede il cor non abbandona: 

Anzi ragiona di servire a grato 

Al dispietato core. 
E qual ciò sente, sirail me non erede; 

Ma chi tal vede? certo non persona; 

Ch'Amor mi dona un spirito in suo stat. 

Che figurato muore : v 

Che quando quel piacer mi stringe tanto. 

Che lo sospir si muova; 

Par che nel cor mi piova 

Un dolce Amor sì buono, 

Ch'io dico: Donna, tutto vostro sono. 

BALLATA IV 

Vedete, ch'io son un, che vo piangendo, 
E dimostrando il giudicio ci 1 Amore; 
E già non trovo sì pietoso cuore, 
Che me guardando, una volta sospiri. 

Novella, doglia m' è nel cor venuta, 
La qual mi fa dolere, e pianger forte: 
E spesse volte avvien, che mi saluta 
Tanto d'appresso l'angosciosa morte, 
Che fa in quel punto le persone accorte; 
Che dicono infra lor: questi ha dolore; 
E già, secondo che ne par di fore, 
Dovrebbe dentro aver nuovi martìri 



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DI GUIDO CAVALCARTI 



Questa pcsanza, eh* è nel cor discesa, 
Ila certi spiritei già consumati, 



Del cor dolente, che gli avea chiamati: 
Questi lasciaro gli occhi abbandonati, 
Quando passò nella mente un romore, 
Il qual dicea: dentro beltà, che muore; 
Ma guarda che beltà non vi si miri. 



Veggio negli occhi della Donna mia 
Un lume pien di spiriti d'Amore, 
Che portano un piacer novo nel core, 
Sicché vi desta ti 1 allegrezza vita. 

Cosa m'avvien, quand'io le son presente, 
Ch'io non la posso allo'ntcllctto dire: 
Veder mi par della sua labbia uscire 
Una sì bella Donna, che la mente 
Comprender non la può, che 'mmantenentc 
Ne nasce un'altra di bellezza nova: 
Dalla qual par, ch'una stella si mova, 
E dica: tua salute è dipartita. 

Là dove questa bella Donna appare, 
S'ode una vóce, che le vicn davanti, 
K par, che d' umiltà '1 suo nome canti 
Si dolcemente, che, s'io J l vo'contare, 
Sento, che'l suo valor mi fa tremare, 
E movonsi nell'anima sospiri, 
Che dicon: guarda, se tu. costei miri, 
Vedrai la sua vertù nel ciel salita. 



Ma forte, e nova mia disavventura 
L'ha disfatto nel core 
Ogni dolce pensier, eh/ avea d'Amore. 




BALLATA V 



•BALLATA VI 



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l4* RIME 

Disfatta m'ha già tanto della vita, 
Che la gentil piacevol Donna mia 
Dall'* anima distrutta s'è partita; 
Sicch'io non veggio là, dov'ella sia: 
Non è rimasa in me tanta balìa, 
Ch'io dello suo valore 
Possa comprender nella mente fiore. 

Vien, che nr uccide un sì gentil pensiero, 
Che par, che dica, che mai non la vcggiaj 
Questo tormento dispietato e fero, 
Che struggendo m' incende ed amareggia : 
Trovar non posso a cui pie tate cheggia; 
Mercè di quel signore, 
Che gira la fortuna del dolore. 

Pien d'ogni angoscia in loco di paura 
Lo spirito del cor dolente giace, 
Per la fortuna, che di me non cura, 
Ch'ha volta morte, dove assai mi spiace; 
E dà speranza, eh' è stata fallace. 
Nel tempo, che si muore, 
M'ha fatto perder dilettevoli ore. 

Parole mie disfatte, e paurose, 
Dove di gir vi piace, ven andate; 
Ma sempre sospirando, e vergognose 
Lo nome della mia' Donna chiamate : 
Io pur rimango in tanta avversi tate, 
Che qual mira di fuore 
Vede la morte sotto '1 mio colore. 

/ BALLATA VII 

Era in pensier d'Amor, quand' io trovai 

Due forosctte nove : 

L'una cantava, e piove 

Gioco d'Amore in nui. 
Era la vista lor tanto soave, 

Tamto quieta, cortese, ed umile j 



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DI GUIDO CAVALCARTI 

CVio dissi lor: voi portate la chiave 

Di ciascuna vertute alta, e gentile; 

Deh, forosette, non mi aggiate a vile: 

Per lo colpo, ch'io porto, 

Questo cor mi fu morto, 

PoichMn Tolosa fisi. 
Elle con gli occhi lor si volser tanto $ 

Che vider, come 1 core era ferito; 

£ come un spiritel nato di pianto 

Era per mezzo dello colpo escito : . 

Poiché mi vider cosi sbigottito, 

Disse 1' una, che rise: 

Guarda, come conquise 

Gioja d'Amor costui. 
Molto cortesemente mi rispose 

Quella, che di me prima aveva riso. 

Disse: la Donna, che nel cor ti pose 

Con la forza d\Araor tutto 1 ! suo |^so; 

Dentro per gli ocelli ti mirò sì fiso, 

Ch'Amor fece apparire: 

Se t'è grave il soffrire, 

Raccomandati a lui. 
L'una pietosa piena di mercede, 

Fatto di gioco in figura d'Amore 

Disse: il suo colpo, che nel cor si vede 

Fu tratto d'occhi di troppo valore; • 

Che dentro vi lassaro uno splendore, 

Che noi posso mirare: 

Dimmi, s 1 arri cordare 

Di quegli occjbi ti pui? 
Alla dura quistione, e paurosa, 

La qual mi fece questa forosetta; 

Io dissi: e'mi ricorda, che'n Tolosa 

Donna m'apparve accordellata e strotta 

La quale Amor chiamava laMandetla; 

Gionse si presU, e forte, 



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144 * imib 

Che Vifin .dentro alla morte 
Mi colpir gli occhi sui. 
Vanne a Tolosa, Ballatetta mia, 
Ed entra quetamente alla dorata: 
Ed ivi chiama, che per cortesia 
D'alcuna bella donna, sia menata 
Dinanzi a quella, dì cui t'ho pregata: 
E Velia ti riceve: 
Dille con voce lieve: 
Per mercè vegno a vui. 

BALLATA Vili 

Gli occhi di quella gentil forosetta 
Hanno distretta sì la mente mia, 
Ch' altro non chiama, che .lei, ne disia.' 

Ella mi fiere sì, quand' io la guardo, 
Ch'io sento lo sospir- tremar nel core. 
Esce dagli occhi suoi, là dond'io ardo, 
Un gentiletto spirito d'Amore, 
Lo quale e pieno di tanto valore, 
Che, quando giunge, l'anima va via; 
Come colei, che soffrir noi porria. 

Io sento poi gir fuor gli miei sospiri, 
Quando la mente di lei mi ragiona; 
E veggio piover per l'acr martìri, , 
Che struggon di dolor la mia persona, 
Siche ciascuna virtù m'abbandona 
In guisa, ch'io non so là 'v'io mi sia : 
Sol par, che morte m' aggia in sua balia. 

Si mi sento disfatto, che mercede 

Già non ardisco nel pensier chiamare: 
Che trovo Amor, che dice: ella si vede 
Tanto gentil, che non può 'mmaginare 
Ch'uom d'esto mondo l'ardisca a mirare. 
Che non convenga lui tremare in pria; 
Ed io se la guardassi, ne morria. 



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DI GUIDO CAVALCARTI l^S 

Ballata, quando tu sarai presente 
A gentil Donna, so che tu dirai 
Della mia angoscia dolorosamente: 
Dì: quegli, che mi manda a voi, trae guai) 
Perocché dice, che no spera mai » 
Trovar pietà di tanta cortesia, 
Ch'alia sua Donna faccia compagnia. 

BALLATA IX * 

In un boschetto trovai pastorella 

Più che la stella bella al mio parere. 

Cape gli avea biondetti, e ricciutclli, 
E gli occhi pien d'amor, cera rosata; 
Con sua verghetta pasturava agnelli} 
E scalza, e di rugiada era bagnata: 
Cantava, come fosse innamorata, 
Era adornata di tutto piacere. 

D'Amor la salutai immantenente, 
E domandai, s'avesse compagnia; 
Ed ella mi rispose dolcemente, 
Che sola sola per lo bosco gìaj 
E disse; sappi, quando l'augel pia, 
Allor desia lo mio cor drudo avere. 

Poiché mi disse di sua condizione, 
E per lo bosco augei udio cantare, 
Fra me stesso dicea: ora ^stagione 
Di questa pastorella gioì' pigliare: 
Mercè le chiesi, sol che di basciare, 
E d'abbracciare, fosse 1 suo volere. 

Per man mi prese d'amorosa voglia, 
E disse che donato m'aveal core: 
Menommi sotto una fraschetta foglia, 
Là dov'io vidi fior d'ogni colore : 
E tanto vi sent'io gioia, e dolzore 
Che Dio d'Amor mi parve ivi yedere. 

AIMJE |£ 



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RIMI 



/ A BALLATA X 

Posso degli occhi miei novella dire, 
La quale è tal, che piace sì al core , 
Che di dolcezza ne sospira Amore. 

Questo novo piacer, che H mio cor sente, 
Fu tratto sol d'una Donna veduta, 
La quale è si gentile, ed avvenente, 
£ tanto adorna, che'l cor la saluta: 
1 Non è la sua bel tate conosciuta 
Da gente vile : chè lo suo colore 
Chiama intelletto di troppo valore. 

Io veggio, che negli occhi suoi risplende 
Una vertù d'Amor tanto gentile ; 
Ch'ogni dolce piacer vi si comprende: 
E muove allora un'anima sottile, 
Rispetto della quale ogn'altra è vile 5 
E non si può m lei giudicar fuore 
Altro, che dir: questo è nuovo splendore. 

Va, Ballatetta, e la mia Donna trova ; 
E tanto le dimanda di mercede, 
Che .gli occhi di pietà verso me muova 
Per quel, che'n lei ha tutta la sua fede c 
E. s'ella questa grazia ti concede, 
Manda una voce d'allegrezza fuore, 
Che mostri quello, che t'ha fatto onore. 

/ r BALLATA XI 

Perch'io no spero di tornar giammai, 
Ballatetta, in Toscana, 
Va tu leggera, e piana 
Dritta alla Donna mia, 
Che per sua cortesia 
Ti farà molto onore. 



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DI GUIDO CAVALCHITI 

Tu porterai novelle de 1 sospiri 
Piene di doglia, e di molta paura; 
Ma guarda, che persona non ti miri} 
Che sia nemica ai gentil natura j 
Che certo per, la sua disavventura 
Tu saresti contesa, 
Tanto da lei ripresa, 
Che mi sarebbe angoscia ; • 
Dopo la morte poscia 
Pianto, e novel dolore. 

Tu senti, Ballatetta, che la morte 
Mi stringe sì, che vita m ''abbandona $ 
E senti, come 1 cor si sbatte forte 
Per quel che ciascun spirito ragiona: 
Tant^è distrutta già la mia persona, 
Ch'io non posso soffrire $ 
Se tu mi vuoi servire, 
Mena V anima teco, 
( Molto di ciò ti preco ), 
Quando uscirà del core. 

Deh, Ballatetta, alla tua amistate 

Suesta anima, che triema, raccomando: 
enaia teco nella sua pietate 
A quella bella Donna, a cui ti mando : 
Deh, Ballatetta, dille sospirando, 
Quando le sei presente: 
uesta nostra servente 
ien per istar con vui, 
Partita da colui, 
Che fu servo d'Amore. 
Tu voce sbigottita e doboletta 

Ch 1 esci piangendo dello cor dolente, 
Con l'anima, e con questa Ballatetta 
Va ragionando della strutta mente. 
Voi troverete una Donna piacente 
Di sì dolce intelletto, 

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48 *Mtt 

Che vi sarà diletto 
Davanti starle ognora. 
Anima, e tu l'adora 
Sempre nel suo valore. 

BALLATA XII 

Quando di morte mi convien trar vita, 

£ di gravezza gioja: 

Come di'tanta noja 

Lo spirito d'Amor d'amar m'invita? 
Come m'invita lo mio cor d'amare? 

Lasso, eh' è pien di doglia, 

E da'sospir si d'ogni parte priso, 

Che quasi sol mercè non può chiamare 5 

E di vertù lo spoglia 

L'affanno, che m'ha già quasi conquiso. 

Canto, piacer, con beninanza e riso, 

Mi son doglia, e sospiri: 

Guardi ciascuno, e miri, 

Che morte m'è nel viso già salita. 
Amor, che nasce di simil piacere, 

Dentro dal cor si posa, 

Formando di desio nova persona; 

Ma fa la sua vertù in vizio cadere, 

Sicch'amar già non osa 

Qual sente, come servir guiderdona: 

Dunque d'Amor perchè meco ragiona? 

Credo sol, perche vede, 

Ch'io dimando mercede 

A morte, ch'a ciascun dolor m'addita. 
Io mi posso biasmar di gran pesanza; 

Più che nessun giammai: 

Cha morte dentro al cor mi tragge un core, 

Che va parlando di crudele amanza; 

Che nc'miei forti guai 

M'affanna, là ond'io perdo ogni valore. 



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DI GUIDO CÀVÀLCÀWTI l49 

Quel punto maledetto sia, eh 1 Amore 

Nacque di tal maniera, 

Che la mia vita fiera 

Gli fu di tal piacere a lui gradita. 

CANZONE * 

Donna mi priega, per eh 1 io voglio dire 
D' uno accidente, che sovente è fero, 
Ed è sì altero, eh 1 è chiamato Amore: 
Sì chi lo niega possa il ver sentire. 
Ed al presente conoscente chero; 
Perch'io no spero, ch'uom di basso core 
A tal ragione porti conoscenza; 
Che senza naturai dimostramento 
Non ho talento di voler provare, 
Là dove ei posa, e chi lo fa criarc; 
E qual è sua vertute, e sua potenza, 
L* essenza, e poi ciascun suo movimento ; 
E'1 piacimento, che'l fa dire amare; 
E s'uomo per veder lo può mostrare. 
In quella parte, dove sta memora, 
Prende suo stato, sì formato, come 
Diafan dal lume d 1 una oscuritate, 
La qual da Marte viene, e fa dimora: 
Egli è criato, èd ha sensato nome, 
D'alma costume e di cor volontate: 
Vien da veduta forma, che s'intende 
Che prende nel possibile intelletto, 
Come in suggetto, loco e dimorauza, 
In quella parte mai non ha possanza, 
Perchè da qualitate non discende; 
Risplende in sè perpetuale effetto: 
Non ha diletto, ma considerala ; 
Sich'ei non puotc largir simiglianza. 
Non è vertute, ma da quella viene; 
Qh' è perfezione, che si pone tale. 



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l5o ìllÉB 

Non razionale, ma die sente, dico i 

Fuor di salute giudicar mantiene ; 

Che T intenzione per ragione vale; 

Discerne male, in coi è vizio amico*. 

Di sua potenza segue spesso morte, 

Se forte la vertù fosse impedita, 

La quale aita la contraria via ; 

Non perchè opposta naturale sia; 

Ma quanto che da buon perfetto tort'è 

Per sorte non può dire uom, ch'aggia yita| 

Che stabilita non ha signorìa: 

A simil può valer, quand'uom Pobblia. 

L'essere è, quando lo volere è tanto, 
Ch'oltre misura di natura torna: 
Poi non s'adorna di riposo mai; 
Muove, cangiando color, riso e pianto, 
E la figura con paura storna. 
Poco soggiorna: ancor di lui vedrai, 
Che^n gente di valor lo più si trova. 
La nuova mi al ita muove i sospiri; 
E vuol, eh' uom miri non fermato loco, 
Destandosi ira, la qual manda fuoco: 
Immaginar noi puote uom, che noi prova : 
E non si muova, perenna lui si tiri, 
E non si giri, per trovarvi gioco, 
Nè certamente gran saper, né poco. 

Di simil tragge complessione sguardo, 
Che fa parere lo piacere certo: 
Non può coverto star, quando è si giuntò. 
Non già selvagge le beltà son dardo, 
Che tal volere per temere esperto 
Consegue merto spirito, eh' è punto: 
E non si può conoscer per lo viso 
Compriso, bianco, in tale obietto cade: 
E chi ben vado, forma non si vede; 
Perchè lo mena chi da ki procede 



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DI GUIDO CAVALCARTI 

Fuor di colore, d 1 essere diviso, 
Assiso in mezzo oscuro luci rade: 
Fuoi d'ogni frade dice degno in fede; 
Che solo di costui nasce mercede. 
Tu puoi sicuramente gir, Canzone, 

Dove ti piace : eh 1 io t 1 ho si adornata, 
Ch 1 assai lodata sarà tua ragione 
Dalb persone, c 1 hanno intendimento ; 
Di rtar con V altre tu non hai talento. 



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i5a 

NOTA ALLE RIME 
DEL GUINIZZELLI E DEL CAVALO \TTI 

Più altre rime si avrebbero qui potate raccogliere, «e tatto 
die passa sotto il nome del Guinizzelli,edel Cavalcati! sì fosse 
accettato, ma forse P abbondanza è già troppa, e mal sì prowis 
derebbe alla fama di quc'due leggiadri intelletti, accnmilando la 
tanta barbarie di miserabili versi, che fn loro infelicementt donata. 
È però a dirsi alcuna parola a que'WHi, che si doriamo di non 
trovare una canzone dai codici, e dalle stampe attribuii al Gai» 
■izzelli, e per certo degna di lui. È quella, che cornitela : 
Avvegnaché del maggio più pei tempo 

Per voi richiesto ho pittate ed amore 
Per confortar la vostra grave vita: 
Non è ancor sì trapassato il tempo 
Che il mio sermon non trovi il vostro con 
Piangendo star coW anima smarrita ce. 
Nè già mi avrebbe offeso questo principio oscirissimo, che 
la lezione è palesemente errata , e tutto il resto pneede con no- 
biltà, e gentilezza, ma appunto nel tentarne la correzione m'av- 
vidi, che non era cosa del Guiniztelli. È mauifeso, che il poeta 
vuole scusarsi presso P amico di recargli troppo tarde consola- 
zioni per la morte della sua donna, e quindi nPaa tacile il ve- 
dere, che i primi due versi doveano emendarsi cai zz A cvtgna- 
chè io non aggia più per tempo, zzi Per voi richiesto pietate, ed 
amore II senso mi riusciva in tal modo noble e piano, ma 
nello stesso tempo per la testimonianza di Danb nel libro dclb 
volgare eloquenza la canzone cessava di appartenere al Gninim- 
zelli, ed era restituita a Chiodi Pistoja, al qua* nessuno, nem- 
meno il Ciampi nella sua bizzarra liberalità, atea pensato d 1 at- 
tribuirla. E questo nuovo esempio valga a prora re sempre piò. 
quanto incerta sia la fede degli antichi codici, «che quando sono 
fra toro in piena concordia. 



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i53 

RIME SCELTE 



DI 

CINO DA PISTOIA 



SONETTO I 

ual dura sorte mia, Donna, acconsente 
he '1 bel dir, ch'umil rende ogn 1 empia fera, 
Vi facci, oltre 1 ! venir spietata e fera, 
Romper la legge de l'umana gente? 
Son pur degli clementi le semente 

I membri vostri, e V alma vostra altera 
Del ciel calando d' una in altra sfera, 
Come non ha quel suon vivo a la mente? 

Non V ha, poiché parlar nè simiglianza 

Non la muove, nè suon : là dove io voglio 
Tacer, dissimil farmi, e pianger sempre. 

Forse con simil disusate tempre 

Piegherò voi, non già donna, ma scoglio, 
Da che la vostra ogni durezza avanza. 

SONETTO II 

In sin che gli occhi miei non chiude morte, 
Non avrann'' unqua del mio cor riguardo, 
Ch 1 oggi si miscr tisi ad uno sguardo, 
Che ne li fur molte ferite porte ; 

Ond 1 io ne son di già chiamato a morte 

Da Amor, che manda per messaggio un dardo, 

II qual m 1 accerta che, senz 1 esser tardo, 
Di suo giudizio avrò sentenza forte j 

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1 54 

Però che la mia vita in potestate 
Dice eh 1 egli ha, di sì altero loco, 
Che dir mercè non vi potrà pietate ; 

Or piangeranno li folli occhi il gioco, 
Clì* io sento per la lor gran vanitate, 
Appreso già dentro la mente il foco. 
SONETTO III 

10 son si vago della bella luce 

Degli occhi traditor che m 1 hanno ucciso, 
Che là dovMo son vinto, e son deriso, 
La gran vaghezza pur mi riconduce, 
E quel che pare, e quel che mi traluce, 
IVr abbaglia tanto V uno e V altro viso, 
Che da ragione e da vertù diviso, 
Seguo sol il desio come mio duce ; 

11 qual mi mena tanto pien di fede 

A dolce morte, sotto dolce inganno, 
Ch 1 io la conosco sol dopo '1 mio danno \ 

E mi duol forte del gabbato affanno ; 
Ma più mi duole, ahi lasso, che si vede 
Meco pietà tradita da mercede. 
SONETTO IV 

Sta nel piacer della mia Donna Amore 
Com' in Sol raggio, e 'n ciel lucida stella, 
Che nel muover degli occhi poggia al core, 
Si eh* ogni Spirto si smarrisce in quella : 

Soffrir non posson gli occhi lo splendore, 
Né il cor può trovar loco, si è bella, 
Che 1 1 sbatte fuor, tal ch 1 ei sente dolore j 
Quivi si trova chi di lei favella: 

Ridendo par che s' allegri ogni loco, 
Per via passando, angelico diporto, 
Nobil negli atti, ed uniil nei sembianti) 

Tutt 1 amorosa di sollazzo e gioco, 
E saggia di parlar, vita e conforto, 
Gioia c diletto a chi le sta davanti* 



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M CltO 0A PISTOIA l55 

SONETTO V 

[Se '1 vostro cor del forte nome sente, 
Noti m 1 udirete mai chiamar mercede, 

' Anzi voi mi vedrete, per mia fede, 
Andar pensoso e lagrimar sovente; 

In sin che morte, eh 1 a sì fatta gente 
Suol apparir da poi che la si chiede, 
Non entrerà nel loco dovrei siede, 
Vita no 1 avrò, se non selvaggiamente. 

Cosi m 1 ha nreso la hcltate vostra, 
Ohe se mi disdegnate morto sono, 
Perchè Amor pur volermi uccider mostra] 

E dice spesso, se di voi ragiono, 
Poi eh 1 ella gli occhi tuoi vinse in la giostra, 
Convien tenghi da lei la vita in dono. 
SONETTO VI 

Occhi miei, deh fuggite ogni persona, 
E col pianto emendate il gran fallire 
Ch 1 avete fatto; si che di morire 
Sete più degni, che di cosa alcuna; 

5' Amor per cortesia non mi perdona, 
Consigliovi anzi piangendo finire, 
Che voi vogliate lo mio cor tradire, 
Di ciò sovente l'Amor vi cagiona. 

Deh come mai apparirete avanti 
A quella Donna, da cui voi faceste, 
Per dipartir, sì dolorosi pianti? 

Diravvi, poi che voi non mi vedeste, 
Occhi vani, voi foste sì costanti, 
Che H cor eh 1 io aggio, sottrar mi voleste. 
SONETTO VII 

Gli occhi vostri gentili e pien 1 d'Amore 
Ferito m'hanno col dolce guardare, 
Si ch'io sento ocni mio membro accordare 
A doler forte, drei non hai core; 



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1 56 RIME 

Che volentieri 1 ! farei servidore 

Di voi, Donna, piacente oltre al pensare, 
A gli atti, e i tei sembianti, in cui traspar 
Ciò che si scorge in voi con gran bellore: 

Come potea d'umana natura, 
Nascere al mondo figura si bella 
Com 1 voi che pur maravigliar mi fate? 

E dico, nel mirar vostra beltate: 
Questa non è terrena creatura, 
Dio la mandò dal ciel, tanto è novella ! 

SONETTO Vili 

Tutto mi salva il dolce salutare, 

Che vien da quella ch'è somma salute, 
In cui le grazie son tutte compiute; 
Con lei va Amor, e con lei nato pare; 

E fa rinnovellar la terra ci mare, 
E rallegrare il ciel la sua virtute, 
Già non mai fur tai novità vedute; 
Quali per lei ci face Amor mostrare. 

Quando va fuori adorna, par cho'l Mondo 
Sia tutto pien di spiriti d'Amore, 
Si ch'ogni gentil cor divien giocondo; 

Ed il mio cor dimanda, ove m'ascondo? 
Per tema di morir voi fuggir fore: 
Ch'abbassi gli occhi, allor tosto rispondo. 

SONETTO IX 

Una gentil piace voi giovenella, 
Adorna vien d\iugclica virtute, 
In compagnia di sì dolce salute, 
Che qual la sente, poi d'Amor favella; 

Ella n'apparve agli occhi tanto bella, 
Che per entro un pcnsier al cor venule 
Son parolettc non già ancor scntute, 
Ch'abbian vertù d'està gioia novella) 



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1 DI C1NO DA PISTOIA iS? 

La quale ha preso sì la mente nostra, 
E covertata di si dolce Amore, 
Chela non può pensar se non di lei 5 
Ecco come è soave il suo valore, 
Che ne 1 begli occhi apertamente mostra, 
Ch'aver doviam gran gioia di costei. 
SONETTO X 
Vedete, Donne, bella creatura, 

Com 1 sta tra voi maravigliosamente? 
Vedeste mai così nuova figura, 
O cosi savia giovine piacente ? 
Ella per certo l'umana natura, 
E tutte voi adorna similmente; 
Ponete agli atti suoi piacenti curai 
Che fan maravigliar tutta la gente. 
Quanto potete, a prova, l'onorate 
Donne gentili, ch'ella voi onora, 
E di lei 'n ciascun loco si favella. 
Unauemai par si trovò nobiltate, 
Ch'io veggio Amor visibil che l' adora, 
E falle riverenza, si è bella. 

SONETTO XI 
L'anima mia vilmente è sbigottita 
Della battaglia che la sente al core, 
Che se pur s'avvicina un poco Amore 
Più presto a lei, che non soglia, ella more; 
Sta come quei, che non ha più valore, 
Ch'è per temenza dal mio cor partita, 
E chi vedesse com'ella n'è gita, 
Dirìa per certo; questi non ha vita. 
Per gli occhi venne la battaglia pria, 
Che roppe ogni valore immantenente, 
Si che del colpo ticr strutta è la mente} 
Qualunque è quii che più allegrezza sente, 
S'ei vedesse il mio spirito gir via, 
Si grande è la pietà, che piangerla. 



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l58 U MB 

SONETTO XII 

La fn*ave udienza degli orecchi miei, 
M'ave sì piena di dolor la mente, 
Che'l mio cor, lasso, doglioso si sente 
Involto di pensier crudeli e rei 5 

Però che mi fu detto da colei, 
Per cui speravo viver dolcemente, 
Cose, che sì m'angos+ian duramente, 
Che per men pena la morte vorrei ; 

£ sarchinomi assai meno angosciosa 
La morte, della vita ched io attendo, 
Poiché Pè piena di tanta tristizia $ 

Che là ond'io credevo aver letizia, 
Pena dato m'è or si dolorosa, 
Che mi distrugge e consuma languendo. 
SONETTO XIII 

La bella Donna che'n virtù d'Amore 
Mi passò per gli occhi entro la mente, 
Irata e disdegnosa spessamente 
Si volge nelle parti ove sta '1 core 5 

£ dice: sMo non vo di quinci fore 
Tu ne morrai, s'io posso, tostamente $ 
E quei si stringe paventosamente, 
Che ben conosce quant 1 è il suo valore. 

L'anima, che intende este parole, 
Si lieva trista per partirsi allora 
Dinanzi a lei, che tant' orgoglio mena; 

Ma vienlc incontro Amor che se ne duole, 
Dicendo : tu non te ne andrai ancora : 
E tanto fa ch'ei la ritiene a pena. 
SONETTO XIV 

Beh cora* sarebbe dolce compagnia 
Se questa Donna, Amor e Piotate, 
Fossero 'nsicme iu perfetta ani i state 
Secondo la vcrtù ch'onor disia; 



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DI CINO DA PISTOIA 1 59 

E I 1 un de l'altro avesse signoria, 
E'n sua natura ciascun liberiate, 
Perchè il core alla vista d'umiltate, 
Simile fosse, sol per cortesia ; 

Ed io vedessi ciò, sì che novella 
Ne portassi gioiosa all'alma trista l 
Voi odi reste lei nel cor cantare, 

Spogliata del dolor che la conquista; 
Ch'ascoltando nn pensier, che ne favella, 
Sospirando si gitta in lei a posare. 

SONETTO XV 

Io sento pianger l'anima nel core, 
Sì ch'agli occhi fa pianger li suoi guai, 
E dice: oirac lasso, io non pensai 
Che questa fusse di tanto valore; 

Che per lei veggio la faccia d'Amore 
Vie più crudel, ch'io non vidi già mai, 
E quasi irato mi dice: che fai 
Dentro questa persona, che si more ? 

Dinanzi agli occhi miei un libro mostra, 
Nel quale io leggo tutti que'martìri, 
Che posson far vedere altrui la morte. 

Poscia mi dice: o misero, tu miri 
Là ov'è scritta la sentenza nostra, 
Che tratta del piacer di costei forte ? 

SONETTO XVI 

Ciò ch'io veggio di qua m'è mortai duolo, 
Poi ch'io son Iunge in fra selvaggia gente, 
La quale io fuggo, e sto celatamente, 
Perchè mi trovi Amor col pensier solo. 

Ch'allor passo li monti, e ratto volo 
Al loco ove ritrova il cor la mente, 
Invaginando intelligibilmente, 
Mi conforta un pensier, che tesse un volo. 



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l6o RIME 

Così non niorragg'io, se ti a tostano 
Lo mio redirc a far sì, chcd io miri 
La bella gioia da cui son lontano, 
Quella, ch'io chiamo, lasso ! coi sospiri, 
Perch'odito non sia da cor villano, 
D'Amor nemico, e degli suoi desirL 
SONETTO XVII 
Avvegna che crudel Jancia intraversi 
Nell'alma questa gioven Donna, gente, 
Co'suoi begli occhi molto fuoco versi 
Nell'anima, che m'arde duramente : 
Non starò di mirarla fisamente, 

Ch'ella mi par sì bella in que'suoi persi, 
Ch'io non cuieggio altro che ponerle mente, 
Poi di ritrarne rime e dolci versi: 
E, se di lei m'ha preso Amor, non poco 
Lodar lo deggio, quando in me si mise 5 
Che per si Bella ancor nissun no' uccise: 
E, se già mai alcun morendo rise. 
Così degg'io tener la morte a gioco, 
Da che mi vien di così alto loco, 
SONETTO XVIII 
Ben è sì forte cosa il dolce sguardo. 
Che fa gridar di bel piacere Amore, 
Ch' i' ho sì chiuso, per finir, lo core, 
Che non mi puote l'uomo a?er riguardo. 
Però lo chiamo invisibile dardo, 
Ch'entraper gli occhi, e non può star di forej 
Morte è del core, e dell'alma dolore, 
E poi ch'è gionto, ogni soccorso è tardo. 
Formasi dentro in forma ed in sembianza 
Di quella Donna, per la qual si pone 
Lo spirito d'Amor in soverchianza; 
E non può stare in mezzo per ragione, 
Che d'ogni piacer tragge ugual possanza, 
Poscia che e giunto da perfezione. 



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PI CIBO DA PITOJA 



SONETTO XIX 

Amor è wno spirito ch'ancide, 

Che nasce di piacer, e vien per guardo, 

E fiere il cor, sì come face dardo, 

Che l'altre membra distrugge e conquide. 

Da lo qual vita e lo valor divide, 
No'avcndo di pietad'alcun riguardo, 
Come mi dice la mente ov'io ardo, 
£ l'anima smarrita che lo vide. 

Quando s'assicurar gli occhi miei tanto, 
Che guardaro una Donna eh 1 io 'ncontrai, 
Che mi fcrìo'l cor in ogni canto: 

Si foss'io morto, quando la mirai; 

Ch'altro non ebbi poi, che doglia e pianto, 
E certo son che non avrò giammai! 
SONETTO XX 

Uomo, lo cui nome per effetto 
Importa povertà di gioì' d'Amore, 
E ricco di tristitia, e di dolore, 
Ci manda a voi, come pietà v'ha detto; 

Lo qual venuto nel nostro cospetto 
Sarebbe volcntier, s'avesse il core 5 
Ma non lo lascia di viltà tremore, 
Perchè gl'ingombra angoscia l'intelletto. 

Se voi vedesse appresso la sua vista, 
Faiebbcvi nel cor tutte tremare 5 
Tant'è in lui visibil la pietate: 

Di mercè avare, Donne, non gli siate, 

Che per la speme, ch'ha per voi campare, 
Di vita pasce l'anima sua trista. 

SONETTO XXI 
Gentil Donne valenti, or m'aitate 
Ch'io non perda così l'anima mia, 
E non guardate a me qual io mi sia, 
Guardate, Donne, alla vostra pietate. 
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163 RIME 

Per dio, qualora insieme vi trovate, 
Pregatela, ch'umìl verso me sia, 
Ched altro già il mio cor non disia, 
Se non che veggia lei qualche fiate; 

Che non e sol de 7 miei occhi allegrezza. 
Ma di quei tutti, eh 1 hanno da Dio grazia 
D'aver valor di riguardarla fiso; 

Ch'ogn' uom che mira il suo leggiadro Tito, 
Divotamente Iddio del ciel ringrazia, 
E ciò eh 7 è tra noi qui nel mondo sprezza. 

SONETTO XXII 

Quella Donna gentil, che sempre mai, 
Poich'io la vidi, disdegnò pietanza. 
Mi mena con tant' ira in disperanza, 
Che 1 ! cuor dispregia la sua vita ornai; 

Ed i pensier mi dicon : tu morrai, 
Che non puoi viver senza desianza; 
E certo ch'io non so d'està possanza 
Altra cagion, se non eh 1 io la mirai. 

Adunque si può dir, che mi fur rei 

Gli occhi a queir ora, che gli prese al guardo, 
La dolce forza del piacer eh' è in lei: 

Ma mentre i' faccio a lei fiso riguardo 
Dico, che ancora i'non men guarderei, 
Se ben io porto in mezz' al core il dardo. 

SONETTO XXIII 

Questa leggiadra Donna ched io sento 
Per lo suo bel piacer ne Palma entrata, 
Non vuol veder la ferita, eh 1 ha data 
Per gli occhi al cor, che sente ogni tormento. 

Anzi si volge di fiero talento 
Fortemente sdegnosa ed adirata, 
E con questi sembianti è si cambiata, 
Ch'io me ne parto di morir contento; 



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DI CINO DA PISTOJA l63 

Chiamando, per soverchio di dolore, 
Morte, sì come mi fosse lontana, 
Ed ella mi risponde nello core. 

All'otta ch'odo, ch^è sì prossimana, 
Il spirito accomando al mio Signore; 

. Poi dico a lei : tu mi par dolce e piana. 
SONETTO XXIV 

O giorno di tristizia e pien di danno, 
O ora, e punto reo, ch'io nato fui, 
E venni al mondo per dare ad altrui 
Di pene esempio, d'amore, e d'affanno. 

Se le pene, che l'alme in lo 'nferno hanno, 
Fossero un corpo, il qual venisse pui 
Nel mondo, non si vedriano in lui 
Cotante pene, quante in me si stanno. 

Tu solo, Amor, m'hai messo in tale stato, 
E di me fatt'hai fonte di martìri, 
Di malignanza e di tristizia loco; 

E mi fai dimorar in ghiaccio, e 'n fuoco, 
E di pianto, e d'angoscia, e di sospiri 
Pasci il mio cor dolente, disperato. 
SONETTO XXV 

Poscia ch'io vidi gli occhi di costei, 

Non membr'altr' intelletto, che d'Amore, 
L'anima mia, che presa è dentro al core 
Dal spirito gentil, che parla in lei; 

E consolando lei dice : tu dèi 
Esser allegra, poi ti faccio onore, 
Ch'io ti ragiono dello suo valore, 
Onde son dolci gli sospiri miei; 

Per ch'in dolcezza d'esto ragionare, 
Si muovano da quella, eh' allor mira 
Questa Donna gentil, che'l fa parlare; 

E vedesi da lei signoreggiare, 

Ch'è sì valente, ch'altro non desira, 
Ch'a la sua signoria soggetta stare. 



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»64 



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SONETTO XXVI 

Egli è tanto gentil et alta cosa 
La Donna, che sentir mi face Amore, 
Che l'anima pensando come posa 
La vertù, ch'esce di lei, nel mio core, 

Sbigottisce, e divien paurosa, 

E sempre ne dimora in tal tremore, 

Che batter l'ali nessun spiritosa 

Che dica a lei: Madonna, costei muore. 

OhiI lasso me, come v'andrà pietanza, 
E chi le conterà la morie mia 
Celato in guisa tal che lo credesse? 

Non so, ch'Amor medesmo n'ha dottanza, 
Ed ella già mai creder noi potrìa, 
Che sua vertù nel cuor mi discendesse. 
SONETTO XXVII 

Senza tormento di sospir non vissi, 
Né senza veder morte un'ora stando 
Fui poscia, che miei occhi riguardando 
A la beltate di Madonna fissi; 

Come ch'io non credea che tu ferissi, 
Amore, altrui, quando 1 vai lusingando, 
E sol per isguardaMneravigliando 
In cosi mortai lancia il cor m'aprissi} 

Anzi credea. che quando tu uscissi 
Di ai begli occhi apportassi dolci ore 
Non già che fossi amaro e fier signore, 

Ne che 'n guisa cotal tu mi tradissi, 
Che fai sollazzo dello mio dolore, 
Vedendo uscir le lagrime dal core. 
SONETTO XXVIII 

Ahimè l ch'io veggio, ch'una Donna viene 
AI grand' assedio aella vita mia, 
Irata sì, ch'ancide, e manda via 
Tutto ciò, che in vita la sostiene; 



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DI CIHO Di PISTOIA 1 

Onde rimati lo cuor, eh 1 è pien di pene, 
Senza soccorso, e senza compagnia, 
E per forza convien che morto sia, 
Per un solo desio, ch'Amor vi tiene. 

Quest'assedio si grande ha posto morte, 
Per conquider la vita, intorno al cuore, 
Che cangiò stato quando '1 prese Amore, 

Per quella Donna, che sen'ira forte, 
Come colei, che sei pone in disnore, 
Onde assalir lo vien si, ch'ei ne muore. 

SONETTO XXIX 

Veduto han gli occhi miei sì bolla cosa, 
Che dentro da lo cor dipinta ì % hanno; 
E se per veder lei tuttor non stanno, 
Insin che non la trovan non han posa : 

E fatto han V alma mia sì amorosa, 
Che tutto corro in amoroso affanno, 
E quando col suo sguardo scontro fanno, 
Toccan lo cuor, che sovra 1 ciel gir osa. 

Fanno nel cielo gli occhi al mio cor scorta, 
Ferraandol ne la fè d' Amor più forte, 
Quando riguardan lo suo nuovo viso; 

E tanto possa 'n su 1 desiar fiso, 

Che '1 dolce imaginar gli dada morte, 
S' ci non fosse Amor poi, che lo conforta 

SONETTO XXX 

Onde ne vieni, Amor, così soave 

Con il tuo spirto dolce, che conforta 
L' anima mia, ched è quasi che morta, 
Tanto 1' è stata la partenza grave? 

Vien 1 tu da quella, cne lo mio cor ave? 
Dillomi, che la mente se n'è accorta: 
Per quella fè, che lo mio cor ti porta, 
Di', se dì me membrana* le recave? 



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l66 RIME 

Mercè, Amor, fai, che confortar mi tuoi. 
Tu vita e morte, tu pena, e tu gioia, 
Mi dai, e come Signor far lo puoi. 

Ma ora che 1 partir m'è mortai noia, 
Per dio, che non mi facci come suoi : 
Fammi presente, se non vuoi eh 1 io moia. 
SONETTO XXXI 

O tu, Amor, che m 1 hai fatto martire, 
Per la tua fè, di langore e di pianto, 
Dammi, per dio, della tua gioia alquanto, 
Ch 1 io possa un poco del tuo ben sentire} 

E se ti piace pur lo mio languire, 
Morir mi farai poscia certo tanto, 
Facendomi tornar sotto P ammanto, 
Ove poi piagnerò pene e gioire. 4 

Uom, che non vide mai ben, nè sentio, 
Crede, che I mal sia cosi naturale, 
Però gli è più leggicrj e cosi è 1 mio : 

Quella la via di conducermi a tale, 

Ch 1 P seni a T mal secondo eh 1 , egli è rio, 
Provando ^1 suo contrario quanto vale. 
SONETTO XXXII 

Era già vinta e lassa Palma mia, 
E sospirava il cor per tragger guai, 
Tanto che nel dolor m 1 addormentai, 
E nel doler piangendo tuttavia, 

Per lo fiso membrar, che fatto avi'a, 

Quand" ebber pianto li mici occhi assai, 
In una nuova vision 1 entrai: 
Spirto visibil veder mi pana, 

Che mi prendeva, e mi menava in loco, 
J)ov' 1 ira la gentil mia Donna soli, 
E innanzi ini purea che gisse un foco, 

Del qual seni la uscir una parola, 

Che diceva: mercè, mercè, un poco, 
Chi ciò uPcspou con Pali d'Amor vola. 



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DI CIKO DA PISTOIA 167 

SONETTO XXXIII 

Già trapassato oggi è V undecim'anno, 
Che a 1 Amor nel feroce campo entrai : 
Vissivi in spene, ed alfin ne portai 
Premio d' angoscia, e di perpetuo affanno. 

Tardi or, lasso, m'accorgo del mio danno, 
Ben eh' or meglio è pentirsi che non mai : 
Finischin dunque gli amorosi lai. 
Che spesi aggio in servir questo tiranno; 

£ quella Donna, anzi la mia nemica, 
Che l 1 insegna d'Amor portar si crede 
Resti con sua finzion, ffaude e menzogna ; 

E H mio cor franco e liberato dica : 
Cieco è qualunque de 1 mortali agogna 
In donna ritrovar pietate, o fede. 
SONETTO XXXIV 

Mille dubbi in un di, mille querele, 
Al tribunal dell'alta Imperatrice 
Amor contro me forma irato, e dice: 
Giudica chi di noi sia più fedele : 

Questi, sol mia cagion, spiega le vele 
Di fama al mondo, ove «aria Welice. 
Anzi d'ogni mio mal sei la radice, 
Dico, e provai già di tuo dolce il fele. 
Ed egli : ahi falso servo fuggitivo ! 

È questo il merto, che mi rendi, ingrato, 
Dandoti una, a cui 'n terra egual non era? 
Che vai, seguo, se tosto me n'hai privo? 
Io no, risponde. Ed ella : a sì gran piato 
Convien più tempo, a dar sentenza vera. 
SONETTO XXXV 
Ciò che procede di cosa mortale, 

Per natura convien ch'arrivi a morte, 
Perch'a lei contra uman poter non vale, 
Nè manco a lei) senno, o bellezza forte ; 



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t68 fctxg 

Ed è questo sì crudo e duro male, 
Che vita stringe d' està umana sorte, 
E spesse volte gioventute assale, 
Ed a ciascuna età rompe le porte; 

Ne si può racquistar mai con preghiera, 
Nè con tormento di doglia, o di pianto, 
Ciò, che divora, està spietata fiera. 

Però dopo 1 dolor, che v 1 ha cotanto 
Fatto bagnar di lagrime la ciera, 
Ben vi dovreste rallegrare alquanto. 

SONETTO XXXVI 

Dante, io ho preso V abito di doglia, 
E innanzi altrui di lagrimar non curo, 
Che 'l vel tinto, ch'io vidi, e'1 drappo scuro, 
D'ogni allegrezza, e d'ogni ben, mi spoglia} 

Ed il cor m'arde in desiosa voglia 

Di pur doler, mentre che 'n vita duro, 
Tal ch'Amor non può rendermi sicuro, 
Ch'ogni dolor in me più non s'accoglia. 

Dolente vo pascendo i miei sospiri, 
Quanto posso inforzando'! mio lamento 
Per quella, in cui son morti i miei desiri ; 

E però se tu sai nuovo tormento, 
Maudalo al desioso de' martìri, 
Che fie albergato di coral talento. 

SONETTO XXXVII 

Signor, e* non passò mai peregrino 
Over d' altra manera viandante, 
Con gli occhi si dolenti per camino, 
Nè cosi grevi di pene cotante, 

Com' io passai per il monte Apennino, 
Ove pianger mi fece il bel sembiante, 
Le trecce bionde, e'1 dolce sguardo fino, 
Ch' Amor con la sua man mi pone ava n te; 



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DI CIRO DA USTOJA 169 

E con l 1 altra in la mente mi depingc 
Un piacer siinil in sì bella foggia, 
Che V anima guardandol se n 1 eslinge; 

Poscia da gli occhi miei mena una pioggia, 
Che 1 valor tutto di mia vita stringe, 
S 1 io non ritrovo lei, cui '1 voler poggia. 
SONETTO XXXVIII 

Druso, se nel partir vostro in periglio 
Lassaste I nido in preda de* tiranni, 
Son di gran lunga poi cresciuti i danni, 
E l'Arno al mar n 1 andò bianco, e vermiglio; 

Ond 1 io ni 1 ho preso un volontario esigHo, 
Da che qui la virtù par si condanni, 
E per più presto gir preparo i vanni, 
Perch' al vostro giudizio buon m 1 appiglio. 

Duolmi che verso 1 Po spingerai un vento, 
E non là, dove sete} or che puoi farmi, 
Fortuna, dico, qual parte mi guidi? 

Risponde : ove sarai sempre scontento, 
E converrà che d'Amor ti disarmi; 
E non so in questo com' io non m'uccidi. 
SONETTO XXXIX 

Se tra noi pnote un naturai consiglio 
Nelle dubbie speranze, e ne gli affanni, 
Vaglino i miei, che già molti e molt* anni 
Sagràrno alla Fortuna il petto eH ciglio: 

Ed a la fin costretto da l 1 artiglio 

Di quella, ch'ognor sembia al mondo inganni, 
Lasciai la Patria, e gli onorati scanni, 
E '1 securo cammin di vertù piglio. 

Sona tranquillo tiemmi, e son contento 
D 1 aver fuggito H sangue, il foco, e V armi, 
Per cui la gloria muor aV Toschi lidj. 

Voi eh' aspettate ? di morte 1 talento 
So eh 1 avercte; e già d 1 intender parmi 
Novella rea de' vostri ultimi striai. 



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170 



RIME 



SONETTO XL 

Signor, io son colui, che vidi Amore, 
Che mi ferì sì, eli* io non camperoe, 
E sol però così pensoso voe, 
Tenendomi la man presso lo core: 
Io sento in quella parte tal dolore, ' 
Che spesse volte dico, ora morroe; 
E gli atti, e gli sembianti, eh 1 io foc, 
Son come d 1 un, che 'n gravitate more. 
Io morrò 'n verità, eh' Amor ni* incide. 
Che ra 1 assalisce con tanti sospiri, 
Che l 1 anima ne va di fuor fuggendo ; 
E s'io la'ntendo ben, dice, che vide 
Una donna apparir a i miei desili 
Tanto sdegnosa, che ne va piaugendo. 
SONETTO XLI 
Naturalmente chere ogrfamadore 

Di suo cor la sua Donna far saccente, 
E questo, per la vision presente, 
Intese di mostrare a te Amore, 
In ciò che dello tuo ardente core 
Pasceva la tua Donna umilemente, 
Che lungamente stata era dormente, 
Involta in drappo d 1 ogni pena forc. 
Allegro si mostro Amor venendo 

A te per darti ciò, che il cor chiedea, 
Insieme due coraggi comprendendo} 
E V amorosa pena conoscendo, 
Che nella Donna conceputo avea, 
Per la pietà di lei pianse, partendo. 
SONETTO XLII 
A che, Roma superba, tante leggi 
Di Senator, di Plebe, e degli Scritti, 
Di Prudenti, di Placiti, e di Editti, 
Se '1 mondo come pria più non correggi? 

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DI CIKO DA PISTOIA 17 

Leggi, misera a te, misera, leggi 

Gli antichi fatti de' tuo 1 figli invitti, 
Che ti fer già m ili 1 Affriche, ed Egitti, 
Reggere, ed or sei retta, e nulla reggi. 

Che ti giov'ora aver gli altrui paesi 

Domato, e posto '1 freno a genti strane, 
S' oggi con teco ogni tua gloria è morta? 

Merce, Dio, che miei giorni ho male spesi 
In trattar leggi, tutte ingiuste e vane, 
Senza la tua, che scritta in cor si porta. 

SONETTO XLIII 

Infra gli altri difetti del libello, 

Che mostra Dante Signor d'ogni rima, 
Son duoi sì grandi, che a dritto restima, 
Che Gaggia l'alma sua luogo men bello. 

L'un è, che ragionando con Sordello, 
E con molfaltri della dotta scrima, 
Non fe'raotto ad Onesto di Boncima, 
ChVra presso ad Arnaldo Daniello. 

L'allr^è, secondo che 1 ! suo canto dice, 
Che passò poi nel bel coro divino, 
Là dove vide la sua Beatrice, 

E quando ad Abraam guardò nel sino, 
Non riconobbe Tunica Fenice, 
Che con Sion congiunse Impennino. 

SONETTO XLIV 

Tant'è l'angoscia, clivaggio dentro al core, 
Che spesse fiate l'alma ne sospira, 
E se un pensier non fusse, chel dolore 
Allevia, quando Amor gli occhi suoi gira, 

Io sarei già di questa vita fuore: 
Ora Madonna, che 1 mio mal destra, 
Vcggendomi languire a tutte l'ore, 
Lieta è del male, e del mio ben s'adira. 



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EIMB 

Onde mi spiacc quel, che Amore aggrada, 
Ed è si tale il duol, ch'ognor rinnuovo, 
Che nelle vene il sangue mi s'agghiada. 
Amor, s'altro sollazzo 'n te non trovo, 

Seguir non vo', quel ch'a me tanto sgrada; 
Che troppo affanno è quel, che per lei provo 
SONETTO XLV 
Pianta Selvaggia, a me sommo diletto, 
Nata, cresciuta, e colta in Paradiso, 
Ch'adombri gli occhi onesti, e 1 ! più bel viso 
Che mai fosse creato, el più perfetto, 
Perdona al temerario mio 'ntelletto 
Dalla salute sua tanto diviso, 
Che ne trae copia in stile alto, e proliso, 
Perchè quest'occhi non hann'altr'oggetto. 
E se lunga stagion tuo stato dura 
In tanta dignità, che prendi onore 
D'esser ghirlanda a lei degna, e sicura, 
Dille, che un sol rimedio hai tristo core, 
Che, secondo uman corso di natura, 
A nullo amato amar perdona Amore. 
SONETTO LVI 
Maraviglia non è talor s'io movo 
Sospiri a chiamar voi, Selvaggia cara, 
Ch'a tutto il mondo è la mia fede chiara, 
Solo a voi no; or a mie spese il provo. 
Qual mio destin, qual mio peccato novo 
Fa voi cagion della mia vita amara ? 
O mia lenta a venir ventura, e rara, 
Ch'ai fonte dì pietà pietà non trovo! 
Pur quell'Amor, ch'ad amar voi m'invita 
Con sue lusinghe, e con parole accorte, 
. Frutto promette a la speranza mia. 
Non contro a me pugnar può la mia sorte, 
Ch'io non sia vostro, e che cosi non sia; 
Questo voi no, ma terminar può morte. 



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DI CIKO DA P18TOJA 1^3 

SONETTO XLVII 

Poi ched eH'è piaciuto, Amor, ch'io sia 
Sotto tua grande ed alta potestate, 
Piacciati ormai, ch'io trovi pietate 
Nel cor gentil, cha e** è la vita mia ; 

Ch'io mi veggio menar giù per tal via, 
Ch'io temo di trovar cruaelitate, 
Ma sofferendo amico d'umiltate, 
Spero pur ciò, che la mente disia, 

Mercè chiamando sempre ne* sospiri, 
Ch'escon di fuor, quando Palma si vede 
A gli occhi suoi celare il suo Signore. , 

Quesfè lo spiritel, da cui procede 
Ogni gentil virtude, e gran valore, 
Ch al mio cor fa provar tanti martìri. 
SONETTO XLV1II 

Fa della mente tua specchio sovente, 
Se vnoi campar, guardando il dolce viso, 
Nel qual so che v* è pinto il suo bel riso, 
Che fa tornar gioioso il cor dolente. 

Tu sentirai così di quella gente 
Allor, come non fosse mai diviso: 
Ma se lo imaginar sarà ben fiso, 
La bella Donna ti parrà presente. 

Da poi che tu starai sì dolcemente, 
Rimembrati di me, che non ti celo 
In quale parte è ora il tesor mio. 

E priego, che mi scrivi tostamente 
Quel, che Amor ti dirà, quando il disio 
De gli occhi miei vedrai sotto ad un velo. 
SONETTO XLIX 

A vano sguardo ed a falsi sembianti 
Celo colei che nella mente ho pinta, 
E covro lo desio di tale infinta. 
Ch'altri non sa di qual Donna io mi canti. 



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174 R,MB 

E spesse volte gli anderia dinanti, 
Lasso, per gli occhi ond' è la virtù vinta, 
Si che direbber, questi ha Palma tinta 
Del piacer di costei, li mal parlanti. 

Amor celato fa sì come il foco, 
Il qual precede senz'aleuti riparo ; 
Arde e consuma ciò che trova in loco 

E non si può sentir se non amaro, 

OndMo so ben che '1 mio viver fia poco, 
Ma più che ]l viver, m' è lo morir caro. 

SONETTO L 

Uomo smarrito che pensoso vai, 

Che hai tu, che tu sei così dolente? 
Che vai tu ragionando con la mente, 
Traendone sospiri spesso e guai? 

E' non pare che tu sentissi mai 

Di ben alcun, che il core in vita sente. 
Anzi par che tu muori duramente 
Negli atti e ne' sembianti che tu fai. 

Se tu non ti conforti, tu cadrai 
In disperanza sì malvagiamente, 
Che questo mondo e l'altro perderai. 

Deh vuoi tu morir così vilmente? 
Chiama pietate che tu camperai : 
Questo mi dice la pietosa gente. 

SONETTO LI 

Se questa gentil Donna vi saluta, 
Non riguardate dentro gli occhi sui, 
Ch'è tal cosa al mio cor avvenuta, 
Che airanima non cai di star con lui: 

E dice ben che ha la Morte veduta, 
Ma non pertanto vuol veder altrui } 
Che vita ed ogni ben per lei rifiuta, 
Si elisio mi partirò tosto da vui. 



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DI CIMO DA PISTOJA 



.,5 



Allor trarrete dal mio corpo il core, 

E leggerete ciò che mi fa dire 

Che dentro agli occhi suoi non riguardate 
Che voi vi troverete scritto Amore, 

Col nome che chiamò quando a ferire 

Venne guarnito della sua beltate. 

SONETTO LII 

Se non si move d'ogni parte Amore 
Sì dall'amato, come dall'amante, 
Non può molto durar lo suo valore, 
Che'l mezzo Amor non è fermo, né stani 

E di partir si sforzi ogni amatore 
Sed ei non trova paro, o simigliante, 
Ma se'l si sente amato di buon core, 
L'Amor sta fermo, oppur assale avante. 

Però che Amor è radice di luce 
Che nutrisce lo corpo alluminato, 
Di fuora il mostra e dentro lo riduce. 

Così l'Amor, se è dall'amante amato, 
Si accresce e si nutrica e si conduce, 
E d'ora in ora e Puom più innamorato. 



Amor, la doglia mia non ha conforto, 
Perchè è fuor di misura; 
Così la mia ventura 
Quando m'innamorò m'avesse morto! 
S'ella m'avesse, quando io dico, ucciso 
Non era il mio morire 
Grave più che si porti il corso umani 
Ma or, s'io moro, perderò '1 bel viso, 
Dal qual tanto distrano, 
In verità, ini sarà '1 dispartire, 



MADRIGALE I 




Non credo fusse core, 



propriamente dire, 



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I76 BIVI 

Sotto tua legge, Amore, 

Che non pigliasse roartiro c sconforto. 

BALLATA I 

Angcl di Dio simiglia in ciascun atto 
' Questa giovine bella, 

Che mila con gli occhi suoi il cor disfatto j 

E di tanta virtù si vede adorna, 

Che chi la vuol mirare, 

Sospirando, convielli il cor lasciare 5 

Ogni parola sua sì dolce pare, 

Che Ih, ove posa, torna 

Lo spirito che meco non soggiorna; 

Però che forza di sospir lo storna, 

E pien d 1 angoscia è fatto 

Il loco d'inde Amor poscia Flia tratto. 
Io non m'accorsi, quando la mirai, 

Ch'Amore assaltò gli occhi, onde disfatto 

Fuor deiralma trovai 

La mia virtù; che per forza lasciai ; 

E non sperando di campar già mai, 

Di ciò più non combatto, 

Dio mandi il punto di finir pur ratto. 
Ballata, a chi del tuo fattor dimanda, 

Dilli, che tu lo lasciasti piangendo, 

E comiato pigliasti, 

Che vederlo morir non aspettasti; 

Però lui, che ti manda, 

A ciascun gentil cor lo raccomanda, 

Ch'io per me non accatto^ 

Coni 1 più viver mi possi a nessun patto. 

BALLATA II 

Madonna, la pietate, 

Che v'addimandan tutti i mici sospiri, 
È sol, che vi degnate ch'io yi miri. 



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DI CnrO DI PI8TOJA. I77 

Io sento sì il disdegno 

Che voi mostrate contrai mirar mio, 

Ch'a veder non vi vegno, 

£ morronne, sì grande n'ho il desio. 

Dunque mercè, per dio: 

Di mirar sol, ch'appaga i miei desiri, 

La vostra grand'altezza non s'adiri. 
BALLATA III 
Quanto più fìsso miro 

Le bellezze, che fan piacer costei, 

Amor tanto per lei, 

M'incende più di soverchio marttro. 
Parmi vedere in lei, quand'io la guardo, 

Tuttor nuova bellezza, 

Che porge agli occhi miei nuovo piacere. 

Allor m'aggiunge Amor con un suo dardo, 

£ con tanta dolcezza 

Mi fiere il cor, ch'io non so più tenere, 

Ched al colpo non cali, • 

£ dico: o occhi per vostro mirare 

Mi veggio tormentare 

Tanto, ch'io sento l'ultimo sospiro. 
BALLATA IV 
Io prego, Donna mia, 

Il gentil, che risiede in vostro core, 

Che da Morte, e d'Amore, 

Mi campi stando in vostra signoria $ 

E per sua cortesia 

Lo può ben fare senza uscirne fuore, 

Che non disdice onore 

Sembiante alcun, che di spietate sia : 

Io mi starò, gentil Donna, di poco 

Ben lungamente in gioia, 

Non sì, che tutta via non arda in foco; 

Ma standomi cosi, pur ch'io non moia, 

Verrò di rado in loco, 

Che dello mio yeder vi facci noia. 

B1MS Digitizedb 12 



17B Ria» 

BALLATA V 

Li più begli occhi, che lucesser man 
Oimè! lasso, lasciai; 
Ancider mi deve» quand'il pensai. 

Ben mi dovea ancider icr stesso; 
Come fé? Dido quando quell' Enea 
Le lasciò tanto amore; 

Ch'era presente e fece mi fontano 
Da quella gioia, che più mi diletta, 
Che nulla creatura. 

Partirsi da cosi bello splendore t 
Dov'Ho tanto fallai, 
Che non e colpa da passar per guai, 

Oimè, più bella d'ogni altra figura, 
Perohà tanto peccai, 
Che nulla pena mi tormenta assai ? 
. CANZONE I 

Quando Amor gli occhi rilucenti e belli, 
C'han d'alto foco la sembianza vera, 
Volge ne' miei, st dentro arder mi fanno. 
Che per virtù d'Amor vengo un di quelli 
Spirti, che som ne la celeste sfera, 
Ch'Amor e gioia ugualmente in lor hanno; 
Poi, per mio grave danno, 
S'un ptinto sto che fisso non li miri, 
Lagriman gli occhi, e '1 cor tragge sospiri ; 

Così veggio che in sé discorde tene 
Questa troppo mia dolce e amara vita, 
Chi 'n un tempo nel ciei trovasi c *n terra, 
Ma di gran lunga in me crescon le pene} 
Per che cherendo ad alta voce aita, 
Gli occhi altrove mirando, mi fan guerra] 
Or se pietà si serra 

Nel vostro cor, fate ch'ognor con tempra 
Il bel guardo che 'n ciei mi terrà sempre. 
Sempre non già; poscia che noi consenta 



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di omo da pistou 179 
Natura ch'ordinato ha che le notti 
Legati sien, non già per mio riposo, , - 
Perciò ch'allor sta lo mio cor dolente 
Nè sono air alma i suoi pianti interrotti 
Del duol eh 1 ho per fin qui tenuto ascoso 3 
Deh se non v 1 è noioso 
Chi v'ama, fate almen, per ch'ei non mora, 
Parte li miri della notte ancora. 

Non è chi iraaginar, non che dir pensi 
LMncredibil piacer, Donna, ch'io piglio 
Dal lampeggiar delle due chiare stelle, 
Da cui legati ed abbagliati i sensi, 
Prende '1 mio cor. un volontario esigilo, 
E vola al Ciel, tra l 1 altre anime belle: 
Indi dipoi lo svelle 
La luce vostra, eh? ogni luce eccede, 
Fuor di quella di quel che 1 tutto vede. 

Ben lo so io, che 1 Sol tanto già mai 
Non illustrò col suo vivo splendore 
L'aer, quando che più di nebbia è pieno, 
Quanto i vostri celesti e santi rai, 
Vedendo avvolto in tenebre 1 mio core, 
fmmantenente fer chiaro e sereno, 
E dal career terreno 
Sollevandol talor. nel dolce viso 
Gustò molti dei nen del Paradiso. 

Or perchè non volete più ch'io miri 
Gli occhi leggiadri vr con Amor già fui, 
E privar lo mio cor di tanta gioia? 
Di questo converrà ch'Amor s'adiri, 
Che un core in se, per vivere in altrui, 
Morto, non vuol drun' altra volta moia: 
Or se prendete a noia 
<Lo mio Amor, occhi d'Amor ru begli, 
Foste per comun ben stati men begli ! 

Agli pochi della forte mia nemica 

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l8o BUIE 

Fa*, Canzon, che tu dica: 
Poi che veder voi stessi non possete, 
Vedete in altri almen quel che voi sete. 
CANZONE II 

Quand'io pur veggio che sen vola 1 Sole 
Ed apparisce P ombra, 
Per cui non spero più la dolce vista, 
Nè ricevuto ha V alma, come suole 
Quel raggio, che la sgombra 
D' ogni martìro, che lontano acquistai 
Tanto forte s'attrista 'e si travaglia 
La mente, ove si chiude il bel desio, 
Che P ardente cor mio 
Piangendo ha di sospiri una battaglia, 
Che comincia la sera, 
E dura inaino alla seconda Sfera. 

Allorch'io mi ritorno alla speranza, 
Ed il desio si leva 
Col giorno che riscuote lo mio core, 
Hi muovo e cerco di trovar pietanza, 
Tanto ched io riceva 

Basii occhi il don, che fa contento Amore, 
Ch'egli ha già, per dolore e jper gravezza 
Del perduto veder più avanti morti. 
Dunque eh' io mi conforti 
Sol con la vista, e prendane allegrezza 
Sovente in questo stato, 
Non mi par esser con ragion biasmato. 
Amor, con quel principio onde si cria 
Sempre '1 desio conduce, 
£ quei per gli occhi innamorati vene ; 
Per lor si porse quella fede in pria 
Da Puna a P altra luce 
Che nel cor passa, e poi diventa spene; 
Di tutto auesto ben son gli occhi scorta. 
Chi gli occhi, quando amanza dentro è chiusa, 

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DI CÌItO DA PISTOIA l8l 

Riguardando non usa, 

Fa come quei che dentro arde, e la porta 

Contro al soccorso chiude; 

Dehbesi usar degli occhi la vertude. 
Vanne, Canzone mia, di gente in gente, 

Tanto che la più gentil Donna trovi, 

E prega che suoi nuovi 

E negli occhi amorosi, dolcemente 

Amici sian de' miei, 

Quando, per aver vita, guardan lei. 
CANZONE IH 
Quando potrò io dir, dolce mio Dio, 

Per la tua gran virtute, 

Or m' hai tu posto d'ogni guerra in pace! 

Lasso, che gli occhi miei, com'io disio, 

Vegghin quella salute, 

Che dopo affanno riposar ne facci 



Quando potrò io dir, Signor verace, 
Or m' hai tu tratto d'ogni scuritale $ 
Or liberato son d'ogni martìro 9 
Però ch'io veggio, e miro 
uella, eh' e dea dogni gentil beltate, 
m'empie tutto di suavitate. 
Increscati oggi mai, Signor possente, 
Che l'alto ciel distringi, 
Della battaglia <Je' sospir, eh 1 io porto, 
£ della guerra mia dentro la mente, 
Là ove tu dipingi 

Quel, che rimira l'intelletto accorto; 
Increscati del cor, che giace morto 
Da Amor con quella sua dolce saetta, 
Che fabbricata fu del suo piacere, 
Nel qual sempre vedere 
Tu mi facesti quella Donna eletta, 
Cui d'ubbidirà gli Angeli diletta. 

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i8a RIME 

Moviti, Signor mio, cui solo adoro, 

Signor, cui tanto chiamo, 

Signor mio solo, a cui mi raccomanda, 

Deh moviti a pietà, vedi ch'io moro; 

Vedi per te quanfamo 5 

Vedi per te quante lagrime spando. 

Ahi, Signor mio, non sofferir, ch'amando, 

Da me, si parta l'anima mia trista, 

Che fu sì lieta di quella sentita. 

Vedi che poca vita 

Bimasa è in me, se non se ne racquieta, 
Per grazia sol della beata vista. 
» Canzon, tu puoi ben dire, 

* S' a pietà non si muove il mio Signore, 

* A la mia Donna, che già mai redire % 
» Non spero, e che 1 dolore 

» In breve tempo mi farà finire «x 
CANZONE IV 

Da poi che la natura ha fine posto 
Al viver di colui, in cui virtnte, 
Com'in suo proprio loco dimorava, 
lo prego lei, che'l mio finir sia tosto, 
Poiché vedovo son- d'ogni salute, 
Che morto è quel, per cui allegro andava^ 
E la cui fama*] mondo illuminava 
In ogni parte^ del suo dolce nome: 
Riaverassi mai? non veggio come. 

Per questo è morto '1 Senno, e la Prudenza, 
Giustizia tutta, e Temperanza intera. 
Ma non è morto: ahi lasso! ch'ho io detto? 
La fama sua al mondo è viva, e vera \ 
£1 nome suo regnerà 'n saggio petto s 
Quivi si nutrirà con gran diletto, 
£ in ogni terra anderà la semenza 
De la sua chiara e buona nominanza, 
Si ch'ogn'età n'avrà testimonianza, . 

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DI «SO hk P1STOJ4 18J 

Ma «piai san morti, e <faù vivono mi cor a 
Di quei, che avean lor fede in lui fermata 
Con ogn'nmor, sì come in cosa degna, 
E malvagia Cortona in sirbit'ora 
Ogn'allegrezza nel cor ci ha tagliata; 
Però ciascun come smarrito retina. 
O somma maestà giusta, e benegna, 
Poi che ti fu 'n piacer torci costui, 
Danne qualche conforto per altrui. 

Chi è questo somra' uom, potresti dire, 
O tu, che leggi, il qual tu ne racconte 
Che la Natura ha tolto ai breve mondo, 
E l'ha mandato in quel senza finire, 
La dove l'allegrezza ha largo fonte? 
Arrigo è Imperadoiy che del profondo, 
E vile esser quaggiù, 6u nel giocondo 
L'ha Dio chiamato, perchè '1 vide degno 
DWer co' gli altri nel beato regno. 

Canzon, piena <F affanni e di sospiri, 
Nata di pianto, e di molto dolore, 
Muoviti, piangi, e va'dìsconsolaia, 
E guarda che persona non ti miri, 
Che non fussi fedele a quel Signore, 
Che tanta gente vedova na lasciata. 
Tu te n'andrai così chiusa, e celata, 
Là ove troverai gente pensosa 
Della singutar morte dolorosa. 

CANZONE V 

La dolce vista, e '1 bel guardo soave, 
Ch' io ho perduto, mi fa parer grave 
La vita sì, ch'io vo traendo guaì; 
E 'n vece di pensier leggiadri, e gai, 
Ch'aver solea d'Amore, 
Porto desìi nel core, 
Che nati non di morte, 
Per la partita, ohe mi duol sì forte. 



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J84 / MB 

Ohimè! deb. perchè, Amor, al primo passo 

Non mi feristi si, ch'io fusai morto ? 
Perchè non dipartisti .da me, lasso ! 
Lo spirito angoscioso, ched io porto ? 
Amor, al mio dolor non e conforto, 
Anzi quanto più guardo 
Al sospirar più ardo, 
Trovandomi partuto « 

Da 1 quei begli occhi ov'io t'ho già veduto. 
Io t'ho veduto in quei begli occhi, Amore, 

Tal che la rimembranza me n'occide, 

E fa sì grande schiera di dolore 

Dentro alla mente, che l'anima stride. 

Sol perchè morte mai non la divide 

Da me, com' è diviso . 
v Dallo gioioso riso, 

£ d'ogni stato allegro, 

Il gran contrario ch'è tr*'l bianco e'I negro» 
Quando per gentil atto di salute 

Ver bella Donna levo gli occhi alquanto, 

Si tutta si disvia la mia virtote, 

Che dentro ritener non posso '1 pianto, 

Memorando di Madonna, a cui ton tanto 

Lontan di veder lei: 

O dolenti occhi miei, 

Non morite di doglia? 

Si per vostro voler, pur che Amor voglia. 
Amor, la mia ventura e troppo cruda, 

£ ciò, che 'ncontra gli occhi, più m'attrista. 

Dunaue mercè, che la tua man la chiuda, 

Da cti' ho perduto l'amorosa vista; 

£ quando vita per morte s'acquista, 

Gli è gioioso il morire: 

Tu sai dove de' gire 

Lo spirto mio da poi, 

E sai quanta pietà s'ara di noi* 



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di orna sa prsTOJA fS5 

Amor, per esser mioklial pietoso 
Tenuto, in mio tormento, 
Secondo ch'ho talento, 
Dammi di morte gioia, 
Sì, che lo spirto almen torni a Pistoia, 
CANZONE VI 

Sì m'ha conquiso la selvaggia gente 
Con li suoi atti nuovi, 
Che bisogna ch'io provi 
Tal pena, che morir cheggto sovente. 

Questa gerite selvaggia 
È fatta sì per farmi penar forte, 
Che troppo affanno sotterra mia vita; 
Però chieggio la morte, 
Ch'io voglio, innanzi che faeci partita 
L'anima da lo cor, che tal pen'aggia. 
Ch'ogni partenza di quel loco è saggiaf 
Ch'è pieno di tormento, 
Ed io, per quel eh' i' sento, 
Non eleggi o mai se non viver dolente. 

Non mi fora pesanza- 
Lo viver tanto, se gaia, ed allegra^ 
Vedess'io questa gente d'un cor piano} 
Ma ella è Bianca, e Negra, 
E di tal condizion, che ogni strano, 
Che del suo stato intende n'ha pesanza, 
É chi l'ama non sente riposanza, 
Tanto n' ha coral duolo. 
Dunque ch'io son quel solo, 
Che l'amo, più languisco maggiormente? 

Cotal gente già mai non fu veduta, 
Lasso 1 simile a questa, 
Ch'è crudel di sè stess.v e dispietata, 
Ch'in nulla guisa resta 
Gravar sua vita come disperata, 
E non si cura d'altra cosa or mai : 

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j6$ bim« 

Però quanto di lei pietosa i lai 

Movo col mio Signore, 

Tanto par lo dolore, 

Per abundanza, che 1 ! mio cor ne sente* 
Altro già, che tu, Morte, a me parvente. 

Non credo che mi giovi, 

Mercè dunque ti movi: 

Deh vieni a me, che mi se' si piacente, 
CANZONE VII 
Mille volte ne chiamo el dì mercede, 

Dolce mia Donna, che dovunque sia 

Le mente mia, desiosa vi vede, 

Ed il mio cor da ciò non si desvia, 

Ch'è sì pien tutto d'amor, « di fede 

Per voi, ch'ogn'altra novitate oblia. 

In vostra signoria sì son distretto, 
. Che. morte e vita aspetto 

Di me, qual più vi piace, 

Pur ch'abbia in sul finir la vostra pace* 

E certo si verace amor mi. siringe, 

Che giàl cuor non s 1 infinge 

D'amare ad un rispetto, 

Ma tanto ho più d'angoscia, e raen diletto. 
Ahimé ! spesso m n assale Amor pungendo 

In ogni parte il cor, sì che gridare 

Mi fa mercè, mercè, forte piangendo, 

E poi ch'ho 'pianto, comincio a cantare, 

Sempre grata mercede a voi chiedendo, 

Che di bellezza al mondo non ha pare, 

E tal vita d'amare ognora porto, 

Che di voi mi conforto, 

Memorando quand'io canto, 

E sovvienimi di me, quand'io fo pianto} 

Ch'io riconosco tanto il mio destino 

Che non potria Amor fino 

Far eh 1 io venissi in porto 

Del mio voler, così n é'l tempo corto. 

Cookie 



DI CTKO VA PISTOIA 

Sì m'è crudel nemica la sventura, 

Ch'ogni ragione, ogni ben mi contende, 

E strugge quell'in che pong'ogni cura, 

Perchè pietate da mercè discende, 

£ mercè da pietà, eh' altronde indura 

Il core quanto più gentil voi prende : . 

E se '1 vostro non m' imparte a bastanza 

D' una greve possanza, 

Non è, se non ria sorte, 

Che m'è invidiosa, e più crudel che morte. 

Dunque perchè si forte, e spesso grido 

Amor? però ch'io sfido 

Con la vostra possanza 

Vincer, se si mantenga quest'usanza. 

Vola, Canzone mia, non far soggiorno: 
Passa '1 Bisenzio, e l' Àgna, 
Riposandoti appunto in su la Brana, 
Bove Marte di sangue il terren bagna, 
E cerca di Selvaggio ogni contorno; 
Poi di': senza magagna 
Mio Signor farà presto a voi ritorno. 
CANZONE Vili 

L' alta virtù, che si ritrasse al cielo, 

Poi che perdè Saturno il suo bel regno, ' 

E venne sotto Giove, 

Era tornata ne l'aureato velo 

Qua giuso in terra, ed in quell'atto degno, 

Che '1 suo effetto muove, 

Ma per che le sue 'nsegne furon nuove 

Per lungo abuso, e per contrario usaggio, 

Il mondo reo non sofferse la vista, 

Onde la terra trista 

Rimasa s'è nell'usurpato oltraggio, 

E '1 Cicl s^è reintegrato, come saggio. 

Ben de' la trista crescere il . suo duolo 
Quant' ha cresciuto il disdegno, e '1 ardire 



*8$ BWE 

La di spietata morte; 

E però tardi si vendica 1 suolo 

Di Linceo, che si schifa di venire 

Dentro da le sue porte, 

Ma contea 1 buoni è si ardita, e forte, 

Che non ridotto di bontà, nè schiera, 

Ne valor vai contr'a sua dura forza; 

Ma come vuole, e a forza, 

Ne menaci mondo sotto sua bandiera, 

Nè altro fugge da lei, che laude vera. 

I/ardita Morte non conobbe Nino, 
Non teme'o d'Alessandro^ nè d' Iulio, 
Nè del buon Carlo antico, 
£ mostrandone Cesar, e Tarquino, 
Di quei piuttosto accresce il suo peculio, 
Ch'e di virtute amico, 
Si come ha fatto del novello Enrico, 
Di cui tremava ogni sfrenata cosa, 
Sì che l' esule ben saria redito, 
Ch' é da. virtù smarrito, 
Se morte non gli fosse sta 1 noiosa; 
Ma suso in ciel lo abbraccia la sua sposa. 

Ciò che si vede pinto di valore, 
Ciò che ai legge di Virtute scritto, 
Ciò che di laude suona, 
Tutto si ritrovava in quel Signore 
Enrico, senza par, Cesare invitto, 
Sol degno di corona; 
E 1 fu forma del Ben, che si ragiona, 
Il qual gastiga gli elementi e regge 
Il mondo ingrato d'ogni previdenza; 
Per che si volta, senza 
Rjgor, che ronda il timor a la legge 
Contro la fiamma de le ardenti invegge. 

Veggiam che Morte uccide ogni vivente, 
Che tenga di queir organo la vita, 



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di curo dà tisTOJÀ 189 
Che porta ogni animale; 
Ma pregio, che dà virtù solamente, 
Non può di. morte ricever ferita, 
Perchè cosa eternale, 
. ..... amica vola, e sale 

Sempre nel loco del saggio intelletto, • 
Che sente l'aere, ove sonando applaude 
Lo spirito di laude, 
Che piove Amor d'ordinato diletto, 
Da cui il gentil animo è distretto. 

Dunque al fin pregio che virtute spande, 
£ che diventa spirito ne IVre, 
Che sempre piove Amore, 
Solo ivi intender de 1 V animo grande, 
Tanto più con magnine' operare 
Quant'è in stato maggiore, 
Ne uomo gentil, ne he, nè Imperadore, 
Se non risponde a sua grandezza l'opra, 
Come facea nel magnifico Prince, 
La cui virtute vince 
Nel cor gentil, sì che vista di sopra, 
Con tutto che per parte non si scuopra. 

Messer Guido Novello, io son ben certo 
Che 1 ! vostro Idolo Amor, Idol beato 
Non vi rimuove da P amore aperto 
Per eh' è infinito merto, 
E però mando a voi ciò che ho trovato 
Di Cesare, ch'ai cielo è incoronato. 
CANZONE IX 

Avegna eh ed' io m'aggia più per tempo 
Per voi richiesto pietate, ed amore 
Per confortar la nostra grave vita: 
Non è ancor si trapassato il tempo, 
Che il mio sermon non trovi il vostro qpre, 
Piangendo star colPanima smarrita. 
Fra sé dicendo ; già sei in del gita* 



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igo RIMI 
Beata gioja, ch'io chiamava a nome{ * 
Lasso! e quando, e come 
Vederti potrò io visibilmente? 
Sicché ancora a presente 
Vi posso fare di conforto aita. 
Dunque mi udite; poiché parlo a posta, 
Di Amore alli sospir ponendo sosta. 

$foi provammo, che in questo cieco mondo 
Ciascun si vive in angosciosa doglia, 
Che in ogni avversità ventura il tira. 
Beata Palma, che lassa tal pondo, 
£ va nel ciel, dove è compita gioglia; 
Giojoso il cor fuor di corruccio, e d'ira. 
Or dunque, di che il vostro cor sospira, 
Se rallegrar si dee del suo migliore; 
Che Dio nostro Signore 
Volse di lei, come avea l'Angel detto, 
Fare il cielo perfetto? 
Per nova cosa ogni santo la mira) 
Ed ella sta davanti alla salute, 
Ed in ver lei parla ogni virtute. 

Di che vi stringe il cor pianto ed angoscia 
Che dovreste di amor sopragioire; 
Che avete in ciel la mente e l'intelletto ? 
Li vostri spirti trapassar da poscia 
Per sua virtù nel ciel; tal é il disire, 
Che Amor là su li pinge per diletto, 
O uomo saggio, deh perchè distrerò 
Vi tien cosi l'affannoso pensiero ? 
Per suo onor vi chero, 
Che all'egra mente prendiate confòrto § 
Né abbiate più cor morto; 
Né 6gura di morte in vostro aspetto; 
Perchè Dio l'abbia allocata fra i tuoi, . 
Ella tutt'ora dimora con voL 

Conforto già conforto l'Amor chiama, 
E pietà pregaj per Dio late il resto} 

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m CWO DA PISTOU r igt 
Or v'inchinate a si dolce preghiera. 
Spogliatevi di questa veste grama; 
Dacché voi siete per ragion richiesto; 
Che l'uomo per dolor more, e dispera. 
Com'voi vedreste poi la bella ciera, 
Se vi accogliesse morte in disperanza? 
Pi sì grave pesanja 
Traete il vostro core ornai per Dia 5 
Che non 6Ìa cosi rio 
Ver l 1 alma vostra, che ancora spera 
Vederla in ciel, e star nelle sue braccia, 
Dunque di spene confortar vi piaccia. 
Mirate nel piacer, dove dimora 

La vostra Donna, ch'è in ciel coronata 5 
Ond'è la vostra spenè in Paradiso. 
E tutta santa ormai vostra memora, 
Contemplando, nel ciel mentre è locata, 
Lo core vostro, per cui sta diviso. 
Che pinto tiene in sì beato viso, 
Secondo ch'era quaggiù meraviglia, 
Così lassù somiglia, 
E tanto più, quanto è me 1 conosciuta, 
Come fu ricevuta 

Dagli Angeli con dolce canto, e riso, 
Gli spirti vostri rapportato l'hanno, 
Che spesse volte quel viaggio fanno. 
Ella parla di voi con li beati; 
E disse loro : mentre che io fui 
Nel mondo, ricevei onor da lui, 
Laudando me ne' suoi detti laudati, 
E prega Dio lo signor verace, 
Che vi conforti sì come vi piace* 

CANZONE X 

Tanta paura m>é giunta d' Amore, 
Ch'io non credo già mai spaurir*, 



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|Q3 RIMI DI aKO DA frISTOJA 

Né che in me torni ardire 
Di parlar mai, sì sono sbigottito: 
In ciascun membro mi sento tremore, 
Lo quale ogni mio senso fa smarrirei • 
£ 1 n tal guisa smaghine, 
Che F intelletto par da me fuggito; 
Per che Fmi veggio a tal mostrare a dito, 
Che se savesse ben, che cosa è Amore, 
Convertirebbe il suo riso in sospiri; 
Che per li miei martiri 
Pietate gli farfa tremare il core : 
I\vò convien, ch'ogn'uom V ascolti, e miri, 
Se da viltate mi venne paura. 
Ti mando, che per me parli sicura, 
Canzon; io so, che ti dirà la gente: 

Perchè quest'uom fu da timor si giunto. 
Che non parlava punto? 
Dov 1 era il suo parlar d'amore allora ? 
Feo temer queste cose mortalmente: 
Solo una Donna, per cui Amor Fha punto, 
Che si stava disgiunto 
D'ogni sentor, com'uom di vita fuorej 
• Né rispondea, eh 1 era peggio ancora. 
£ tu, Canzone, allor ti trae davante, 
E di 1 , eh 1 avea però tanta temenza 
Di stare in sua presenza, 
Ch'altra fiata vidi, per sembiante 
Ch'ei dimostrò; ch'io gli era in dispiacenst, 
La onde io vergognava allor più forte. 
Che dato non m* avea però la morte. 
Tergognavami sol per eh* io era vivo, 
Che morto già non m'avea, e corrutto, 
Chi m'ha tanto distrutto 
Già lungo tempo per lo suo sdegnare; 
Paura avea perch'era del cor privo 
E perch'Amor mi «truggeya «1 tutto, 



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DI CINO DA PISTOIA 193 

Ch'io non potea far mutto, 
Et ogni volta, eh 1 io l'udia parlare, 
Mi sormontava Amor, tanto che stare 
Non 'poteva il mio core in alcun loco, 
Che ben la sua figura oltra piacente 
Uno splendor lucente 



E non avea chi mi desse conforto: 
Ben fu miracol eh 1 io non caddi morto. 

Cosa vivente nel mondo non temo 
Così, com'io fo lei, per cui mi tene 
Amore in tante pene, 
Che morto il di divento molte fiate; 
Però se appetto a lei smarrisco, e tremo, 
Maraviglia non è, se ciò m'avviene. 
Ch'Amor, cui servir vene 
Ciascun per forza, no 1 ha in lei potestate. 
Dunque convien, che per sola pietate 
Acquisti in lei per suo onor mercede, 
Che la morte, cui teme ogni persona, 
Per lei m'è dolce e buona. 
Per Dio, che il sa bene, e il mio cor vede, 
E che forza, savere, e virtù dona, 
Metta ne lo suo cor tanta pietanza, 
Ch'ella proveggia in ver la mia pesanza. 

Che pesanza d'Amor si forte sento, 

Che non solo smarrir preso ho da quella, 
Perdendo la favella, 
E star lontan pensoso tuttavia, 
Ma se così continua il tormento, 
Perch'io non mora, prenderà novella, 
Non già buona, nè bella, 
Tutto lo Mondo, de la vita mia : 
Ohe de la mente per maninconfa 
Uscito, tutto che picciolo o grande, 
rime 1 3 

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194 HIM * 
Maladiranno Amore, e sua natura. 
Tant'è mia vita 'oscura, 
É lo dolor, che sopra me si spande, 
Che T anima mia piange, ed ha rancura; 
E non ho posa mai, nè non avraggioi 
Pauroso son sempre, e più saraggio. 

Canzon, con tutto eh 1 io non aggia detto 
Di mille parti Tuna di mio stato, 
Chi ben te avrà ascoltato, 
Non parlerà di me; ma sospirando 
Andra fra se parlando: 
Ah Dio! com'è di costui gran peccato! 

SATIRA 

Deh quando rivedrò 1 dolce paese 
E '1 nido mio di Toscana gentile, 
Dove 1 bel Fior si vede d'ogni mese 
E partirommi del regno servile, 
Ch'anticamente prese, 
Per ragion, nome d'animai si vile! 
Óre a buon grado nullo ben si face, 
Ove ogni senso fallace e bugiardo, 
Senza riguardo di vertù si trova $ 
Però eh 1 è cosa nova, 
Straniera, e peregrina, 
Di cosi fatta gente Balduina, 

O sommo Vate, quanto mal facesti 
A venir qui: non t 1 era me 1 morire 
A. Piettola, colà dove nascesti? 
Quando la mosca per l'altre fuggire 
Ih, tal loco ponesti, 
Ore ogni vespa doveria venire ^ 
A punger quei, che ai lochi alti stanno. 
Come scimia in lo scranno senza lingua, 
Cbjfi non distingua pregio, o bene alcuno $ 

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DI CIRO DÀ. PISTOIA 1$ 

Riguarda ciascheduno, 
Tutti a un par li vedi 
De 1 loro antichi vizj fatti eredi. 
O gente senz 1 alcuna cortesia, 
La cui invidiosa lingua punge 
L 1 altrui valore, et ogni ben s'oblia! 
O vii malizia, a te però sta lunge 
Di bella leggiadria 

La penna, ch'or Amor meco congiunge. 
O suolo, suolo, voto di virtute, 
Perché trasformi, e mute tua natura 
Già bella e pura, del gran sangue altero? 
Ti converria un Nero, 
O, Totila; flagello, 

Da poi eh 1 è in te costume rio e fello. 
Vera Satira mia, va per lo Mondo, 
E di Napoli conta, 

Ch'ei ritien quel, che 1 ! mar non vuole al fondo. 



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«9& 

RIME 



DI 

FAZIO DEGLI DBERTI 



CANZONE I 

Ijasso, che quando immaginando veglio 
Il forte, e crudel puntò, dov'io nacqui, 
E quanto più dispiacqui 
A questa dispetata. di fortuna, 
Per la doglia crudel, eh 1 al cor sostegno, 
I>i lagrime convien, che gli, occhi adacqui, 
E che '1 viso ne sciacqui, 
Ch'ogni duolo, e sospiro al coi: s'aduna: 
Come farò io, quando in parte alcuna 
Non truovo cosa, eh 1 ajutar mi possa 
E quanto più mi levo, più giù caggio? 
Non so; ma tal viaggio 
Consumato ave si ogni mm gessa, 
Ch'io vo chiamando morte con diletto; 
Si m'è venuta la vita in dispetto. 

Teniamo, i'pricgo, e lusingo la .«aorte, 
Come divota, cara, e dolce amica, 
Che non mi sia nemica; 
Ma vegna a me, come a sua propria cosa: 
Ed ella mi tien chiuse le sue porte, 
E sdegnosa ver me par, ch'ella dica: 
Tu perdi la fatica ; 

Ch'io non son qui per dare a 1 tuoi par posa: 
Questa tua vita cotanto angosciosa 

•■ 



RIME DI FAZIO DEGLI TJBERTI M)? 

Di sopra data- 1' è, se 1 ver discerno 5* 
E però 1 colpo mio non ti distrugge. 
Così mi trovo in ugge 

A 1 cieli, al mondo, all'acqua, ed all'inferno: 
Ed ogni cosa, c'ha poder, mi scaccia; 
Ma sol la povertà m'apre le braccia. 
Come del corpo di mia madre use' io, 
Così la povertà mi fu da lato, 
E disse: t'è fatato, 

Ch'io non mi deggia mai da te partire: 
E s'tu volesse dir, come 'lso io, 
Donne, che v'eran, mei hanno contato; 
E più manifestato 

M'è per le prove, s'io non vo' mentire. 
Lasso, che più non posso sofFerire, 
Però bestemmio in prima la natura, 
E la fortuna, con chi n'ha potere 
Di farmi sì dolere, 

E tocchi a chi si vuol, ch'io non ho cura; 
Che tanto è '1 mio dolore e la mia rabbia, 
Che io non posso aver peggio, ch'io m'abbia. 
Perocch'io sono a tal ponto condotto, 
Ch'io non conosco quasi, ov'io mi sia, 
E vado per la via, 

Come uom, che tutto è fuor d'intendimento; 

Ne io altrui, né altri a me fa motto, 

Se non alcun, che quasi come io stia: 

Più son cacciato via, 

Che se di vita fossi struggimento: 

Ahi lasso me, che così vii divento, 

Che morte sola al mio rimedio cheggio: 

Il cuore in corpo e la boce mi triema; 

Io ho paura e tema 

Di tutte quelle cose, ched io veggio : 

Ed ancor peggio m' indivina il core, 

Che senza fine sarà 1 mio dolore. 

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I9B RIME 

Mille fiate il di fra me ragiono: 
Deh che pure fo io, ch'io non m'uccido? 
Perchè me non divido 
Da questo mondo peggio, che 1 veleno? 
£ riguardando il tenebroso suono, 
Io non ardisco a far di me micido; 
Piango, lamento, e strido, 
E com'uom tormentato, cosi peno; 
Ma quel, di ch'io verrò piuttosto meno, 
Si è, ch'io odo mormorar la gente, 
GJie mi sta più che ben, se io ho male: 
E ch'é gente cotale, 
Che se fortuna ben ponesse mente 
In meritarli quel, che sanno fare, 
E' non avrebberpan che manicare. 
Canzone, io non so a cui io mi ti scriva; 
Ch'io non credo, che viva 
Al mondo uom tormentato, com'io tono: 
E però t'abbandono; 
E vanne ove tu vuoi, che più ti piace; 
Che certo son, ch'io non avrò mai pace. 
SONETTO I 
Io son la mala pianta di Superba, 
Che generò ai ciascun vizio il seme, 
E quel cotal non ama Dio, nè teme, 
Che si nutrica di questa mia erba. 
Io sono ingrata, arrogante, ed acerba 
Per cui il mondo tutto piange, e geme. 
Iò in le gran cose sono, e nelle estreme 
Colei, che compagnia rompe, e disnerba. 
Io son uu monte tra il Ciclo, e la Terra, 
Che chiudo agli occhi vostri quella luce. 
Che '1 Sol della giustizia in voi conduce. 
Col sommo bene sempre vivo in guerra; 
Ver è, che quando regno in maggior pompe, 
Giù mi trabocca, e tutta mi dirompe. 



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DI FAZIO DEGLI UBERTI >99 

SONETTO II 
Io son la magra lupa di Avarizia, 

Di cui mai T appetito non è sazio; 

Ma quanto più di vita ho lungo spazio, 

Più moltiplica in me questa* tristizia. 
Io vivo con sospetto, e con malizia; 

Nè limosina fo, nè Dio ringrazio. 

Deh odi, s'io mi vendo, e sMo mi strazio, 

Che muojo di fame, e dell 1 oro ho divizia. 
Non ho parenti, nè cerco memoria; 

Nè credo, sia diletto, nè più vivere, 

Che l'imborsare, far ragion, e scrivere, 
L 1 infermo è monimento di mia storia; 

E questo mondo è il bene, in cui mi anni dolo; 

lì Uprin pregio, e Dio tengo per idolo, 

SONETTO III 

Ed io Invidia, quando alcuno sguardo, 
Che si rallegri, vengo ombrosa, e trista; 
Ne' membri, nel parlare, e nella vista 
Discopro il fuoco, drento al quale io ardo. 

Da fratello a fratel non ho riguardo: 

Ognun sa ben quel, che per me si acquista. 
Morir fei Cristo, e cacciar il Salmista 
Dinanzi da Saul con lo mio dardo. 

Io consumo lo core, dove io albergo; 
Io posso dir, che son discordia e morta 
Di città, di reami, e d^gni corte. 

Ai colpi miei non può durare usbergo, 
Perciocché a tradimento gli disserro, 
Io dico con la lingua, e non col ferro. 
SONETTO IV 

Io son la scellerata di Lussuria, 

Che legge nè ragion mai non considero; 
Ma tutto quel, eh 1 io voglio, e chMo desidero, 
Giusto mi pare, e qui non guardo ingiuria. 



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200 RIME 

Io sono un fuoco acceso pien di furia, 
E i Greci, ed i Trojan già mal mi riderò; 
L 1 anima perdo, e il corpo mio ne assidero, 
E vivo con malizie, e con auguria. 

E comedi 1 io dimostri nel principio 
Un dolce, ed un contento desiderio, 
Pur la mia fine è danno, e vituperio. 

Del porco nel costume participio; 

E quanto è da lodar l'uomo, e la femina, 
Che fugge Pesca, che per me si semina. 

SONETTO V 

Io son la Gola, che consumo tutto 

Quanto per me, e per altrui guadagno, 
E in ogni altro bisogno mi sparagno, 
Per satisfar a questo vizio brutto. 

Lassa mi trovo, e col palato asciutto; 
Con tutto, che lo di, e la notte il bagno. 
Del corpo fo il vecchio, e novo lagno, 
E del Ciel perdo l'Angelico fratto. 

Trova chi valca ben di ramo in ramo, 
Che al mondo fui principio d'ogni male 
Nel pomo, che gustò Eva, ed Adamo. 

La fine mia per mio soverchio è tale, 
Che guasto gli occhi, e parlitica vegno; 
E casco in povertà senza ritegno. 

SONETTO VI 

Ira son io senza ragione, e regola, 
Subita, furibonda con discordia, 
Pace né amore con misericordia 
Trovar non può chi con meco s'impegola; 

Tutta mi stranio, com'io fossi stregola 

Minaccio, e grido e son sempre in discordia: 
Dov'io albergo, non trova concordia 
Figliuol con padre, quando sono in fregola: 



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DI FAZIO DEGLI UBERTI 301 

Tosto con foco ognor mi senio accendere, 
Dentro V animo- mio e ciò m 1 intorbida, 
Ond'io non posso mai il ver comprendere. 

Paura, ne lusinga mi rimorbida, 

Bestemmio Dio, lafe 1 , battesmo, e cresima; 
Uccido altrui, e quando me medesima. 
SONETTO VII 

Ed io Accidia son, tanto da nulla, 

Che gramo fo di chiunque mi adocchia; 
Per gran tristezza abbasso le ginocchia, 
E I mento su per esse si trastulla. 

Io son cotal, qual m 1 era nella culla, 
Non ho più piedi, nè mani, né occhia; 
Gracido, e muso, come la ranocchia 
Discinta, e scalza, e nelle carni brulla: 

A me non vale esempio di formica: 
Ed odi, s'io son pigra, che gustando 
Il muover della bocca mi è fatica. 

In somma quando vengo hen pensando, 
Dico fra 1 miei pensier tristi, ed infermi: 

10 venni al mondo sol per darmi a vermi. 

CANZONE II 
Io guardo infra V erbette per li prati, 
E veggio isvariar di più colori 
Rose, viole, e fiori 

Per la virtù del Ciel, che fuor li tira: 
E son coperti i colli, ove eh 1 io guati 
D'un verde, che rallegra i vaghi cori: 
E con soavi odori 

Giunse quel rezzo che dall'aria spira: 
E qual prende, e qual mira 
Le rose, che son nate in sulla spina. 
E così par, che Amor per tutto rida» 

11 piacer che mi guida, 

Pero di consumarmi mio non fina, 
Nè farà mai, se non veggio quel viso, 
Dal qual gran tempo son stato diviso. 

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BIMB 



Veggio gli uccelli a due a due volare, 
E Pun V altro seguir fra gli arboscelli, 
Con far nidi novelli, 
Trattando con vaghezza lor natura: 
E sento ogni boschetto risonare 
De 1 dolci canti lor, che son si belli, 
Che vivi spiritelli 

Pajon d'amore ornati alla verdura. 
Fuggita han la paura 
Del verno, che fu lor cotanto greve: 
E così par ciascuno esser contento; 



E mi distruggo, come al Sol la neve, 
Perchè lontan mi truovo dalla luce, 
C h 1 ogni sommo piacer da sè conduce. 
SSmil con simil per le folte selve 

Si trovano ì serpenti a suon di fischi, 



Segue Pun V altro con benigno aspetto; 
E i gran dragon con V altre fere belve, 
Che sono a riguardar sì pien di rìschi, 
D'amor compunti, e mischi 
Del naturai piacer prendon diletto 5 
E così par costretto 

Ogni animai, che in sulla terra è scorto, 
In questo allegro tempo a seguir giojar 
Sol io ho tanta noja, 
Che mille volte il di ton vivo e morto, 
Secondochc mi sono, o buoni o rei 
J subiti pensicr, eh 1 io fo per lei. 
Or surgon chiare e fresche le fontane, 
L'acqua spargendo su per la campagna, 
Che rinfrescando bagna 
Tutte V erbette, e gli arboscei, ohe tmova? 
E i pesci, che nascosi per le tane, 
Fuggendo del gran verno la magagna, 





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DI FAZIO DEGLI VBERTI So3 

A schiera ed a compagna, 

Giungon di sopra si, che altrui ne giova, 

E così si rinuova 

Per tutto Paltò mare, e per gli fiumi 

Fra loro un piacer dolce, che gli appaga; 

£ la mia crudel piaga 

Ognor crescendo, par, che mi consumi: 

E farà sempre, finché il dolce sguardo 

Non mi risanerà d' un altro dardo. 
Giovani donne, e donzellette accorte, 

Rallegrando sen vanno alle gran feste, 

Tanto leggiadre e preste, 

Che par ciascuna, che iV amor s' appaghi : 

Ed altre in gonnellctte al punto corte, 

Giocano all'ombra delle gran foreste, 

D'amor sì punte, e deste, 

Qual soglion Ninfe stare appresso i laghi: 

E giovanetti vaghi 

Veggio seguire, e donnear costoro, 

E talora danzare a mano a mano; 

4Ed io, lasso, lontano 

Da quella, che parrebbe un Sol tra loro, 

Lei rimembrando, tale allor divegno, 

Che pianger fo qual vede il mio contegno. 
Canzone, assai dimostri apertamente, 

Come natura in questa primavera 

Ogni animale e pianta fa gioire: 

E ch'io son sol colui, che la mia mente 

Porto vestita d'una veste nera 

In segno di dolore, e di martire: 

Poi conchiudi nel dire, 

Che allor termineran queste mie pene, 

Che a occhio a occhio vederò il bel volto: 

Ma vanne ornai, ch'io ti conforto bene, 

Che a ciò non starò molto, 

Se già prigione, o morte non mi tiene, 



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204 BIMB 

SONETTO Vili 

Per me credea, che '1 suo forte arco Amore 
Avesse steso, e chiusa la faretra, 
O Antonio mio, e pensava di pietra 
Incontro a 1 colpi suoi fatto il mio ©ore? 

Allorché trasformato in quel valore 
Vago, che vide Enea nel bosco Cetra 
Colla saetta d'or, che non s' arretra, 
M'aperse il petto, e fessi mio signore. 

Son tra duri pensier contrarj giunto. 
Ragiona l'un, che s'io ho mai conforto, 
Cirio torni a riveder chi m'ha sì punto. 

L'altro dice: non far, che tu se' morto, 

Se più ti trova; ond'io, che ben non veggio 
Qual prenda l'un, consiglio a te ne cheggio. 

TERZINE 

Le sette allegrezze di Maria Vergine* 

O sola eletta, e più d'ogni altra degna 
D'esser chiamata Madre di colui 
Che solo eternai mente vive e regna: • 

Non disvoler che il tuo devoto, a cui 
Sempre hai concessa tua misericordia, 
Parli di te, che preghi ognor per nui. 

Tu sola mitigasti la discordia, 

Che fu tra Dio e l'uomo; e tu cagione 
Sei d'ogni bene che quaggiù si esordi*. 

Per te si aperse la scura prigione 
Di queir abisso che mai non si sazia 
Di nostra umana generazione. 

Ricordati quando piena di grazia 
Fosti chiamata da quel degno messo 
Che col suo Creatore in Ciel si spazia. 

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DI FAZIO DEGLI UBERTI 2o5 

£ come con tremor turbata adesso 
Tu rispondesti ali 1 angelico canto: 
Come potrebbe seguir questo eccesso! 

Ma poi udendo che 1 Spirito Santo 
Sopravverrebbe in te, e come Dio 
Della tua carne vestirebbe il manto, 

Allora con divoto aspetto e pio 

Dicesti: Ecco V ancella del Signore, 
Sia fatto ciò che vuole il Padre mio. 

E come adesso quel sommo Fattore 
Fé 1 nel tuo ventre discender suo Figlio, 
Che poi fu morto per lo nostro amore. 

Poi ti ricorda che senza ogni impiglio 
Tu lo portasti, e poi lo partoristi 
Senza dolore, e senza alcun periglio; 

E la Virginità che tu avisti 

Nel nascer tuo così monda ed intera 
Rimase dopo il parto che tu fisti; 

E come il Sole in sua lucida spera 

Il vetro non corrompe, e per lui passa, 
E sua chiarezza riman pura e mera; 

Così la tua Virginità, che passa 
Ogni altra purità, ogni mondezza, 
Col corso naturai non si compassa. 

Ricordati della terza allegrezza 

Che tu avesti quando i Magi Santi 
Venner ad onorar tua poverezza 

Con tanta riverenza nei sembianti 
E con offerta tanto graziosa 
Che gli Angiol d 1 allegrezza ne fer canti. 

Ti ricorda quando eri dolorosa 

Più che ogni madre, vedendo esser morto 
Colui che amavi sopra ogni altra cosa. 

Risuscitar vedesti il tuo conforto • 
Sì gloriosamente, e con vittoria, 
Che fé 1 il poter del nemico più corto. 



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ao6 MMB DI FAZIO DBGLI TOSITI 

Ancora ti ricorda che alla gloria 
Del ciel sali con lo primo parente 
Scrivendo lui, e gli altri in sua memoria: 
Poi ti ricorda come el fé 1 ardente 
Col Spirto Santo la turba apostolica 
A sofferir per noi morte^ innocente, 
Che volendo ampliar la Fe Cattolica 
Non temer mai affanno nè martino 
Per annullar la Fede Diabolica. 

Poi ti ricorda che dall'ampio giro 
Dell 1 empireo ciel per te discese 
Volendoci partir del mondo diro. 

Deh pensa. Madre, s'el ti fu cortese, 
Che altri mandar non volse, ma venire, 
Per onorar la carne che in te prese. 

Allora mosser le sacrate penne 
Tutte le gerarchie angelicale 
Per farti onore quanto si convenne. 

Con lui venne il trionfo profetale 
E Patriarchi, e tutta la milizia 
Dell'alto concistor celestiale: 

Poi si raccolse la lieta primizia 
De 1 tuoi figlioli Apostoli, che spanta 
Era, per convertir nostra letizia? 

E il corpo tuo con quell'anima Santa 
Portato fu in Ciel dal tuo diletto 
Con melodia che per nom non si eanta, 

E poi t'incoronò con uno aspetto 
Paterno, e filial dicendo : Tota 
Es pulcnra amica mea senza difetto, 

Scrivendo tutti i Santi a simil nota. 



FDJB DEL VOLUME. 



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INDICE 



Gli editori pag. 3 

RIME DI DANTE ALIGHIERI 

Libro I. n 5 

— II » 26 

— Ili » 44 

— IV » 64 

— V ..... ■ » 83 

— VI » 10? 

RIME DI GUIDO GUINIZZELLI 
f . . . . » n3 

RIME DI GUIDO CAVALCANTI 
...... 128 

RIME DI CINO DA PISTOJA 
"\ . » i53 

RIME DI FAZIO DEGLI U BERTI 
. . . . ~ ...» 196 



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